- per Antonio Contu'
- in Novità
- on 16/01/2025
Articolo a cura di Francesco Ferri
“Resta calmo, resta calmo
Sono calmo, sono calmo
Resta calmo, resta calmo
Sono calmo, sono calmo
Resta calmo, resta calmo
Sono calmo
Senti”
Le parole che aprono il brano in questione sono come un mantra. Vocaboli ripetitivi che si susseguono in un ipnotico circolo vizioso di botta e risposta. L’interlocutore che sostiene di essere calmo mentre qualcuno lo incalza, invitandolo a rimanerlo. Un inizio capace di confondere immediatamente l’ascoltatore e trasportarlo nel brano di Ernia, “La Ballata di Mario Rossi”.
“Una storia che non raccontano
alla scuola perché fa paura
Lato oscuro della luna
Se la raccontassero
poi sai te che fregatura,
autocensura”
L’inizio delle strofe ci fa comprendere subito di cosa tratterà questa canzone: un racconto che fa paura. Una narrazione che non viene fatta a scuola proprio perché provoca terrore, venendo paragonata al lato oscuro della Luna, immagine simbolo di qualcosa di sconosciuto e spaventoso. Se dovesse essere raccontato verrebbe subito censurato: ecco perché l’autocensura è preventiva ed evita la fregatura.
“Dal primo giorno
che entri a lavoro
T’accorgi che quel giorno
è come il battesimo
Lavori per far fare
i soldi a un altro che
In più ringrazi,
bentornati al feudalesimo”
La canzone inizia subito a far comprendere la critica sociale che ne costituisce la base: l’analisi lucida e cinica della vita lavorativa di un lavoratore medio. Dal primo giorno in cui un dipendente entra a lavoro, infatti, si accorge che entra in una nuova realtà, compiendo un vero e proprio battesimo, un evento che lo segna. Ed è qui che si incomincia a lavorare per far fare soldi ad altre persone che ringrazieremo anche. Da qui l’allusione al feudalesimo e il paragone fra il rapporto esistente fra dipendente e superiore e quello del Signore medievale con i propri feudatari.
“Fingi di essere umile,
poco ambizioso e di esser felice
Se lei è nubile è meglio da assumere
Schiacciato sui mezzi come un’alice”
L’umiltà come recita per apparire più appetibile agli occhi degli altri, nonostante la forte ambizione tenuta nascosta. Così come si mostra il sorriso più finto che possa esistere. La donna vista come elemento più probabilmente assunto in caso sia nubile, così da scongiurare possibili gravidanze, vivendo una vita in cui si viaggia tutti ammassati come sardine all’interno dei mezzi di trasporto per andare e tornare da lavoro.

“Il mio vecchio capo
ancora lo detesto
Ma non finii l’uni,
io non faccio testo
Tu che hai studiato diec’anni, non penso
Che davvero sognassi di fare questo
J’ai mal à la tête”
Il protagonista dichiara apertamente di odiare il suo vecchio capo nonostante il passare del tempo, ammettendo contemporaneamente di non fare testo, non avendo finito l’università. Mentre colui a cui si rivolge ha studiato per dieci anni e non pensa proprio volesse fare questo ai tempi… che mal di testa.
“L’ambizione maggiore
È avere una donna
che non sembri il termosifone
Dodici ore e poi il weekend,
puoi goderti il televisore”
In queste due barre è racchiuso il significato più recondito della canzone: esporre il vero e proprio pensiero del lavoratore medio, dell’uomo medio per eccellenza. Il Mario Rossi numero uno in Italia: un personaggio fantozziano il cui unico vero desiderio è avere una moglie graziosa e visivamente carina, lavorando anche dodici ore al giorno, pur di godersi il weekend. In un loop continuo. Una trappola mortale formata da una routine malata e avvelenata.
“Fallito è chi sta ai piani bassi
Che guadagna meno,
non so se mi spiego
Sdraiato a terra
come pezzi di LEGO
Ma almeno quello
può riempirti un po’ l’ego”
Il lavoratore medio si consola da solo, raccontandosi che in fondo non è così un fallito. In fondo la sua vita non è poi tanto male, c’è sempre chi sta peggio di lui. C’è sempre chi guadagna meno. Questa magra consolazione è l’unica cosa che può provare, inutilmente, a riempire il suo ego.
“Spazio negato
Il tuo tempo
non è un diritto arrogato
Dai non fare quella faccia, sfigato
In questa azienda dovresti
sentirti perlomeno appagato”
La vita del lavoratore, il suo tempo visto come mera merce di scambio, di cui non ha diritto per nascita. Inutile fare facce allibite, solo per il fatto di star lavorando in una determinata azienda bisognerebbe sentirsi appagati.

“Un grillo che parla
sta sulla tua spalla
Ti dice: “Non farlo”,
è come il tuo dáimōn
Racconta una palla
e ‘sta giornata salta
Oggi puoi farlo,
sai di che parlo, o no?”
Questo passaggio è tanto particolare quanto ricco di sottintesi. Ben sapendo come funzionano le cose, come va la società e come funziona il mondo del lavoro in Italia, ogni lavoratore in una situazione disagiata ha come un grillo che parla sulla spalla. Figura iconografica della “coscienza”, dopo essere stato utilizzata da Carlo Collodi in “Pinocchio”. Quest’ultimo, come un “dáimōn”, ossia un’entità a metà fra divinità e umano che influisce sulle azioni in modo malefico o benefico, ha potere di svoltare la vita del lavoratore in un modo o nell’altro. E basta poco. Basta che racconti una palla e la giornata salta. Un vocabolo che qui assume un doppio significato, con l’allusione sottintesa al suicidio, visto come via d’uscita da una situazione lavorativa non debilitante e disumanizzante.
Oggi puoi farlo, o no?
“Resta calmo, resta calmo
Sono calmo, sono calmo
Resta calmo, resta calmo
Sono calmo, sono calmo (J’ai mal à la tête)
Resta calmo, resta calmo
Sono calmo, sono calmo
Sono calmo, sono calmo”
Di nuovo il mantra. Incessante.
“Poi arriva il giorno
Che nasce un figlio
che riempie l’orgoglio
E svuota il portafoglio
Sa ricucir sentimenti spezzati
O che in altri casi
non ci sono mai stati”
Una svolta nella vita del lavoratore. L’arrivo di un figlio, fonte di problemi economici che porteranno a svuotare il portafoglio ma anche sistemare rapporti sentimentali danneggiati o che in alcuni casi non erano nemmeno sbocciati.
“Vi siete impegnati,
Dio mio che bravi
Tra i pianti dei bimbi
e i sorrisi dei cari
Applausi per farvi
sentir realizzati”
Ci si sente bravi, giusti, ad aver perseguito una vita semplice, abitudinaria. Una vera e propria routine fra pianti di bambini e cani scodinzolanti a zampettare fra le gambe. Applausi immaginari da tutti quanti, per sentirsi realizzati nella propria mediocre vita come tante altre.
“Ma le carezze
le apprezzano i cani
Forse alla felicità basta niente
Ma queste giornate
sono uguali sempre
Questi cuscini ricordano seni
E queste coperte
ricordano un ventre”
Le carezze immaginarie, i complimenti della gente e le briciole dell’ego, vengono apprezzate solo dai cani. Alla felicità e alle cose realmente importanti basta niente. Ma il rischio di ogni vita di routine è proprio la monotonia che arriva, a poco a poco, a spegnere ogni tipo di sentimento, rendendo le giornate tutte uguali e allontanando sempre di più marito e moglie, così che anche i contatti intimi sono ormai ridotti all’osso. E a letto i cuscini ricordano dei seni, mentre le coperte un corpo, in un lontano ricordo di un amplesso sessuale ormai dimenticato nel tempo.

“Odia chi c’ha più di te
perché ti senti meno
Tipico italico medio
Dai social lui sembra sereno
E tu detesti rifare le ferie sul Tirreno”
Il tipico italiano medio che odia colui che guadagna di più, osservando invidioso sui social tutto ciò che gli altri postano, invidiando silenziosamente tutti quanti, detestando chi sembra felice a discapito del solito Mario Rossi che le vacanze le farà ancora sul mar Tirreno.
“A chi ce l’ha fatta tu trovi i però
Perché tu credi in Cristo,
non nell’arrivismo
Faresti lo stesso solo se potessi
Chi guadagna poco
qua viene mal visto”
La critica sociale di Ernia si muove sempre nella stessa direzione: il sistema capitalistico moderno e la vita lavorativa di oggi. La visione che chi c’è l’ha fatta comunque sia deve essere criticato, perché pur credendo nella religione si critica l’arrivismo. Ma l’italiano medio sarebbe il primo arrivista, se solo ne avesse le possibilità. Perché comunque sia chi guadagna poco è sempre mal visto.
“Non c’è via d’uscita (Oh no)
che non sia in salita
I momenti belli stanno sulle dita
Pensa a volte quanto
sia fantozziana la vita
Con gli anni poi è risaputo
Aumenta la lista degli “avrei potuto””
La via d’uscita da questa trappola non esiste, nessuno la conosce, se non prevede altra fatica, sempre in salita. I momenti piacevoli e felici della vita sono pochi e il pensiero dell’esistenza risveglia ricordi di fantozziana memoria, con il rimando al personaggio creato di Paolo Villaggio, il ragionier Ugo Fantozzi, simbolo per eccellenza del dipendente medio italiano sfruttato e svilito. Perché alla fine, con gli anni, è risaputo che ad aumentare è la lista di cose che non si ha fatto, che non smette mai di far pensare a come sarebbe potuta andare in altri modi…
“Chi non s’accorge non è molto astuto
Oppure ha il cuore grande come uno sputo
Tu che mi ascolti non ti senti coinvolto
Quindi capisco il sorriso da scemo”
Ernia qui arriva a rivolgersi direttamente all’ascoltatore. Perché chi non si accorge di tutto questo marchingegno, chi non si accorge di com’è organizzata la vita sociale e lavorativa in Italia non è sicuramente molto furbo. Oppure ha il cuore molto piccolo, paragonato ad uno sputo. Come colui che non difende i propri diritti e vive senza un minimo di orgoglio e amor proprio, anche sul lavoro. E infine si rivolge proprio al suo ascoltatore medio, che molto probabilmente non si sente coinvolto da questa narrazione, vuoi per una media d’età degli ascoltatori sicuramente giovane e non ancora inserita nel meccanismo all’interno del quale naviga e vive Mario Rossi. Vuoi per mera ignoranza e voluta cecità di fronte ai fatti schiaccianti e avvelenati della società lavorativa contemporanea.
“L’insoddisfazione è la natura umana
Nessuno escluso, ognuno compreso”
La chiusura del brano è emblematica quanto nichilista: nessuno è escluso dall’insoddisfazione, natura reale e più profonda dell’essere umano. Niente di più lo caratterizzerà più di quest’ultima.
“La Ballata di Mario Rossi” è un esempio stupendo di come lo storytelling musicale sia spesso legato indissolubilmente al rap come mezzo per comunicare un messaggio di forte critica sociale, capace di arrivare all’ascoltatore non soltanto per la qualità della musica che fa da sfondo al testo, ma per il contenuto intimo e profondo di ogni sua frase. Un esempio lampante di come un brano musicale può contenere un intero universo di passioni e idee fortemente evocative. Ernia ha composto un testo unico nel suo genere per aver composto una ballata di un uomo semplice, un uomo qualunque. Con i suoi tanti pensieri e le innumerevoli preoccupazioni, oltre alla sana e italica invidia che tanto riempie l’animo di molti abitanti dello Stivale. Mario Rossi potrebbe essere chiunque di noi, anche tu che leggi queste righe.
Ma infondo, come me, come tanti altri, potresti non essere tanto furbo e non accorgerti dell’ingranaggio del quale sei una minuscola, infinitesima parte.
Resta calmo, resta calmo
Sono calmo, sono calmo
Tags: Analisi del testo, ernia, La Ballata Di Mario Rossi, rap italiano








