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Camilla Pandozzi e la sua “Las Vegas”: il momento in cui la libertà spezza definitivamente il caos [INTERVISTA]

Camilla Pandozzi è tornata poche settimane fa con “Las Vegas”, un singolo dal respiro internazionale che unisce pulsazioni pop, atmosfere luminose e un immaginario visivo potente.

Tra il sound magnetico firmato da Cosmo Masiello e un videoclip che trasforma MagicLand in un sogno cinematografico, Camilla ha confermato una scrittura fluida, contemporanea, senza etichette. In attesa dei nuovi live, la cantautrice ci ha raccontato un percorso in continua evoluzione, dove autenticità e ricerca sonora procedono insieme.

Ciao Camilla, benvenuta su Primo Ascolto. Pochi giorni fa è uscito “Las Vegas”, un brano che ha un immaginario molto luminoso ma che nasce da un intro più tormentata. Qual è stato il punto di frizione emotiva da cui è partita la scrittura del brano?

“Las Vegas” fa parte di una trilogia composta da “Madame”, “Las Vegas” e un ultimo brano che uscirà a breve, “Bambolina”. Tutti e tre raccontano una stessa storia che evolve nel tempo. Il punto di partenza emotivo è stato proprio quello che racconto in “Madame”: una relazione finita, ma mai davvero chiusa, perché questa persona continuava a intromettersi nella mia vita, cercando di influenzare anche ciò che stavo costruendo dopo. “Las Vegas” nasce nel momento in cui finalmente tutto questo si spezza. È la libertà dopo il caos, la tranquillità dopo qualcosa che ti ha consumato.

Nel pezzo c’è un equilibrio tra magnetismo pop e pulsazione quasi da club: l’utilizzo dell’elettronica, soprattutto in prossimità del ritornello, è un modus operandi che hai utilizzato con successo anche nel recente passato. Quale parte del tuo mondo sonoro senti che questo brano rivela più chiaramente, e quale invece nasconde?

Non mi è mai piaciuto etichettarmi, né etichettare la mia musica. “Las Vegas” forse rende molto evidente la mia parte più electronic pop, quella più immediata, più “d’impatto”. Però sotto, secondo me, nasconde delle sfumature più dark pop, più intime e meno evidenti. È un brano che sembra leggero, ma in realtà ha dentro tante stratificazioni emotive e sonore che magari si scoprono solo ascoltandolo più volte.

Il viaggio da Parigi, con “Madame”, a “Las Vegas” è anche un cambio di prospettiva. Quale città rappresenta maggiormente oggi il tuo stato d’animo artistico?

Ti direi Los Angeles e Gaeta. Los Angeles perché è caotica, dispersiva, misteriosa… e in qualche modo mi rappresenta molto. Gaeta invece è l’altra faccia: calma, silenziosa, quasi sospesa… ma poi d’estate esplode, diventa energia pura, musica, vita. Credo di essere un equilibrio tra queste due dimensioni.

Riascoltando il tuo percorso discografico si percepisce una costante ricerca lirica e sonora. C’è qualcosa in particolare che nel recente passato ha cambiato il tuo modo di scrivere, oppure che ti ha spinto ad avanzare particolari richieste al producer?

Io scrivo quello che sento e canto ciò che spesso non riesco a dire a parole. Ho iniziato da molto piccola, e crescendo sto vivendo un’evoluzione naturale: sento sempre di più il bisogno di sperimentare, di uscire dagli schemi, di cercare nuovi modi di raccontarmi. Il mio vissuto ha inciso tanto: lo chiamo scherzosamente “il romanzo horror di Camilla”, ma è proprio da lì che nasce tutto. Oggi forse sono più consapevole di quello che voglio dire e di come voglio suonare, e questo inevitabilmente si riflette anche nel lavoro con il producer.

A proposito di produzione, fin dal tuo debutto discografico ti sei sempre affidata a Cosmo Masiello. È un binomio che al momento consideri imprescindibile?

Cosmito è la mia metà platonica. È un produttore incredibile, ma soprattutto una persona speciale. Ci scontriamo spesso, è vero… ma guai a chi me lo tocca. Questo progetto è nato insieme, e credo che continueremo a portarlo avanti insieme… almeno finché non si stancherà di me (JAJAJ).

Le collaborazioni con Nomadi, Big Mama e Clara hanno toccato mondi molto diversi, così come la condivisione del palco con un’artista poliedrica come Serena Brancale. Quale di questi incontri ti ha spostato più in là, anche solo di un millimetro?

Ogni incontro mi ha lasciato qualcosa, anche solo un dettaglio. Però Serena Brancale per me è stata una vera rivelazione. Aprire i suoi concerti mi ha dato la possibilità di vivere momenti incredibili e di imparare tantissimo, sia artisticamente che umanamente. È una di quelle esperienze che ti restano addosso.

Da quando ti sei affacciata nel mercato discografico hai costantemente scelto di affidarti alle release di singoli, senza mai spostarti verso un progetto inedito più esteso. Prima di salutarci ti chiedo: pensi che i tempi siano ormai maturi per vederti impegnata in un album o in un EP?

In realtà l’idea di un album mi gira in testa da un po’. Non è mai stata una cosa che ho escluso, anzi… Chissà, magari ci stiamo già lavorando!

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