
A tre anni di distanza dalla nostra ultima chiacchierata, abbiamo avuto il piacere di scambiare qualche battuta con Gianluca Todisco, artista e produttore che ha appena pubblicato il suo primo EP, “The Inner Circle“, disponibile su tutte le piattaforme streaming.
Un viaggio sonoro e spirituale, nato tra i silenzi dei campi aperti e l’energia pulsante di Los Angeles: cinque brani che esplorano il ritmo, il silenzio e l’identità, intrecciando strumenti a legno e registrazioni dal vivo. Un diario musicale di trasformazione, dove il personale diventa universale e il suono si fa alchimia.
Ciao Gianluca, bentornato su Primo Ascolto. Poche settimane fa è uscito “The Inner Circle”, il tuo primo EP: raccontaci cosa ne ha ispirato il concepimento, vista la particolarità complessiva del lavoro.
Ciao ragazzi, grazie di cuore! “THE INNER CIRCLE” è nato da un bisogno interiore: quello di guardarmi dentro e trasformare le mie fragilità in musica. È un viaggio sonoro e spirituale allo stesso tempo, dove ho sperimentato con ritmi e field sounds registrati anche dal vivo, per unire la dimensione concreta con quella interiore. L’ispirazione è arrivata da un periodo molto intenso della mia vita: Los Angeles, le persone incontrate, i colori, la spiritualità e le atmosfere che mi hanno portato a immaginare questo cerchio interiore come uno spazio sacro in cui guarire e rinascere.
Ho trovato questo progetto, soprattutto nella parte iniziale, vicino all’estetica stilistica che hai utilizzato per “Hollywood”, il tuo pezzo più streammato. Anche qui, infatti, hai cercato la tua necessità di una valorizzazione personale: è corretto?
Sì, assolutamente. In “Hollywood” c’era già il seme di quella ricerca personale. Con “THE INNER CIRCLE” ho voluto portarla a un livello più profondo, in modo naturale: non solo valorizzare me stesso come artista, ma anche come essere umano. Ogni brano rappresenta un passo in questa trasformazione: cadere, rialzarsi, riconoscersi. È un percorso di auto-affermazione che non si ferma mai. È un ciclo continuo.

Dopo due singoli in italiano, rilasciati nell’ultimo biennio, hai scelto di affidarti per questo lavoro alla lingua inglese: è dettato dall’influenza americana che ha caratterizzato il tuo recente passato, nonché presente?
Sì, ma non solo. L’inglese per me è stato lo strumento più naturale per raccontare questo tipo di viaggio, forse perché nato proprio mentre vivevo a Los Angeles. Lì mi sono sentito immerso in un’energia diversa, che mi ha spinto a scrivere in inglese in modo spontaneo. Credo che ogni lingua abbia la sua musica e l’inglese in questo caso mi ha permesso di essere più diretto e sincero. Quando scrivo lascio fluire le parole nel modo più naturale proprio per questo a volte possono esserci diverse lingue unite in un unico brano.
In inglese “The Inner Circle” è inteso come “La Cerchia Ristretta”: la scelta dare al progetto questo titolo ha radici particolari?
Sì, per me “THE INNER CIRCLE” non rappresenta tanto un gruppo di persone, quanto un viaggio dentro di sé. È quella cerchia intima, invisibile, che ognuno custodisce dentro di sé: il nucleo più autentico della propria anima. La propria essenza. Entrare in quel cerchio significa affrontare paure, trasformarle e ritrovare la propria luce.
Storicamente i pezzi con peculiarità dance mantengono una durata decisamente più lunga rispetto a quelli che hai proposto tu per “Rambo”, “Vertigo” e per la title track: è una scelta dettata da determinate esigenze artistiche?
In realtà no, lascio che tutto si crei nel modo in cui deve prendere forma. I miei brani non sono pensati come lunghe tracce da club, ma come esperienze concentrate: come uno shot energetico, una scossa che arriva diretta e lascia l’ascoltatore carico e con il desiderio di ascoltarne ancora e ancora. Proprio per questo credo che in un DJ set possano avere un impatto immediato di qualcosa che ti prende subito e ti rimane addosso.

Con “Màaz” sei decisamente uscito dalla zona di comfort, decidendo di affidarti a sonorità più arabeggianti: da dov’è nata questa idea?
“Máaz” è nata come un mantra spontaneo. L’ho registrato a Griffith Park, a Los Angeles, immerso nella natura. Non era un brano pensato, è un flusso: un canto che mescola la mia voce alla meditazione. Le sonorità sono arrivate naturalmente, parte di quella preghiera interna.
Anche “The Lovers”, in un certo senso, si differenzia dalla linea musicale del lavoro: il ritmo si fa più deep e la voce si fa più melodica. È un pezzo che ha ambizioni diverse rispetto ai precedenti?
“The Lovers” è il cuore emotivo dell’EP. Se gli altri brani parlano soprattutto di me, questo parla dell’amore che ci lega agli altri. È un brano più intimo e melodico perché racconta il mistero delle anime gemelle: due fiamme che si riconoscono sempre, oltre il tempo e lo spazio. Più che avere un’ambizione diversa, ha una missione diversa: ricordarci che l’amore che desideriamo è sia in noi stessi e nei frammenti in cui ci riconosciamo di un’altra anima.
Ultima domanda, prima di salutarci: credi ci sarà modo, in futuro, di poter apprezzare dal vivo “The Inner Circle” ed il resto della tua discografia, oppure rimarranno delle opere da studio?
Assolutamente sì. La dimensione live per me è fondamentale: la musica cambia quando la condividi con le persone, diventa energia viva. Sto già lavorando per portare “THE INNER CIRCLE” dal vivo, credo che i brani possano prendere una nuova vita sul palco, diventare esperienze collettive e non vedo l’ora di viverlo.








