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Con “La prima volta (che sono morto)” Simone Cristicchi ha analizzato lucidamente il proprio decesso [ANALISI DEL TESTO]

Articolo a cura di Francesco Ferri

“La prima volta che sono morto
Non me ne sono nemmeno accorto
Mi ero distratto solo un secondo
L’attimo dopo ero già sepolto”

Le frasi di apertura di questo brano ci trasportano immediatamente in una dimensione onirica e fuori dal tempo: queste sono le parole con cui inizia “La prima volta (che sono morto)” di Simone Cristicchi, un pezzo davvero unico nel panorama della canzone italiana (rilasciato una decina di anni fa) che offre un inedito punto di vista sulla morte. A parlare è proprio il protagonista deceduto che inizia il racconto di come sia morto per la prima volta, narrando cosa ci sia nell’aldilà e mettendoci a confronto con il mistero dei misteri che aleggia nella nostra esistenza.

“La prima volta che sono morto,
Ho immaginato che fosse uno scherzo,
E mi sentivo abbastanza tranquillo
Ma dopo tre giorni
Non sono risorto.”

Il protagonista inizia il suo racconto sottolineando la profonda incredulità del morire e rendersene conto lucidamente, a tal punto da credere che possa trattarsi di uno strano scherzo del destino. Ma la dura e cruda realtà del fatto di non essere risorto dopo tre giorni fa comprendere, fra ironia sottile e allusioni religiose, che la morte è reale e tremendamente umana.

“È successo così all’improvviso,
Lo scorso sabato mattina
Il mio cuore ha cessato di battere
Mentre giocavo la schedina
Sono atterrato sul pavimento,
Come da un platano cadon le foglie
Non ho nemmeno avuto il tempo
Di dare un ultimo bacio a mia moglie”

Il primo effettivo racconto del decesso avviene qui. Un sabato mattina come tanti altri, il cuore che smette di battere all’improvviso mentre, senza nemmeno pensarci, sta giocando la schedina. La caduta sul pavimento, con il toccante e profondo pensiero all’ultimo bacio alla moglie che non ha avuto nemmeno il tempo di dare. Un pensiero che, probabilmente, in molti avrebbero nel momento stesso della propria morte, come allusione al destino beffardo che non concede neppure un ultimo commiato.

“L’ambulanza è arrivata in ritardo
Quando non c’era più niente da fare
Solo chiamare le pompe funebri
E organizzare il mio funerale, poi
Prenotare la chiesa, avvisare i parenti,
Scrivere il necrologio,
Qualcuno mi ha tolto il pigiama e
Infilato il completo, quello del matrimonio.”

L’arrivo in ritardo dell’ambulanza sottolinea ulteriormente come il destino abbia giocato al meglio le proprie carte per consentire che la morte avvenisse senza poter fare nulla. Ormai l’unica cosa che rimane è organizzare il funerale e l’ultimo saluto al defunto, a cui va tolto il pigiama e infilato il completo migliore, quello utilizzato per il matrimonio.

“La prima volta che sono morto
non me ne sono nemmeno accorto
mi ero distratto solo un secondo,
l’attimo dopo ero già sepolto.
La prima volta che sono morto,
ho immaginato fosse uno scherzo,
mi sentivo piuttosto tranquillo,
ma dopo tre giorni non sono risorto.”

Il ritornello che di nuovo ci fa comprendere la caducità dell’esistenza, con la prima morte che colpisce nel segno, senza neppure dar modo di accorgersi di ciò che è successo.

“È così che sono finito
In quello che chiamano “sonno eterno”,
Non è vero che c’è il paradiso, il purgatorio,
E nemmeno l’inferno.
Sembra più una scuola serale,
Tipo un corso di aggiornamento
Dove si impara ad amare
La vita in ogni singolo momento.”

Il primo sguardo dell’aldilà ci offre una visione che probabilmente nessuno si sarebbe aspettato. Non esistono l’inferno, il purgatorio o il paradiso, ma una realtà decisamente singolare nel suo genere oltre che estremamente originale: una scuola serale! Un corso di aggiornamento su come imparare ad amare ogni singolo istante della nostra vita. Quale modo migliore di passare il proprio tempo nell’aldilà?

“Il pomeriggio passeggio con Chaplin,
Poi gioco a briscola con Pertini,
E stasera si va tutti al cinema,
C’è il nuovo film di Pasolini!
Ieri per caso ho incontrato mio nonno,
Che un tempo ha fatto il partigiano,
Mi ha chiesto: “L’avete cambiato il mondo?”
Nonno dai, lascia stare… ti offro un gelato!”

In questo aldilà unico si incontrano personaggi celebri e famosi: da Charlie Chaplin, con cui si può passeggiare, al presidente Sandro Pertini con cui giocare a carte. Senza dimenticare l’appuntamento serale al cinema per il nuovo capolavoro di Pier Paolo Pasolini. L’arte si unisce al ricordo dei grandi personaggi del passato per fare in modo che l’aldilà possa essere rappresentato come un luogo magnifico in cui trascorrere il tempo con i grandi di un tempo. Il protagonista, un giorno, incontra anche il proprio nonno, che ha fatto la guerra da partigiano. Quest’ultimo gli domanda se il mondo è cambiato così come loro avevano intenzione di fare, offrendo ai posteri questa onorevole possibilità. La spiazzante risposta, però, ci fa comprendere come sarebbe doloroso, per chi ha creduto fermamente in ideali di libertà e cambiamento del mondo, scoprire che non solo non è cambiato in meglio ma che, per certi versi, forse, è pure peggiorato.

“La prima volta che sono morto
Non me ne sono nemmeno accorto
Ma ho realizzato dopo un secondo,
Che si sta meglio nell’altro mondo.
Ma se dovessi rinascere ancora,
Cosa mi importa del destino?
Cambierei sulla tomba la foto
Con quella faccia da cretino.”

E la realizzazione incredula della morte che si trasforma in accettazione serena e, anzi, in pura felicità per il fatto di rendersi conto di stare meglio nell’altro mondo. Inoltre, nel caso dovesse nascere di nuovo quale sarebbe la sua unica preoccupazione? Non di certo riguardo al destino, già una volta profondamente beffardo con lui, ma semplicemente il desiderio di cambiare l’immagine sulla propria tomba, togliendo quella con la faccia da cretino. Questa frase riassume molto bene quanto nella vita tutti noi ci facciamo tante paranoie e ossessioni per qualcosa che non ha senso, come preoccuparsi del destino e di come possano andare le cose di cui non abbiamo il minimo controllo quando, invece, ci basterebbe poter gestire e tenere sotto controllo quello che possiamo, senza fasciarci la testa inutilmente.

“Certo, mi ero visto un po’ pallido,
Pensavo fosse il neon dello specchio.
Il dottore me l’aveva detto:
“Fumi meno, pochi alcolici”
E chi fumava? Ero pure astemio.
Certo un po’ di sport in più, meno televisione…”

Inevitabili, però, arrivano le domande e i quesiti su cosa possa aver causato la morte. Se per caso ci fossero stati dei segnali premonitori che potessero aver dato un indizio alla cosa, o se per caso avesse messo in atto dei comportamenti sbagliati o malsani. Ma il protagonista in vita non fumava e non beveva alcolici: due comportamenti deleteri che non aveva mai messo in pratica e che, quindi, non potevano aver causato il suo decesso. Eppure anche in un contesto salutare alcune azioni avrebbero potuto, forse, impedire la morte: fare più attività fisica, guardare meno televisione… eppure serve a qualcosa pentirsi o recriminare tutto quello che si è fatto o non si è fatto in vita?

“Quante cose avrei voluto fare
che non ho fatto,
parlare di più con mio figlio,
girare il mondo con mia moglie
lasciare quel posto alla Regione
E vivere finalmente su un’isola…”

Tutti noi, però, avremo costantemente dei rimpianti, delle azioni che, forse, avremmo voluto fare e non abbiamo messo in pratica. Dal sogno nel cassetto di girare il mondo con la moglie al parlare di più con il proprio figlio riuscendo a dedicare il proprio tempo a chi realmente lo merita. Fino a lasciare il lavoro alla Regione, nel posto fisso Statale, per poter finalmente vivere su un’isola, coronando il sogno di un’intera esistenza.

Eppure non è riuscito a realizzare tutto questo. Non è riuscito a portare a termine ogni singolo obbiettivo che aveva in mente. Ma d’altronde chi ci riesce? Quale uomo vivo a cui è concessa solo una vita sarebbe in grado di farlo? Purtroppo nessuno.

Ci vorrebbe un’altra vita per consentire di esperire tutte le emozioni che potremmo desiderare, vivere tutte le esperienze che vorremmo provare e le situazioni che vorremmo sperimentare.

“E vabbè, sarà per la prossima volta!”

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