- per Antonio Contu'
- in Recensioni
- on 20/11/2024
Il settimo album di Erica Mou, “Cerchi”, conferma l’artista come narratrice di storie con la delicatezza e la consapevolezza che la caratterizza, e ci troviamo a girare in tondo senza trovare mai la pace di una fine e di un inizio, ma continuando a vagare all’interno dei nostri sentimenti, senza fermarci mai, semplicemente ruotando.
“Madre” è la nascita dell’album: ritroviamo il senso di protezione di quella figura che già da appena nati è l’istituzione più grande, quella che pensa di sapere ciò che è meglio per noi, che vuole mantenerci al sicuro dal mondo, finchè può, ma è anche quella che ci fa volare via lontano quando è il momento, aspettando con trepidazione il nostro ritorno e permettendoci di sbagliare. “La felicità era una promessa da sabotare”, ci canta Erica in “Mani d’ortica”, e ritroviamo la sensazione di non essere al posto giusto, di aver paura di aprire gli occhi per renderci conto che quell’arcobaleno che vedevamo era solamente dentro il nostro cuore: così ci lasciamo cadere, per non ferire più chi ci sta vicino.

Ci sentiamo spronati dall’artista in “Sedimenti”, quando ci coglie impreparati il raggiungimento dei 30 anni, traguardo invisibile che ognuno di noi si pone dentro di sé per arrivare a determinati obiettivi di vita che, quando ne avevamo 20, speravamo di riuscire a conquistare. Ma la nostra esistenza ha la sua personalissima via da seguire: sappiamo che vogliamo qualcosa ma non sappiamo cosa, o come raggiungerla, pensavamo che avremmo avuto tutte le idee chiare, eppure ci sembra di partire dal punto di partenza e di stabilità non c’è neanche l’ombra, ma “se non parti non arrivi mai”. Raggiungiamo la folkloristica “La festa del Santo”, rappresentante quei momenti in cui tutto gira intorno a noi: luci, suoni e colori che ci fanno sentire in una dimensione così diversa dalla nostra solita tali da non farci percepire chi ci sta accanto, facendoci perdere in una confusione interiore ed esteriore che ci fa capitolare.
Ed eccoci a ricordare un legame che sembrava infinito, nato durante l’infanzia spensierata, in cui “Complici” ci trovavamo a correre a perdifiato su quelle strade che conoscevamo così bene, fino a quando le vie non si sono separate, ognuno con le sue valigie da portare e le promesse da mantenere, che sono state portate via dal vento (e quanto è strano poi, ritornare). Ed è con il favore del buio che rimaniamo soli con i nostri pensieri a “Parlare coi cani”, quando guardiamo quella persona a cui vorremmo raccontare tutto, spiegare i nostri sentimenti così profondi, ma con gli occhi lucidi ci costringiamo a perdere il momento, e alla fine non ha più senso parlare.

Tutti gli addii sono diversi, che sia la fine di un pasto o la fine di un’era, la fine di una stagione o la fine della speranza: “L’alfiere” ci fa sentire il profumo dei cambiamenti e ci descrive il mutare di tutto, mentre la “Genesi” ci raccomanda di non scordare mai che la vita è un gioco ed è un tango tra il desiderio e la possibilità. Riapriamo il cerchio iniziato con “Madre” e lo continuiamo con “Piccola vita”, dedica alla figlia di Erica Mou ancora prima della sua nascita: quasi una nenìa in cui, cullando la sua pancia, l’artista chiede alla sua bimba se davvero vuole nascere in questo mondo, e che se lo farà, lei la proteggerà a qualsiasi costo. Chiude l’album “Canzone per la me che sono stata”, e veniamo rapiti dalla dolce voce dell’autrice mentre saluta la sé stessa del passato, mantenendo solamente le esperienze che l’hanno fatta crescere.
“Cerchi” di Erica Mou è una circonferenza in mezzo ad un lago creata da un sasso che scompare subito, mentre questa continua ad allargarsi sempre di più, fino a sparire, fino a confondersi con il contorno, fino a non vedere più la differenza tra passato, presente e futuro.
Traccia preferita: Sedimenti
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