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In “Renè & Francis” Jake La Furia ed Emis Killa hanno ripercorso la Milano Criminale degli Anni ’70 [ANALISI DEL TESTO]

Articolo a cura di Francesco Ferri

Sono venuto al mondo tra i pianti dell’Ade

Cresciuto in mezzo ai vicoli 

In quel di Lambrate

Due bravi genitori, entrambi lavoratori

E sotto due coglioni 

Pesanti come mattoni

Ma ho capito presto, 

Fra’, che l’onestà non paga

Le prime righe del brano “Renè & Francis”, brano contenuto nel joint album “17” di Jake La Furia ed Emis Killa, hanno la capacità di trasportarci immediatamente nella Milano malandrina degli anni ‘60/‘70, al culmine dell’attività illecita per i due protagonisti del pezzo: parliamo di Renato Vallanzasca e Francis Turatello, entrambi figure iconiche e tragicamente indimenticabili del panorama criminale milanese. I due rapper hanno ripercorso la loro vita attraverso questo brano che è in grado di far rivivere i principali eventi della loro esistenza, fra rapine, omicidi e crimini di qualsiasi natura.

Fin dalle prime righe, in cui a narrare è proprio Vallanzasca, viene sottolineato come lui provenga da una famiglia tranquilla, di grandi lavoratori di Lambrate, famoso quartiere di Milano; nonostante l’insegnamento dei genitori, c’è voluto poco per comprendere che l’onestà non paga e che, sicuramente, ci sono altre strade più redditizie.

Fratelli flirtano col crimine 

Per fare strada 

Mentre gli altri bambini al parco 

Scambiavano figurine 

Io mi facevo le ossa 

in un carcere minorile

Fin da piccolo Vallanzasca si è trovato nel bel mezzo della criminalità. Non a caso, mentre gli altri bambini scambiavano figurine al parco lui era già intento a scontare le sue prime pene nel carcere minorile, sottolineando immediatamente il suo background.

Poi le prime rapine

Mentre i miei fra’ in Comasina

Si ammazzano con l’ero’, 

nei Settanta non tira la cocaina”

Le prime rapine avvengono insieme alla Banda della Comasina, gruppo armato capeggiato proprio da Renè, negli anni ‘70 in cui l’eroina ha preso piede in tutto lo Stivale, molto più della cocaina che arriverà sul mercato prepotentemente solo nei decenni successivi.

Io ne ho poco più di venti, 

Ma sto sopra questi

Donne e soldi, ferri sporchi sotto belle vesti

I morti e gli arresti, 

Poi la faida con Francis

Le foto al TG con le vittime dei sequestri

Non sparo mai per primo, 

Ma al piombo rispondo

‘Sto sbirro sa quello a cui va incontro” 

Donne e soldi come obbiettivo di vita, i ferri sporchi in dualismo con i bei vestiti che sottolineano lo stile mai tralasciato nell’iconografia del criminale che ha rappresentato Vallanzasca. Qui si parla della prima volta anche della faida avuta con Francis Turatello, dei dissidi e delle diverse modalità di approccio alla scalata criminale. Il loro rapporto è sempre stato fortemente travagliato e qui viene narrato per la prima volta nel brano. Vengono poi evidenziate alcune immagini che rappresentano molto bene la vita criminale: dalle foto al telegiornale con le vittime dei sequestri di persona, alla regola di ingaggio in cui Renato non spara mai per primo, ma che al piombo risponde. Chiudendo con la velata minaccia allo “sbirro”, che sa bene quello a cui sta andando tragicamente incontro.

Sulla carta d’identità 

C’è scritto “Criminale”

E ho comandato questa città, 

Ma per farlo ho fatto del male

A noi che abbiamo fatto la guerra 

Lieve la terra non sarà

Amen, nel nome della pistola, 

Dei soldi e della santità

La nomea di Criminale, in certi personaggi, è talmente forte da rimanere impressa anche sui documenti d’identità. Qui il narratore cambia, Turatello prende il posto di Vallanzasca, interpretato dalle rime di Jack, che inizia a raccontare di come abbia comandato la città sempre perpetrando il male. Evidenziando come, chi ha vissuto facendo la guerra, non riposerà nemmeno dopo la morte. Chiude questa parte di ritornello una preghiera blasfema con una trinità formata da pistola, soldi e santità.

Quanto sangue ho visto, 

Ma non ho mai mollato

Sorridevo in tele 

Quando mi hanno arrestato

Ogni uomo ha la sua storia 

Ed un destino assegnato

C’è chi nasce medico 

E chi capo di Stato

Ma io, fra’, sono nato per fare il ladro”

Ritorno a Killa con la narrazione di Vallanzasca, che racconta di come abbia sorriso in televisione mentre veniva arrestato, narrando il retroscena di una delle immagini più famose e iconiche del “bel Renè”, preso il 15 febbraio 1977 per l’omicidio di due agenti di polizia presso un casello autostradale vicino Bergamo. E come viene sottolineato: ogni uomo ha la sua storia, chi nasce per una professione redditizia e onesta e chi, inevitabilmente, è nato solo ed esclusivamente per fare il ladro. Questa frase è tratta proprio dal film “Vallanzasca – gli angeli del male”, pronunciata dal protagonista.

Sbirri mettono a soqquadro 

Casa di mia madre

Metto giù con l’avvocato 

E torno a riposare

Ma di notte mi sveglia una voce, 

Mi grida: “Corri e non ti voltare””

La polizia che mette a soqquadro la casa della madre, fra perquisizioni e controlli, indicando come la vita da criminale del figlio abbia inevitabilmente intaccato anche la sua normalità. Le frasi dopo, invece, ci ribaltano il punto di vista su quest’esistenza, finora vista in modo esaltato: dopo aver terminato di parlare con l’avvocato, Renato può tornare a riposare, ma la notte una voce non lo lascia dormire, intimandogli di continuare a correre. L’ansia, i sensi di colpa e più in generale l’irrequietezza di una vita tanto borderline non possono far altro che stravolgere la sua intera esistenza non lasciandogli mai davvero un momento di pace e serenità. 

Si dice che mio padre 

Avesse tre dita 

Che le avesse perse 

In banca col mitra 

Mi ha passato nome, 

Fama e il mestiere 

Comandavo strade, 

Bische e galere

Il racconto passa a Turatello che introduce la narrazione sul proprio padre. Formalmente ignoto, ma che si dice fosse Francesco “Frank” Coppola, boss italiano legato però al ramo statunitense di Cosa Nostra e conosciuto come Frank Tre Dita perché si sarebbe amputato l’anulare e il mignolo della mano sinistra rimasti incastrati nello sportello di una cassaforte durante una rapina. Da lui avrebbe quindi ereditato la sua professione, grazie a cui arrivò a comandare bische e strade. 

Con la mia faccia d’angelo, 

Ma angelo della morte

Picchiavo sempre primo 

Così picchiavo più forte

Ne ho uccisi di ufficiali della Polizia 

Per tutti quei miliardi e gli abiti di sartoria

La faccia d’angelo, caratteristica con cui era conosciuto Turatello, è spiegata come faccia dell’angelo della morte, questo perché la violenza era sempre la prima risposta per lui. Viene qui anche evidenziato come i motivi per cui ha ucciso (agenti di polizia compresi), sono stati soldi e abiti di sartoria, quindi ricchezza e opulenza. 

Io già da piccolo rubavo pellicce e collane 

Dieci pali al giorno dalle puttane 

Coi marsigliesi di Albert Bergamelli 

Pesavo chili nelle stanze degli alberghi” 

Fin dalla giovane età l’indole criminale l’ha sempre fatta da padrone, portando al tempo stesso a vivere una vita sregolata spendendo montagne di soldi in prostitute, business che in seguito avrebbe gestito con forti ricavi. Viene poi raccontato dei giri loschi con i marsigliesi di Bergamelli con cui Turatello fece diverse azioni criminose, dalle rapine ai sequestri di persona. 

Alla fine mi hanno chiuso 

In un’isola in mezzo al mare

Quaranta coltellate mi hanno dato, 

Ma mi hanno reso immortale

Il mio cuore l’hanno tolto 

Dal petto dentro una cella

L’hanno preso, morsicato e buttato per terra”

E qui si arriva alla conclusione della parabola criminale e di vita di Francis Turatello. Rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Badu ‘e Carros, in Sardegna, a 37 anni venne brutalmente assassinato. Il 17 agosto 1981, durante l’ora d’aria, quattro detenuti lo accoltellarono ripetutamente. I reali motivi del suo omicidio non furono mai rivelati, questo perché i quattro carnefici fornirono sempre motivazioni e mandanti differenti durante i diversi processi. L’ultima frase racconta della leggenda secondo cui Barra, uno dei quattro protagonisti dell’omicidio, avrebbe azzannato il cuore di Turatello. 

Forse Dio mi perdonerà 

Se son stato un fiore del male

O mi farò trent’anni qua 

Per colpa di una donna o un infame

A noi che abbiamo fatto la guerra, 

Lieve la terra non sarà

Amen nel nome della pistola, 

Dei soldi e della santità

Dio perdonerà mai un fiore del male che non ha fatto altro che perpetrare terrore e cattiveria? La domanda non ha risposta, è più una speranza del criminale. In qualsiasi caso decine di anni di vita saranno trascorsi in carcere, indipendentemente dalla motivazione.

E di nuovo il rimando alla preghiera blasfema.

Quanto sangue ho visto, 

ma non ho mai mollato

Sorridevo in tele 

quando mi hanno arrestato

Ogni uomo ha la sua storia 

ed un destino assegnato

C’è chi nasce medico e chi capo di Stato

Ma io, fra’, sono nato per fare il ladro”

Di nuovo il ritornello è narrato attraverso gli occhi di Vallanzasca e nuovamente viene ripetuta la frase simbolo di Renè. 

Sbirri mettono a soqquadro 

Casa di mia madre

Metto giù con l’avvocato 

E torno a riposare

Ma di notte mi sveglia una voce, 

Mi grida: “Corri e non ti voltare

La chiusura si ripete nella frase outro “Corri e non ti voltare”, che esplica alla perfezione il riassunto di una vita criminale. Una vita fatta di ansia costante e paura improvvisa, di sregolatezza e dolore. La vita criminale viene spesso idealizzata, mentre non sono abbastanza narrati i lati negativi di questo tipo di esistenza, fatta di paura e terrore, di ansia costante e senza fine. Una vita in cui ogni singolo istante potrebbe essere l’ultimo, e ciò viene vissuto con dolore e preoccupazione. 

Perché d’altronde, per chi ha fatto la guerra, lieve la terra non sarà.

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