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Dieci anni di esperienze messe in musica: Nino Scaffidi ci racconta la genesi del suo primo album [INTERVISTA]

Talento cristallino e spirito nomade: Nino Scaffidi, cantautore siciliano, fa il suo esordio sulla lunga distanza con “A un pesce che esce“. Già Sceneggiatore e copywriter, l’artista presenta un lavoro discografico composto da 9 canzoni e 5 frammenti che esplorano i passaggi del tempo, catturando l’essenza del bambino nell’adulto attraverso suoni, immagini e figure.

Il cantautorato purissimo si unisce a testi e arrangiamenti sopraffini, arricchiti dalla voce emozionante di Nino: lo abbiamo intervistato, per conoscerlo meglio e per farci raccontare com’è giunto a questo debutto discografico.

Buongiorno Nino, benvenuto su Primo Ascolto. “A un pesce che esce”, il tuo primo album, è finalmente fuori: racconta a chi ancora non lo ha ascoltato di cosa parla il lavoro.

Buongiorno e grazie a Primo Ascolto. “A un pesce che esce” è il mio primo lavoro da solista e racchiude 9 canzoni che ho composto nel giro di circa 10 anni. Inoltre a fare da cornice ci sono alcuni “innesti” tratti da Giochi di Fanciulli di Pressburger, una poesia di Ignazio Buttitta e una di Rosalia Perlungo, mia mamma. Il tema del lavoro è la condizione del fanciullo nell’animo di un adulto. Niente di pascoliano, o forse un po’…

È proprio il caso di dire che nella vita hai fatto davvero di tutto: per quale motivo hai deciso di aspettare così tanto prima di debuttare a livello discografico?

Diciamo che non ho mai fatto una cosa specifica e basta. Semmai tante cose insieme, anzi forse ho evitato a volte agilmente, a volte in maniera goffa di fare delle cose… Ho sempre suonato, più o meno da cantautore. Se non ho mai pubblicato un album e perché non mi sentivo e, sinceramente, non mi sento molto a mio agio con quella che può essere l’industria musicale italiana. Ma poi finisce che hai delle canzoni in cui un po’ credi e allora vuoi farle ascoltare…

Nei tuoi brani si respira la forte influenza di Fabrizio De Andrè, sia nella struttura metrica che, in alcuni casi, nell’impostazione vocale. Cos’ha rappresentato e rappresenta per te il percorso artistico del cantautore genovese?

Una domanda apparentemente candida ma che nasconde una buona dose di insidie, grazie! Appartengo a una generazione che si è dovuta confrontare con De Andrè per vari motivi. Intanto perché a casa c’avevi i dischi e suonavano in maniera diversa dagli altri. I
miei lo ascoltavano in macchina, imparavi le canzoni che avevi appena iniziato a dire “pappa”… Poi quando strimpellavi la chitarra, De Andrè non è così impossibile da suonare e, per esempio, nei falò c’è sempre qualcuno che vuole cantare le sue canzoni.Dico, anche comodo. Credo che il suo valore sia stato quello di avere piegato un mercato discografico in tutte le diverse fasi della sua carriera, da Via del Campo a Smisurata Preghiera passando per Creuza de Ma, proponendo tematiche assolutamente fuori logica di mercato. Con un linguaggio vicino alla gente, colto e al contempo profondamente umano. La sua generazione era particolarmente pronta a cogliere quel messaggio e ad amplificarlo. Cosa vuoi di più? Poi è anche vero che, secondo me, adesso un De Andrè, come anche tanti altri poeti-cantautori, farebbe molta più fatica a uscire fuori. Boh, la mia impressione è che oggi tutto sia molto più omologato. Mettere in musica i vangeli apocrifi è meno facile di essere una “scimmia del quarto Reich che mentre balla la polka ci mostra a tutti il culo”, no? Del resto anche le mie canzoni riprendono stilemi già usati e, nel mio muovermi raso-muro, anche a te ricordo quello che è stato confermato essere una sorta di archetipo, cioè De Andrè. Mah, delle canzoni del mio disco forse Le Nozze è quella che riprende una sua canzone, anzi più propriamente di George Brassens, che è Marcia Nuziale. Ma non voglio sembrare polemico, figurati, essere accostati a De Andrè come anche a tanti altri cantautori italiani, stagione gloriosa!, è sempre motivo di vanto. Semmai adesso tutti quei cantautori vengono osannati, celebrati come padri della patria soprattutto quando muoiono… e allora vai con tutto il cerimoniale: la banda, l’assessore, l’intervista al pusher di riferimento! Ma siamo sicuri che sono degli omaggi e che non sia un modo per perculare, a proposito di culo, di vendere una smunta maglietta con Che Guevara? Poi io figurati, non sono nessuno, le mie canzoni non le conosce nessuno, e non vivrò sicuramente di diritti Siae…

Se ripensi a tutti i luoghi che hai girato, a quale ti senti più strettamente legato? E quale invece ha ispirato la maggior parte dei tuoi pezzi?

I luoghi ai quali appartengo sono Gioiosa Marea dove praticamente sono nato e Bologna dove vivo. Cioè sono i luoghi dove pago i tributi… Ma se vai più in profondità non sono i luoghi a formarti, semmai le esperienze. Se ti escono fuori dei racconti o delle canzoni queste magari sono figlie di esperienze che puoi fare anche nel luogo più anonimo del mondo. Grande classico: l’avvocato Paolo Conte da Asti che canta Sudamerica, Messico e Nuvole…

Ultima domanda, prima di salutarci: sarà possibile apprezzare dal vivo “A un pesce che esce” nel prossimo futuro?

Sì, nonostante non mi sia mosso troppo. Intanto c’è una serata a Bologna, al Centro Sociale della Pace, in Via del Pratello, giovedì 25 gennaio. Poi una serata al Circolo Aurora a Firenze, l’8 febbraio. Qualcosa in radio, poi forse a Parma. E aspetto risposte da Milano, Roma, Ficarazzi… ma non le aspetto con troppa ansia!

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Una risposta.

  1. Anna Franchina ha detto:

    Apprezzo la musica del caro cantautore Nino Scaffidi, che sicuramente rilassa i fans di ogni età e trasmette attraverso le ” note musicali”, un mondo ricco di esperienze e pensieri profondi, consolidati da una continua introspezione accurata ,oserei dire filosofica, del cantautore, personaggio ” unico” e “poliedrico” nel contempo.
    A mio modesto avviso, merita attenzione ed ascolto !

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