
Spesso una piccola forma può proiettare un’ombra molto più grande delle sue dimensioni reali: dipende dalla posizione della luce, che può allungarla fino a deformarla o renderla bassa e tozza. Lo stesso accade con le nostre paure più intime: nascono come piccole insicurezze e, lentamente, possono trasformarsi in giganteschi elefanti nella stanza, presenze oscure capaci di pietrificarci.
Impariamo a conviverci, a muoverci intorno a loro, fin quando arriva il giorno in cui ci facciamo coraggio e, voltandoci, ci rendiamo conto che quell’elefante è solo una formica. È proprio da questo ribaltamento che Anna Castiglia costruisce il suo nuovo album, “La paura in tasca”: un disco in cui ciò che solitamente cerchiamo di nascondere diventa protagonista.
Dopo il suo primo album, “MI PIACE”, la cantautrice siciliana torna con un progetto molto più intimo. Perché, come spesso accade, dopo la felicità arrivano le aspettative, e con loro il timore di non essere all’altezza di ciò che abbiamo appena costruito. Senza abbandonare la sua caratteristica ironia, Castiglia sceglie allora di mettersi a nudo e raccontare le proprie paure, lasciando convivere leggerezza e intimità.

Già dal primo brano, “Insisto perché esisto”, Anna Castiglia mette in scena la necessità di rivendicare il proprio spazio: esistere significa insistere, continuare a mostrarsi nonostante le proprie fragilità. Alle volte, però, queste paure possono influenzare anche il nostro modo di rapportarci con l’esterno. Parla di tende e barriere che possono trasformarsi in invalicabili muraglie: confini metafisici che entrano in contraddizione con i ponti, immaginati invece per raggiungere l’altro. Si apre così uno dei movimenti che attraversano l’album: un continuo oscillare fra apertura e protezione, vulnerabilità e corazza, desiderio di essere visti e necessità di nascondersi.
Con “Alito Sonoro” si addentra in una nuova dicotomia, già racchiusa nell’ossimoro del titolo: il rapporto fra parola e silenzio. Immagina un mondo in cui ogni cosa possa parlare, per poi mettere in discussione il valore della comunicazione: “Un’ingannevole catena di montaggio, tra emozioni e pregiudizi, che ti industrializza il cuore. Anche questa canzone che denuncia le parole è piena di parole che non fanno neanche rima”.

Lo skit con Valerio Lundini ne diventa quasi un’estensione, spostando il discorso verso la spettacolarizzazione: in un futuro in cui tutti sono famosi e ogni cosa diventa materia televisiva, l’uomo meno famoso d’Italia finisce così, paradossalmente, per diventare una star. L’ironia, però, non è l’unico modo con cui l’autrice affronta la vulnerabilità. In “Se ti guardo come gli altri”, unica ballad del disco, la maschera si dissolve completamente: rimangono soltanto la voce, la mancanza e il desiderio. Se qui si espone lasciando emergere ciò che prova, in “Scema” torna invece a confrontarsi con lo sguardo di chi, nel corso della sua crescita, ha contribuito a definirla: quello paterno. A partire da un innocuo “non mi piace come ti vesti”, racconta la pressione estetica e i giudizi interiorizzati. Le voci del collettivo Canta fino a dieci accompagnano il brano, mentre “Ti voglio, ma mi voglio di più” racchiude la necessità di liberarsi da un’identità ricevuta senza dover rinunciare all’amore verso chi l’ha trasmessa.
A chiudere il disco è la title track “La paura in tasca”, dove tutte le inquietudini raccontate finora trovano finalmente un posto: non vengono risolte, ma diventano un impulso a continuare. Penna e paura diventano così due compagne inseparabili.
Il cerchio si chiude proprio dove era iniziato: “Insisto perché esisto” diventa “Vivo perché è da tanto che scrivo”. Dall’esigenza di affermare la propria esistenza alla possibilità di viverla senza avere necessariamente tutte le risposte. Forse la paura non va sconfitta, ma semplicemente imparata a portare con sé.
Traccia preferita: “Scema”








