
“Sotto il segno dei pesti” è uno di quei dischi che amo definire multidirezionali: un progetto che preferisce respirare, cambiare passo, lasciarsi attraversare da ciò che arriva. Al suo interno, Edgar Allan Pop vi catapulta la stratificazione di un percorso lungo, sedimentato, pieno di appunti presi negli anni in cui Roma era un luogo da abitare e da sopportare, e la musica un modo per non soccombere al rumore.
Quello di cui voglio parlare oggi è il progetto solista di Enrico Garattoni, musicista romagnolo che negli anni ha individuato una forma espressiva tutta sua. Il nome, a metà tra ironia e dichiarazione d’intenti, racconta bene il suo approccio: un stile atipico, letterario, che non rinuncia alla profondità emotiva né alla voglia di giocare con i generi. La sua scrittura nasce spesso da immagini, luoghi, frammenti di vita urbana, e si muove tra indie‑rock, elettronica leggera e un cantautorato che non ha paura di mostrarsi vulnerabile.

Il primo impatto è proprio sonoro, più che tematico: “Francesco” apre con un ritmo che sembra voler spingere avanti chi ascolta, come se la canzone stessa avesse fretta di liberarsi di un peso, con le chitarre che si incastrano con naturalezza e la batteria di Stefano Mancini che dà una spinta quasi nervosa. Subito dopo, “I manifesti di San Lorenzo” cambia atmosfera: più morbida, più indie‑pop, con un retrogusto malinconico che non scivola mai nel melodramma.
“Lost in Translation” è il primo vero quid: pulsazione più ballabile, synth che si insinuano nei ritornelli, piccole deviazioni elettroniche che amplificano la sensazione di smarrimento, come quando vorresti stare in pista ma con lo sguardo altrove. “Morandi”, al contrario, si stringe su una malinconia leggerissima e più classica, costruita su un desiderio di protezione che resta sospeso: qui la scrittura, anche se sempre enigmatica, si fa più lineare, ma non meno intensa.
Con “Occhiali da sole” il disco si apre di nuovo: un indie‑rock dai synth estroversi, con una struttura che richiama alla mia memoria certe peculiarità dei Tre Allegri Ragazzi Morti. “Pignatta” ribalta tutto: piano, voce è fragilità esposta senza difese. È uno dei momenti più intimi del disco, e proprio per questo uno dei più incisivi.

“Roma fa la fila” riporta in scena il movimento, ma con un taglio più ruvido: un ballad che guarda al post‑punk, con linee di basso che mordono e un cantato che sembra voler tenere insieme ironia e disincanto. “Un’umanità” è forse il brano più “storico” nelle influenze: la new wave inglese dei primi anni ’80 affiora piuttosto chiaramente, evocando un’energia trattenuta, quasi nostalgica. Il finale, con “Buonanotte”, è una sorta di rientro a casa: un’atmosfera crepuscolare, con un’intimità che lascia aperto un corridoio emotivo.
Nel complesso, “Sotto il segno dei pesti” è un disco contaminato, mobile, pieno di sfumature che convivono senza mai annullarsi. I testi non sono immediati, e non vogliono esserlo: chiedono attenzione, e magari di essere anche attraversati più volte. Ma è proprio in questa densità che il progetto trova la sua forza: Edgar Allan Pop cerca di raccontare le sue sensazioni, e lo fa con una sincerità che arriva, senza bisogno di alzare troppo la voce.








