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Francobeat ci ha descritto l’impulso creativo che ha portato al concepimento di “Amour automatique” [INTERVISTA]

Francobeat, alias Franco Naddei, è uno degli artisti più poliedrici dei nostri tempi: nella sua lunga carriera ha saputo infatti mescolare generi e influenze, riuscendo a creare delle vere e proprie opere discografiche.

Con il suo ultimo album, “Amour automatique“, è riuscito a trasportarci in un percorso sonoro e non solo, che esplora temi profondi come l’amore, la vita e le relazioni. In questa intervista abbiamo scoperto il processo creativo dietro questo progetto ambizioso e personale, ma soprattutto cosa rende Francobeat una figura così affascinante nel panorama musicale italiano.

Buongiorno Franco, benvenuto su Primo Ascolto. Poche settimane fa è uscito “Amour automatique”, il tuo nuovo album: un titolo intrigante, che mira a rappresentare anche il concept del lavoro. Puoi raccontarci il significato dietro questa scelta?

Ciao a voi e grazie per l’invito. Credo che il francese nel nostro immaginario, o forse solo nel mio, sia una delle lingue dal suono più suadente e sensuale. Il brano era strumentale, uno dei tanti nati dalle sessioni registrate dal vivo col mio compagno di avventura Gianni Perinelli, e siccome aveva questo tema un po’ retrò ho cominciato a fantasticare sul fatto che, per contrasto, una macchina potesse ripetere a loop “amore automatico”. Poi ho scritto il testo e certe cose mi suonavano meno dirette dette in una lingua che non conosco. La traduzione, e soprattutto la voce, è stata affidata a Paola Venturi che già fu ospite del mio lavoro “a distanza” del 2020 “L’asciugapensieri”. Lei era perfetta per interpretarla e mi piaceva ancora di più l’idea di aprire il disco con una voce femminile con qualche inevitabile richiamo di gainsbourghiana memoria. Un elenco associato a varie immagini tra autoerotismo, fantasie, ricordi, pensieri tortuosi che però alla fine portano all’amore vero.
La linea erotica e di auto-analisi è presente in molti brani del disco. In estrema sintesi si parla di tempo che passa, di amore, morte, sesso, vita e ancora amore.

Ogni brano sembra un viaggio tra generi musicali diversi. Come hai lavorato per creare questa commistione di stili e qual è stata la scintilla che ha dato vita a questo progetto?

Io e Gianni suoniamo insieme da ormai molti anni e quasi sempre in totale improvvisazione tra jazz ed elettronica. Nel 2020, come tutti, ci siamo trovati senza un palco ma abbiamo voluto continuare a suonare, ed abbiamo registrato tutto. Erano dei bei live, talmente belli che forse bastava mettere un po’ in ordine il flusso improvvisativo e prendere spunti, stralci e campionamenti, da usare per creare vere e proprie canzoni. Quando siamo riusciti a raggiungere di nuovo i palchi abbiamo continuato a suonare queste idee strumentali e io nel frattempo avevo raccolto cose scritte nel tempo. Dal vivo associavo pezzi di testi sparsi a seconda dell’umore che mi evocava ciò che stavamo suonando. Una sorta di scrittura empatica ed istintiva dal vivo, il luogo dove è più facile capire se ti stai emozionando davvero mentre canti. Abbiamo fatto qualche concerto registrando tutto e abbiamo messo in ordine le cose migliori arrangiando la parte elettronico-ritmica, quella dei fiati e dei sintetizzatori. Il sapore afro-beat elettronico aleggiava in molte tracce quindi ho pensato di chiamare vari batteristi a suonare sopra questi primi embrioni. Grazie a Youssef Ait Bouazza (dei Savana funk), Fabio Nobile (non solo coi Jazzabilly lovers ma tanti altri) e il mitico Vince Vallicelli batterista di lunga esperienza (da Gianna Nannini al grande blues) che ha portato la sua collezione di djembè! Lentamente il disco mi è fiorito nelle mani in maniera naturale e con la sensazione che fosse finalmente, almeno per me, un disco dove la parola è al servizio della musica oltre che direttamente connessa al suono dei brani. Come dal vivo alcune cose sono rimaste suonate dal duo e così le abbiamo registrate come “Ballata siderale” e “Non sono romantico”. “Oro di uno”, ad esempio, la suonavamo dal vivo strumentale col nome in codice “Luigi tecno” per capirci tra noi quando suonarla.

La traccia “Ballata Siderale” mi ha particolarmente smosso per la sua essenza particolarmente evocativa. Qual è la storia dietro questo brano?

Touchè! E’ sicuramente il brano più intenso, per me. Questo testo era tra i miei appunti con molto disordine. Era uno sfogo, probabilmente in una notte insonne, dove mi chiedevo cosa sarebbe rimasto di me una volta passato a miglior vita. Nel testo ci sono ancora immagini disordinate e meno dirette che in altri brani forse per via della finzione narrativa. Fluttuare nello spazio senza gravità e guardarsi intorno, dentro, nel futuro e nel passato. Lo suonammo la prima volta al Torrione di Ferrara, noto jazz-club. Avevamo preparato il tema e lo strumentale era totalmente fluttuante e senza tempo. A un certo punto ho preso quel testo, ho messo un vocoder e ho cominciato a cantare una nota sola facendomi attrarre dalle parole nel foglio. Il resto che mi è venuto in quel momento l’ho trascritto e poi lo abbiamo risuonato dal vivo in studio. 2 sole take e, come sempre, meglio la prima e per fortuna perché a cantarlo più volte sarei emotivamente svenuto!

Dopo un decennio di pausa autoriale, cosa ti ha spinto a tornare con un progetto così ambizioso?

Semplicemente avevo qualcosa da dire. Sono stati anni di cambiamenti, sono successe tante cose tra epidemie, traslochi, matrimoni. Ho cominciato ad annotarmi frasi, a raccontarmi, ad osservare, annusare, a ricordare, fantasticare. Avevo ritenuto conclusa l’esperienza Francobeat e pensavo che “Naddei”, con cui ho fatto “Mostri” e “L’asciugapensieri” potesse firmare anche questo disco. Ma poi giustamente dapiù parti, mia moglie Sabrina in primis, mi hanno fatto notare che nel disco c’era tanto di me e che fosse più giusto far tornare quella specie di cantautore che cantautore non lo è mai stato fino in fondo. Poi che sia ambizioso non lo so. Come detto è stato tutto molto naturale. Sicuramente il fatto di essere un produttore artistico nei dischi di altri mi fa muovere tra più linguaggi ed influenze di tutti i generi in cui, fortunatamente, sono sempre immerso.
Del resto io non sono mai stato bravo a copiare pedissequamente suoni e composizioni altrui per cui anche se copio poi faccio un gran miscuglio e ne esce fuori sempre qualcosa di diverso ed inaspettato.

La tua “Trilogia della Fantasia” ha segnato una fase lunga ed importante della tua carriera. Quel periodo e quei lavori hanno in qualche modo influenzato il concepimento di “Amour automatique”?

Mi sono accorto, guardandomi da fuori, che Francobeat aveva lavorato quasi esclusivamente nelle tracce e sotto-tracce di quello che è il pensiero fantastico, ma me ne sono accorto durante il percorso. Inseguire e frequentare la fantasia per paura di perderla. Ogni disco una ricerca, libri, movimento, trovare nuove sonorità. So che nei miei dischi ho sempre messo al centro la parola e la parola evoca già indizi di suono e addirittura melodie.
In “Radici”, che percepisco come il disco della maturità di Francobeat, grazie ai testi scritti dagli ospiti dell’omonima residenza per disabili mentali che ho avuto la fortuna di incontrare nel mio cammino, mi è apparsa questa libertà poetica possibile, inevitabile, direi pura. Nessun filtro. È forse da questa sensazione che ho tentato di cambiare modo di scrivere. Volevo essere chiaro, comprensibile, almeno a me stesso. Nei miei vecchi testi c’era sempre il personaggio Francobeat che faceva da scudo e usava giochi di parole, neologismi, psichedelia e chi più ne ha più ne metta. Con l’età il ritorno di Francobeat doveva essere accompagnato dalla maturità e dall’esperienza che ti da il tempo che passa e la volevo raccontare nella maniera più sincera possibile.

Sei attivo da diverso tempo, ma è come se, nonostante il passare degli anni, la tua voglia di continuare a sperimentare con nuovi generi o tecnologie addirittura stia aumentando. È una sensazione corretta?

Come detto ho la fortuna di conoscere moltissimi artisti bravi, non solo in ambito musicale. Sono fermamente convinto che ci sia sempre qualcosa di nuovo e di bello da trovare e valorizzare. Questo lavoro mi da sempre la possibilità di provare cose nuove, riscoprire cose vecchie, mescolare tutto. Inoltre lavorare ai dischi altrui è linfa vitale oltre che un allenamento continuo. Nel tempo ho imparato che la sottrazione fa notare i dettagli e da un po’ di tempo a questa parte amo i dischi fatti con poche cose e questo forse sarà la prossima sfida per Francobeat.

La collaborazione con Ribéss Records, invece, com’è nata? Credi sia importante avere al tuo fianco un’etichetta, considerando che spesso ti sei affidato anche all’autoproduzione?

Con Francobeat ho sempre avuto una etichetta che credesse nei progetti che proponevo e questo certamente ti fa sentire meno solo! Poi sul ruolo che può avere una etichetta oggi ne potremmo parlare per ore, o anche no. Con Ribéss ho fatto dischi coi Santo Barbaro e con Giuseppe Righini. Conosco Giulio da molti anni. E’ un artigiano della musica e ha a cuore i dettagli per le sue uscite per cui si spende con grande passione anche inventandosi formati particolari e curati.

Quando gli ho proposto “Amour automatique” sapevo che avrebbe colto l’idea un po’ folle che avevo per l’uscita di questo disco. Uscirà infatti a breve una edizione box in formato vinile con dentro 10 stampe in alta qualità con le illustrazioni originali pensate da Marcello di Camillo. Dentro ci sarà anche il cd e un QR code per il digitale con vari contenuti speciali. Ah, il vinile non c’è!
Se non ci fosse stata Ribéss a mettere in ordine tutto questo non sarei riuscito a concretizzare questa idea che poi naturalmente è migliorata proprio grazie a Giulio. Per cui ora ci metteremo a confezionare a mano tutte e 100 le copie che saranno numerate e soprattutto bellissime! L’idea di “vendere” solo musica credo sia ormai obsoleta. Mi piace sapere che magari qualcuno si attaccherà da qualche parte in casa una o più di quelle stampe come quadri sparsi per casa.

Oltre a Francobeat hai spesso dato il tuo contributo a dei progetti collaterali, come ad esempio testimonia la collaborazione con i Jazzabilly Lovers. Prima di salutarci ti chiedo, considerando appunto la tua attitiudine ad essere molto impegnato: ci sarà modo di apprezzare “Amour automatique” dal vivo?

Prima o poi lo faremo ma ancora non ci sono le condizioni per farlo, sia economiche che umane. Ci deve essere l’incastro giusto e il luogo giusto. Nelle mie ambizioni la full band è totalmente fuori mercato e la riduzione in duo non renderebbe giustizia al suono complessivo del disco. Vedremo. Magari farò un piano solo sempre nell’ottica di togliere tutto. Poi si potrebbe parlare a lungo delle condizioni del comparto della musica dal vivo per chi come noi non ha grandi numeri. Ho l’impressione che fino a qualche anno c’erano più spazi per fare proposte un po’ fuori schema o semplicemente particolari. Vedo quei pochi locali che ancora lottano per fare proposte musicali coraggiose, anche qui intorno alle mie zone romagnole, fare sempre più fatica e il ricambio generazionale gioca di efficacia con programmazioni sempre più algoritmizzate e a basso rischio.
C’è del buono e pure tanto, ma non fa grandi numeri e si continua a sopravvivere e a stare in trincea a difendere quello che pensiamo sia bello per tutti per continuare a condividerlo con un pubblico e farlo crescere.

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