info@primoascolto.it

Francesca Michielin – Magia Bianca | Recensione | Primo Ascolto

“Magia Bianca” è un progetto che arriva in un momento particolare della carriera di Francesca Michielin, e forse proprio per questo assume un valore diverso rispetto ai suoi lavori precedenti.

Non è un disco pensato per il mercato, né per inseguire algoritmi o playlist: è un lavoro breve, quasi collaterale, che sembra nascere più da un’urgenza personale che da un’esigenza commerciale. Francesca sceglie deliberatamente la strada più complessa, costruendo un concept che intreccia stregoneria, folklore, simbolismo esoterico e critica sociale, creando un universo narrativo sospeso tra realtà e il mondo fantasy.

L’apertura con “1484” è un manifesto programmatico: una produzione curatissima, quasi da colossal, che richiama l’anno della bolla papale che diede avvio alla caccia alle streghe. È un brano che intreccia passato e presente, trasformando il Medioevo in una metafora del contemporaneo, tra controllo, paura e necessità di conformarsi. “Una donna non può” è il pezzo più diretto, ma anche tra i più riusciti: un attacco ironico agli stereotipi di genere, costruito con un immaginario pop e fantastico che ribalta i ruoli e denuncia i limiti ancora imposti alla figura femminile.

“Il canto delle anguane” affonda nel folklore veneto, recuperando figure mitologiche femminili demonizzate dalla tradizione e trasformandole in simbolo di diversità e resistenza; “Feral Girl” è liricamente forse fin troppo accessibile, ma parla di autodeterminazione come risposta a un presente che ancora pretende di definire cosa una donna debba essere. “Strega Comanda” è uno dei momenti più interessanti anche se melodicamente controversi, soprattutto nelle linee vocali: un gioco infantile ribaltato in dichiarazione di indipendenza, con synth e basso anni ’80 che richiamano tanto il pop quanto la sperimentazione elettronica più colta.

“Litha” e “Solstizio d’estate” consolidano il concept, la prima con un immaginario rituale, la seconda con un’atmosfera più eterea e ipnotica; Chiude “Magia Bianca, Magia Nera”, tra le più pregevoli anche grazie alla penna di Ceneri, che arricchisce il brano senza snaturarne l’identità.

Il disco vive di un equilibrio particolare: da un lato la ricerca sonora (dungeon synth, elettronica, richiami anni ’80, le già citate suggestioni fantasy), dall’altro una scrittura che alterna ironia, simbolismo e un certo bisogno di affermare la propria identità. È un progetto che volutamente si allontana dalle logiche del mercato e che sceglie la strada più rischiosa: costruire un immaginario, invece di inseguire il singolo da playlist.

Il limite, forse, è proprio questo: “Magia Bianca” è un lavoro che vuole dimostrare molto, a volte troppo. Alcuni passaggi risultano rigidi, come se l’immaginario medievale rischiasse di diventare gabbia più che metafora; allo stesso tempo è un disco che segna una transizione necessaria: sicuramente non sarà quello che la rilancerà commercialmente, e molto probabilmente non vuole esserlo.

È un lavoro catartico, un modo per esorcizzare un periodo difficile e rimettere a fuoco la propria personalità. Un episodio di percorso più che un punto d’arrivo, ma che ha una certa valenza perché, per la prima volta dopo anni, Francesca si propone come artista che vuole sperimentare, e non come istituzione pop.

Tags: , ,

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *