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“Alfredo” è la tragica storia di Alfredino Rampi, raccontata dai Baustelle [ANALISI DEL TESTO]

Articolo a cura di Francesco Ferri

 

“Un pezzetto bello tondo di cielo
D’estate sta sopra di me
Non ci credo, lo vedo restringersi
Conto le stelle, ora”

Queste sono le frasi con cui si apre uno dei pezzi più toccanti e profondi della canzone italiana contemporanea. La canzone in questione è “Alfredo” dei Baustelle, il cui titolo deriva dal nome del piccolo Alfredino Rampi, sfortunato protagonista dell’incidente di Vermicino avvenuto il 10 giugno 1981.

Siamo in un anno di forte cambiamento per la Repubblica italiana, fra eventi storici e sociali di enorme impatto: dallo scandalo della P2 di Licio Gelli all’attentato a Papa Giovanni Paolo II in piazza San Pietro a Roma. L’Italia è ormai entrata negli anni ‘80, ed in questo particolare contesto storico avviene l’incidente di Vermicino: Alfredino, un bimbo di 6 anni, cade all’interno di un pozzo artesiano profondo circa 80 metri nelle campagne fuori Roma, rimanendovi intrappolato. A scoprirne la sorte sono le forze dell’ordine allertate dai genitori per la sua scomparsa. Subito partono i primi tentativi di tirarlo fuori, fra clamorosi errori operativi e incredibile disorganizzazione generale che porteranno, infine, al drammatico epilogo con la morte del piccolo dopo tre giorni di tentativi costanti e disperati.

Durante questi giorni, attorno alla vicenda, si crea un’attenzione mediatica senza precedenti: tutta l’Italia si ferma per seguire gli aggiornamenti sulla questione, grazie ad una diretta RAI come mai si era vista prima d’ora. Con questo episodio nasce infatti la TV del dolore che segnerà profondamente il futuro delle trasmissioni e del giornalismo.

I Baustelle dedicano questo brano alla vicenda di Alfredino nel 2008 all’interno dell’album “Amen”.

Il pezzo è una vero e propria discesa nel buco, che racconta la tragedia dal punto di vista di Alfredo, un piccolo bimbo terrorizzato da un evento tremendamente spaventoso.

“Sento tutte queste voci
Tutta questa gente ha già capito
Che ho sbagliato, sono scivolato
Son caduto dentro il buco”

Alfredino si trova bloccato a circa 36 metri di profondità, all’interno di un pozzo largo poche decine di centimetri. Immediatamente percepisce l’arrivo dei primi soccorsi, visti come la sua salvezza.

“Bravi, son venuti subito
Son stato stupido
Ma sono qua gli aiuti
Quelli dei pompieri, i carabinieri”

Quelli che lui sa, con l’innocente certezza di un bambino, potranno tirarlo fuori e salvarlo.

“Intanto Dio guardava il figlio suo
E in onda lo mandò”

Il rimando alle trasmissioni televisive inizia qui, con voce accorata ma profonda, indicando, come un narratore onniscente, quello che sta per accadere.

“A Woytila e alla P2
A tutti lo indicò
A Cossiga e alla DC
A BR e Platini
A Repubblica e alla RAI
La morte ricordò”

L’Italia si è già fermata: congelata di fronte al televisore per seguire questa orrenda vicenda. A tutti quanti, senza esclusione, ricorda cosa può accadere, e che la morte è costantemente in agguato. Tutto il Paese è distratto da questo evento: nessuno bada alla politica, ai problemi di Cossiga e della Democrazia Cristiana, nessuno pensa ai drammi di quel momento, dalle Brigate Rosse allo scandalo di Gelli, dal calcio di Platini all’attentato del Papa, tutto è momentaneamente immobile, sospeso in un altro tempo, perché tutti vogliono vedere Alfredino uscire da quel maledetto buco.

“Scivolo nel fango gelido
Il cielo è un punto, non lo vedo più”

Dopo i primi infausti tentativi di tirarlo fuori, calando un’asse di legno a cui il piccolo si possa aggrappare, che si incastra ad appena 25 metri, e aver tentato invano di calare nel buco alcuni speleologi per tirarlo fuori, si decide di scavare un pozzo parallelo utilizzando una scavatrice. Il problema è che il terreno è formato anche da strati di roccia granitica molto difficile da scalfire, come viene indicato da una geologa lì presente a cui, però, non viene prestato l’ascolto necessario. Si accumulano ritardi su ritardi nelle operazioni di soccorso, mentre le ore scorrono implacabili. Si fa giungere un nuovo mezzo di scavo, una perforatrice più grande e potente. Questa inizia la perforazione con forte rumore e tremende vibrazioni del terreno che spaventano molto Alfredino, a cui si comunica tramite microfoni forniti proprio dalla RAI. Per giustificarne il chiasso gli si spiega che sta arrivando a salvarlo Jeeg Robot d’Acciaio, grande eroe dei cartoni animati dell’epoca. Le vibrazioni, però, non fanno altro che far scivolare più in profondità Alfredino.

“L’uomo Ragno m’ha tirato un polso
Si è spezzato l’osso, ora”

Il secondo pozzo arriva alla profondità creduta corretta, iniziano quindi lo scavo del tratto di congiunzione con il primo pozzo artesiano. Da qui la tremenda scoperta: il bimbo è scivolato più in basso. Si parla di circa 60 metri. Ormai per Alfredo il cielo è solo un puntino lontano, lo scavo del secondo pozzo non ha risolto il problema. Continuano i tentativi di volontari e professionisti per salvare Alfredo. Fra questi uno in particolare riuscirà, più di tutti, ad avvicinarsi all’obbiettivo. Si chiama Angelo Licheri, un tipografo di 36 anni, molto magro e di bassa statura. Si fa calare nel pozzo originario solo in biancheria intima, a testa in giù. Nella discesa utilizza anche il suo corpo come ariete per sfondare alcuni spuntoni rocciosi al bordo del pozzo e riuscire a scendere più in profondità, in una corsa contro il tempo dato il limite massimo di 25 minuti da poter trascorrere a testa in giù per non incorrere in gravi problemi e difficoltà. Ormai Alfredino, nonostante venga nutrito con flebo di acqua e zucchero, sta iniziando a dare i primi segni di cedimento. Dopo ore e ore di lucidità frammista a confusione attualmente sembra non rispondere più lucidamente. Licheri riesce a raggiungerlo e, nel tentare di infilargli l’imbracatura per tirarlo fuori, gli spezza l’osso del polso. I Baustelle si prendono una licenza poetica nel definirlo “l’Uomo Ragno” perché quest’ultimo è invece Isidoro Mirabella, un altro dei tanti volontari che tentarono di salvare Alfredo calandosi nel pozzo e che per primo riuscì a parlare con il piccolo, senza tuttavia poterlo raggiungere per trarlo in salvo. Purtroppo anche il tentativo di Licheri risulta vano e, dopo ben 45 minuti a testa in giù, è costretto a desistere.

“Dormo oppure sto sognando
Perché parlo ma la voce non è mia
Dico ‘Ave Maria’ che bimbo stupido
Piena di grazia, mamma
Padre Nostro, con la terra in bocca non respiro
La tua volontà sia fatta
Non ricordo bene, ho paura
Sei nei cieli”

Lo strazio drammatico di questo passaggio è emblematico: il piccolo, ormai senza più lucidità ma solo tanta confusione dovuta alla sofferenza prolungata di ormai decine e decine di ore, comincia a straparlare. Il toccante rimando alle preghiere, le cui frasi si intersecano intrecciandosi con i pensieri del momento, regalano una visione terrificante di ciò che doveva star provando in quel momento. Le preghiere imparate a memoria, come ogni bimbo che le recita prima di dormire, si sommano alla tragedia vissuta in quei momenti. Con la terra che soffoca il respiro e il disperato richiamo di aiuto alla Vergine Maria, che lotta con il ben più comprensibile e terribile “Mamma” di un povero bambino a cui è capitata una sorte orrenda. La voce di Licheri gli giunge come in sogno, senza fargli comprendere davvero cosa succede: non capisce neppure che non è sua ma di qualcun altro, in quel terribile buco.

“E lui guardava il figlio suo
In diretta lo mandò
A Woytila e alla P2
A tutti lo mostrò
A Forlani e alla DC
A Pertini e Platini
A chi mai dentro di sé
Il vuoto misurò”

Il dolore profondo, unico e inaccettabile per la sorte di Alfredino, giunta ormai alla sua tragica conclusione, porta a misurare il vuoto dentro di sé, a tutti coloro che hanno seguito la vicenda, nessuno escluso. Quel vuoto incolmabile di una Nazione intera ferma di fronte al televisore, con gli occhi puntati alla tragedia. A tutti ricorda cos’è la morte, cos’è la fine della vita. Anche a coloro che, aridi e senza cuore, vivono le proprie vite senza dare peso a nulla, con violenza e ingordigia.

Il piccolo Alfredino viene dichiarato morto il 13 giugno 1981, tre giorni dopo la caduta nel pozzo. Il suo corpo verrà estratto dal pozzo solo 28 giorni dopo, da tre squadri di minatori della miniera di Gavorrano.

La terribile tragedia di Alfredo Rampi fece comprendere in modo lucido e pratico quanto fosse concreta l’impreparazione di fronte a incidenti di questo tipo da parte delle istituzioni.
Fu proprio a causa di questo evento che venne creata, in modo organizzato ed effettivo, la protezione civile; la mamma di Alfredino continuerà per tutta la vita a lottare per la prevenzione di questi incidenti e per promuovere l’assistenza psicologica durante le tragedie.

I Baustelle hanno composto una poesia contemporanea di rara bellezza e intensità, capace di commuovere e ricordare una tragedia tremenda con una comprensione e profondità senza pari. Un pezzo della musica contemporanea che merita di essere ascoltato e apprezzato per non dimenticare mai una tragedia insensata che tutti dovremmo conoscere per imparare ad apprezzare più l’esistenza e non dare peso a pensieri stupidi, inutili e futili, di fronte all’enormità ammutolente della tragedia che a tutti “La morte ricordò”.

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