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Censura ed ipocrisia: l’impatto del politically correct nelle canzoni | Primo Ascolto

Articolo a cura di Francesco Ferri

Fare i conti con il politicamente corretto nella musica

Nella società di oggi il politicamente corretto ha ormai plasmato qualsiasi settore. Dal cinema alle serie tv, dai videogiochi ai fumetti, il “politically correct” è ormai diventato una costante con cui ogni utente deve avere a che fare nel momento in cui vuole fruire di un particolare prodotto d’intrattenimento. 

 

Ovviamente per la musica non è diverso e molto spesso il politicamente corretto ha svolto un ruolo fondamentale nell’imbastire polemiche attorno ad un brano musicale e, di conseguenza, ad un artista. Inevitabilmente ci sono stati casi, soprattutto nella storia musicale più recente, in cui i testi delle canzoni hanno creato scandali tali da screditare artisticamente un cantante solo per aver voluto scrivere un pezzo le cui tematiche potevano essere fraintese o, in generale, ritenute troppo volgari e offensive. È innegabile che al giorno d’oggi sia praticamente una costante sentire parlare di testi violenti, volgarità gratuite e, in generale, visioni profondamente negative di alcuni prodotti musicali. È un fenomeno nuovo? Nient’affatto. 

 

I precedenti storici della musica italiana 

 

Se andiamo indietro nella storia, senza nemmeno allontanarci troppo nei meandri del passato, molti brani sono stati censurati. Pensiamo all’evocativo e provocatorio titolo “Dio è morto”, pezzo scritto da Francesco Guccini e cantato sia dai Nomadi che da Caterina Caselli. Date le tematiche del brano fu inizialmente pesantemente censurato dalla Rai che non voleva si trasmettesse una canzone dal titolo così impattante e, al cui interno, viene sostenuto che l’Altissimo sia morto, richiamando ovviamente il celebre aforisma del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche. 

 

Naturalmente questo è solo un esempio dei tanti brani che, in particolare un tempo, venivano censurati. Con il passare degli anni, però, la morsa della censura si è allentata e molti prodotti sono risultati più “liberi”. Cambiando prospettiva e modernizzando la visione delle cose sono stati scritti molti testi che un tempo non avrebbero nemmeno potuto essere proposti ad una casa discografica. A poco a poco, però, questa libertà ha iniziato ad essere limitata in maniera più subdola: non con una censura definitiva e impattante, al contrario. La censura ha iniziato a trasformarsi, a poco a poco, in giudizio. Non più, quindi, l’impedimento coatto all’artista di poter eseguire un brano, ma il giudizio negativo, tacito e non solo, del brano in questione e, di conseguenza, del cantante intento ad esibirsi. Il politicamente corretto ha fatto sì, inoltre, che molte tematiche che un tempo non avrebbero neanche sfiorato l’ascoltatore, oggi siano delle lotte civili di prima categoria. 

 

Basti pensare ai diritti LGBT+ o il contrasto alla violenza di genere, tematiche che fino a 20 o 30 anni fa non avevano sicuramente l’impatto che hanno oggi. Eppure assistiamo ad uno strano fenomeno di ipocrisia generale. Ora, è logico che la violenza sia sempre sbagliata, non è un qualcosa di giustificabile e questo sicuramente non è opinabile. Però ha davvero senso contrastare una canzone solo perché le sue tematiche possono trattare di violenza? Mi spiego meglio: io reputo che sia a dir poco fondamentale scindere arte e artista. Quando un cantante incide un brano, il cui tema magari è profondamente violento o volgare, inevitabilmente c’è qualcuno che vorrebbe quel brano fosse censurato, che sparisse dalla circolazione e che impedisse di “contagiare” i più giovani, sempre visti come zombie capaci solo di assumere passivamente qualsiasi informazione senza un minimo di analisi e logica. 

Il caso Skioffi: da Amici alle accuse di violenza nei testi 

 

E oltre al brano in questione, però, si attacca sempre anche il cantante. Come fosse lui stesso il protagonista delle violenze nelle sue canzoni. Un esempio lampante è Skioffi, con il suo brano “Yolandi” portato “in causa” anche nel programma televisivo Amici di Maria De Filippi: un pezzo che fece enorme scandalo quando venne conosciuto dal grande pubblico. Il motivo è molto semplice: “Yolandi” è il racconto in musica di uno stupro a cui segue l’omicidio di una ragazza, ed è lo stesso carnefice che ce lo narra, imbastendo uno storytelling musicale molto crudo e a dir poco d’impatto. Eppure, altro non è che una storia. Una storia cupa, nera e tremenda, ma altrettanto verosimile. 

 

Però il grande pubblico si soffermò solo sulla violenza, senza andare oltre. Ci si trincerò soltanto dietro al fatto che nel testo ci fossero riferimenti molto espliciti alla violenza sessuale e alla violenza contro le donne, per poter accusare Skioffi, velatamente e non, di condividere gli stessi pensieri del protagonista del brano. Questo, personalmente parlando, l’ho sempre ritenuto aberrante. Ritenere che l’autore di un’opera di qualsiasi genere, che sia un film, un libro o una canzone, possa costruire ogni protagonista o antagonista di un suo prodotto esclusivamente a sua immagine e somiglianza è a dir poco ignorante. Ragionando in questi termini si potrebbe pensare che l’autore bestseller a livello mondiale Stephen King adorasse travestirsi da clown e uccidere bambini solo perché in passato ha scritto il capolavoro “It”. Solo l’idea appare stupida. Eppure Skioffi fu investito dal caos di questa immane polemica. Fu talmente rumorosa che mise seriamente a rischio la sua carriera che tutt’ora, sicuramente, ha subìto il colpo della questione, considerando che moltissimi l’hanno conosciuto proprio in seguito alla sua partecipazione ad Amici. 

Junior Cally, Sanremo e il sessismo

 

Ma non è sicuramente l’unico caso simile: pensiamo a Junior Cally e le accuse di sessismo nei testi ricevute in occasione della sua partecipazione al Festival di Sanremo 2020. In quest’occasione Cally non fu attaccato per il brano che intendeva portare sul palco dell’Ariston, bensì per il testo di “Strega”, canzone del 2017. In quest’ultima il rapper utilizza frasi parecchio violente e volgari: 

 

“Lei si chiama Gioia, beve poi ingoia / Balla mezza nuda, dopo te la dà / Si chiama Gioia, perché fa la troia, sì, per la gioia di mamma e papà / Questa, frate’, non sa cosa dice. Porca troia, quanto cazzo chiacchera? / L’ho ammazzata, le ho strappato la borsa. C’ho rivestito la maschera.” 

 

In queste righe si può leggere molta volgarità e l’allusione al femminicidio. La cosa particolare, però, è che il processo meditatico a Junior Cally fu fatto a distanza di tre anni dalla pubblicazione di questo brano, chiedendosi se avesse senso che un artista, capace di scrivere in passato certe canzoni, avesse diritto ad essere presente sul palco dell’Ariston. Esattamente come “Yolandi”, però, anche in questo caso l’artista racconta una storia, un semplice racconto, per quanto crudo e tremendo, di una realtà ahinoi esistente. Raccontare di un femminicidio, per quanto tremendo, non è esaltare la violenza o idolatrarla, anzi. È mostrare, attraverso un’altra chiave di lettura, un tema a dir poco sconvolgente e di cui non si parla mai abbastanza. E proprio grazie al ribaltamento del punto di vista si comprende appieno la meschinità a cui può giungere la mente umana.

E se ad utilizzare testi sessisti fosse una donna?

 

Infine arriviamo all’ultima riflessione di questo articolo. Una riflessione che vorrei facesse porre qualche domanda a diverse persone. Così come abbiamo avuto casi di testi profondamente violenti, molto criticati e ancor di più ritenuti offensivi a causa di violenza di genere o sessismo, perché altri invece non hanno mai subito tale trattamento? 

Facciamo un esempio molto semplice. Prendiamo un brano che ha fatto grande successo eppure non ha sollevato alcuna polemica: “EVERYDAY” di Takagi & Ketra feat. Shiva, ANNA e Geolier. Lungi da me sollevare una polemica attorno a questo brano, anzi. Prendo questo come esempio per dimostrare perché certe critiche non hanno alcun senso, quando immotivate. Nella canzone in questione, ANNA, nel ritornello, pronuncia una frase che, se cantata al giorno d’oggi, nel contesto sociale in cui siamo, pensavo avrebbe sollevato qualche polemica o almeno qualche grattacapo:

 

“Io ti ammazzo solo perché parli con lei” 

 

Una frase semplice, lineare, lapidaria.

Tremendamente violenta, se non contestualizzata.

Una frase che esprime alla perfezione la violenza e la sopraffazione, l’amore tossico e le relazioni disfunzionali. Una frase che, da sola, racconta molta più violenza di uno storytelling musicale. Perché? Proprio perché non è correttamente contestualizzata. Non sta raccontando di una relazione tossica, non sta narrando dell’episodio di violenza accaduto a qualcuno in particolare, no. È una canzone d’amore. È una canzone che racconta com’è “normale” amare. Uccidendo il partner se parla con qualcun altro.

 

Ovviamente so cosa si può pensare: “va beh ma è solo un’esagerazione, un’iperbole per descrivere la gelosia della ragazza nei confronti del proprio fidanzato”. È proprio questo il problema. Perché questa frase è giustificata come iperbole, anzi, nessuno ha mai dovuto giustificarla, perché ritenuta da sempre innocente, e invece Skioffi ha dovuto difendere il suo brano, artisticamente molto più d’impatto, nonostante raccontasse una storia? Nonostante fosse solo fiction? 

Dove sta la differenza? 

 

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Una risposta.

  1. Francesca ha detto:

    Trovo molto pericoloso questo testo e anche questo articolo . Trovo che quest’ultimo sia l’ennesimo tentativo di giustificare una canzone orribile, un testo mostruoso . Ragazzini di 12 anni la sanno a memoria, senza conoscerne il senso. Quanti ragazzini non hanno famiglie alle spalle e mezzi per capire. Come sono le nostre scuole ? Ti danno i mezzi ? Ti aiutano ? Ti sostengono ? No . No e no. E tu vorresti giustificare questa canzone ? Assurdo . Orribile . La cugina di mio marito è stata ammazzata nel peggiore dei modi . Era giovane e bella. Suo padre l’havista per l’ultima volta dentro un sacco nero . Nelle scuole non si affrontano questo tema nella dovuta maniera. Resta tutto in balia dei ragazzini e della loro (scarsa) capacità di discernere e nella loro (grande) voglia di branco . Certo gli elementi positivi ci sono , ma bisogna lavorare su tutti . La musica ha un grande potere , e in questo caso devastante. Perché le femmine pensando sia giusto esser trattate così , dato che lo cantano anche le canzoni. Quanto in su deve spostarsi l’asticella del ‘normale ‘? Di quello che si può fare e di quello che no? Dell’ accettabile ? Dove finisce il buonsenso in tutto ciò ?

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