
L’eterna oscillazione tra il desiderio di fuggire verso una vita più semplice, fatta di silenzi e borghi antichi, e quell’ambizione che spinge a cercare qualcosa che ancora non esiste, è un conflitto che molti riconoscono, ma pochi riescono davvero a raccontare.
“Qualcosa in più”, il nuovo album di BRAFF, cerca il modo di esprimere questa condizione tramite uno storytelling hip hop che trova nel titolo la sua chiave di lettura, lasciando indietro un’introspezione che l’aveva contraddistinto nel suo lavoro precedente. In questo progetto emergono con forza anche le sue caratteristiche da beatmaker tramite tre skit strumentali, uno dei quali apre proprio il disco, guidando l’ascolto verso un’aria di nostalgia e serenità, che sono anche argomenti dei primi due brani.

“Outro (l’unica ragione)” è una intro diversa dal solito, che porta fin da subito una critica alla musica moderna, ai numeri e agli algoritmi. BRAFF è nostalgico di un momento passato della musica, arrivando a criticare anche l’ascoltatore che ha permesso l’evoluzione di essa. Il beat rimane sulle vibes della nostalgia proprio a rappresentare la mancanza di quel vecchio stile, portato a galla anche dagli scratch presenti nel brano. Rimanendo sul tema della nostalgia, “Che Effetto Fa” parla proprio di ricordi del passato e dell’infanzia del cantante vissuta in provincia di Genova: un racconto con un testo semplice, che proprio per questo è d’impatto. Rappresenta uno squarcio di vita di paese, mostrando una felicità diversa da quella che si vive tutti i giorni e che, insieme alla voce dei bambini nel ritornello, porta serenità alle orecchie.
Dopo uno degli intermezzi strumentali autoprodotti, il disco entra nel suo centro tematico con “Qualcosa in più” insieme ad Ashes: il brano è costruito come un dialogo con una figura femminile che sembra essere allo stesso momento un’altra persona o uno specchio di sé. Emerge proprio qui il bisogno di scavare sotto la superficie, sotto i comportamenti e le maschere per trovare quel “qualcosa in più” che dà senso alle scelte. Non ci si ferma all’esplorazione personale, ma con “Chi ha ucciso David Schulz?” si passa ad una narrazione cinematografica. Il brano, privo di ritornello, è diviso in tre atti dalla voce narrante dell’attore Andrea Amoroso e racconta di un thriller: se nella title track il mistero era la propria identità qua diventa un vero caso da risolvere, dimostrando come la tecnica nel rap sia in grado di creare immaginari degni di un film.

Segue poi l’ultima parte strumentale, che porta alla chiusura del disco con tre brani che legano tra di loro luoghi, identità e relazioni. “Estate a Rivello” è un’immagine sospesa di tempo quasi immobile in quel luogo di vacanza dove, i rapporti, si costruiscono in una dimensione che sembra isolata dal resto. Da qui “Una vita, due vite” trasforma questo senso di luogo in un conflitto interno, mettendo a confronto due modi di vivere e mostrando che il cambiamento geografico non porta mai ad una fuga da sé stessi: “dopo un po’ di tempo ho capito che non puoi mai scappare da te”. “Le cose non dette” chiude il cerchio riportando tutto nelle relazioni, dove la distanza non è fisica, ma emotiva: Il cantante sente che anche nelle relazioni più vicine manchi sempre qualcosa.
BRAFF con quest’album parla della ricerca di qualcosa di astratto, senza mai cadere in pensieri filosofici o di difficile interpretazione, ma semplicemente raccontando storie immaginate o vissute da lui stesso. È proprio questa la forza dell’album: la capacità di far immedesimare l’ascoltatore nelle storie, portandolo a visualizzare ogni scena davanti ai propri occhi, come se fosse seduto in un cinema o affacciato da un balcone di provincia. Alla fine dell’ascolto ci si rende conto che quel “Qualcosa in più” non è un traguardo possibile da raggiungere, ma è parte del coraggio che serve per continuare a cercare.








