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Andrea Marchesino, Michele de Costanzo – Banda Larga | Recensione | Primo Ascolto

“Banda Larga” è un album che cattura subito l’attenzione per la sua natura istintiva, libera, quasi selvaggia: qui Andrea Marchesino e Michele de Costanzo hanno costruito un percorso sonoro di sedici minuti che sembra un viaggio dentro la materia stessa dell’improvvisazione.

Una sorta di taccuino musicale aperto, un laboratorio che rende immersivo l’ascolto complessivo. Il risultato è un lavoro che vibra, respira, sorprende, e che pretende un orecchio attento fin dai primi secondi: le composizioni sono accattivanti, a volte rilassanti ed a volte sferzanti ma sempre di ampio respiro, lontane dal virtuosismo fine a se stesso di cui è piena la discografia (non solo nostrana).

L’ingresso con “Pezzo 1” è un piccolo shock acustico: la chitarra di Marchesino assume un timbro sgraziato, quasi un flauto fuori controllo, che si muove in un flusso ipnotico e irregolare. De Costanzo risponde con una batteria che incide: colpi sparsi, pause improvvise ed un fraseggio che sembra voler disorientare, per un’apertura che mette subito in chiaro l’intenzione del duo di seguire l’istinto e non la forma.

Con “Giochi” il terreno si stabilizza quel tanto che basta per intravedere una sottile struttura. Le battute diventano più regolari, il dialogo tra i due strumenti si fa più serrato, quasi un gioco di incastri che si apre e si richiude: qui emerge la capacità dei due musicisti di costruire un equilibrio dinamico, sempre sul filo, sempre pronto a cambiare direzione.

La vera svolta emotiva arriva con “Quals”, la ballad del disco. Marchesino lascia emergere una vena blues intensa e sofisticata, mentre de Costanzo si muove con delicatezza, sostenendo senza invadere. È il brano che conquista, quello che permette all’ascoltatore di entrare davvero nel mondo di “Banda Larga”: dopo due tracce spiazzanti, qui si apre una finestra di lirismo che illumina tutto il resto.

“Morricone” riprende la tensione, ma con un respiro ampiamente cinematografico. Il titolo suggerisce un immaginario preciso: paesaggi desertici, attese sospese, una corda che vibra e lentamente si allenta. Il brano procede come una scena che si scioglie piano, con un crescendo che non esplode mai del tutto e proprio per questo affascina.

La quinta traccia, “Ostin”, è la più lunga e la più inquieta. L’atmosfera è carica, come se qualcosa stesse per accadere da un momento all’altro. La “melodia” compare a tre quarti del pezzo solo per una trentina di secondi, volutamente disturbante, mentre il resto è un mosaico di suoni che stimolano la curiosità. L’immaginario rimanda a certe colonne sonore dei film di Quentin Tarantino: sporche, tese, imprevedibili, costruite più sul clima che sulla narrazione.

Il disco si chiude con “Vedidove”, sorprendentemente incalzante: qui affiorano echi di country e folk, filtrati attraverso la sensibilità sperimentale del duo per un finale che accelera, che riporta a terra dopo il viaggio astratto delle tracce precedenti ma lasciando una sensazione di movimento continuo.

“Banda Larga” è un lavoro breve, è vero, ma ricchissimo: un esercizio di libertà creativa che non cerca appigli catchy ne scorciatoie. Le prime due tracce spiazzano, dalla terza ci si innamora, e alla fine resta la voglia di riascoltarlo subito: un disco strumentale che segna l’estate alternativa italiana, dove il background tecnico è il vero fulcro del lavoro.

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