- per Antonio Contu'
- in Novità
- on 27/01/2025
Pochi giorni fa abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Mirko Di Francescantonio degli iBerlino, una delle band più innovative e longeve della scena musicale indipendente italiana.
Con il loro nuovo album “analog:ca“, Mirko e Fabio Pulcini ci hanno immerso in un viaggio sonoro che connette epoche diverse, mescolando suoni del 2014 con quelli del 2024. Questo disco, tra influenze trip hop e brani semi strumentali, esplora temi di viaggio nel tempo e messaggi dal futuro, virando su di un modus operandi sperimentale ma alquanto incisivo.
Ciao, benvenuti su Primo Ascolto.
Ciao e grazie dell’interesse.
Poche settimane fa è uscita “analog:ca”, la vostra ultima fatica discografica: possiamo definirlo il lavoro più emotivo degli iBerlino?
Non posso dirti che gli altri non lo siano stati altrettanto. Sono stati periodi e momenti di vita ovviamente diversi che rispecchiavano l’età di ragazzi a loro modo irrequieti seppure con caratteri differenti. In questo disco ci siamo trovati adulti e un pò “imbiancati”. Abbiamo avuto dei lutti, delle situazioni particolari in cui la vita è cambiata e ci ha segnato. Credo sia il lavoro con più consapevolezza, ha un che di decadente nel suo approccio: come tenere delle foto in mano sviluppate solo ora. Come per far rivivere materialmente alcune cose.
Nei credits del lavoro c’è anche il 2014, impersonificato nelle vesti di un vero e proprio collaboratore: quando è sorta l’idea di recuperare del vostro materiale da quell’anno in particolare e quanto è stato emozionante “rispolverarlo”?
Lorenzo Lambertini stava e sta lavorando ai remaster di “Hai mai mangiato un uomo?” e il precedente “Negli anni luce”, appunto del 2014. Subito dopo “Negli anni luce” doveva uscire un disco composto per metà da live e metà da inediti (che poi sarebbe diventato il più breve EP “Follie d’autunno”). Molto di quel materiale è stato accantonato perché cambiammo formazione; io e Fab rispetto agli altri eravamo affascinati dall’elettronica data la vita notturna che facevamo, quando ci definivamo però ancora una “band”. Fabio è stato più lungimirante definendoci invece un “collettivo” che è quello che siamo realmente. Se avessimo avuto all’epoca l’ottica da “collettivo” e non da “band” probabilmente quel disco sarebbe uscito. Mi è sempre rimasto un pò qui, questa cosa, come qualcosa di incompiuto nel cassetto. Ora, parte di questo “disco fantasma” probabilmente finirà nel remaster di “Negli anni luce” dandogli una nuova vita e documentando meglio un periodo decisamente produttivo da parte nostra; ci sono degli inediti che meritavano di uscire poiché live avevano avuto un bel riscontro. Altre cose invece ho iniziato a maneggiarle, a campionarle: non volevo fare un disco di “scarti” e outtake nel 2024, volevo usare tutto questo come materia grezza. Mi sono accorto che campionando alcuni passaggi potevo invece usare il passato come un pattern per canzoni nuove, sovrapponendo strumentazione del presente (quindi del futuro per il 2014) e componendo così canzoni nuove che prendono il via da un pezzetto di un vecchio rullino. O riprendendo testi del 2014 mai incisi, completandoli nel 2024 e giocando marcatamente a un dialogo tra passato e futuro.Era affascinante la rotondità della ricorrenza: nel 2024 stavo maneggiando materiale del 2014: quante cose sono cambiate in 10 anni? Il messaggio da dare era anche quello. Mi resi conto che era un modo particolare di parlare col passato e col futuro allo stesso tempo. Quando sono arrivato alla scaletta finale mi sono reso conto che questo disco stranamente funzionava, aveva una coerenza, fluiva come una colonna sonora. Anche Fabio ne è rimasto sorpreso. “Lo facciamo uscire?” ci siamo detti. Una cosa che abbiamo imparato è che bisogna rischiare. Lo abbiamo fatto e siamo molto contenti.

Abbiamo colto l’occasione per ascoltarci anche “Urban Graffiti”, l’EP rilasciato a giugno del 2019: l’impressione è che in “analog:ca”, nonostante le analogie con il passato, vi siate maggiormente divertiti, confronto a quel lavoro, a sperimentare maggiormente e a rendere il fil rouge meno cantautorale. È una sensazione corretta?
Corretto è che è meno cantautorale, questo sì. “Analog:ca” si apre di più allo strumentale. In “Urban Graffiti” c’è molto di Lorenzo Lambertini ma per noi è stato sperimentale anche questo farci riplasmare: è come farsi remixare delle canzoni inedite e pubblicare i remix e non gli originali. Ma nel momento in cui, in quanto collettivo, anche Lorenzo è dei nostri, quei “remix” diventano gli originali stessi. Seguono ovviamente delle dinamiche più quadrate. Apparentemente sentite me e Fab leggermente meno rispetto al solito in quel disco, io non credo di aver toccato una chitarra nonostante l’ho usata per comporre parte dei brani nella versione originale, ma iBerlino al di là dei suoi due fondatori sono anche gli altri con i loro suoni e cultura personale. Ci siamo divertiti di più con “analog:ca”? Bè, nel momento in cui escono fuori brani come “Fantasmi anni ‘80 in viale Cappuccini” che di sperimentale ha anche il titolo didascalico, non ti nego che eravamo molto eccitati da questa totale libertà dagli schemi. Quando entra il sax di Mario Sboarina in quel brano mi alzo in piedi per la felicità.
Nell’ultimo biennio in particolare siete stati molto attivi a livello discografico: cosa vi ha portato a questo cambio di passo?
Abbiamo iniziato a vivere la musica in maniera diversa. Quando sei ragazzo suoni anche per avere un po’ o tanto successo, è una delle motivazioni che potresti rincorrere senza ancora aver capito che sei anche una centrale nucleare incontinente a livello emotivo. Poi qualcosa cambia, scatta: abbiamo percepito che suoniamo per sigillare dei periodi, degli incontri, delle esperienze. Come fosse un diario. Delle tracce in entrambi i sensi della parola. Quindi cosa ne consegue: abbiamo iniziato a pubblicare singoli man mano che le cose ci accadevano. Gli eredi dei 45 giri prima del 33 che li raccoglie.Abbiamo conosciuto la comunità di Onna, l’epicentro dove c’è stato il terremoto aquilano nel 2009, e con la loro supervisione abbiamo composto il singolo “Via della Ricostruzione (storia di Onna)” presentandola, essendo invitati e onorati di questo, alla ricorrenza del 2022 davanti all’ambasciatore tedesco Viktor Elbling. Una cosa simile è accaduta con il signor Antonio Matteo delle OGR quando ci ha raccontato del dramma delle morti per amianto e siamo entrati in contatto con l’AFeVA (Associazione Famigliari e Vittime dell’Amianto). Uscì fuori un altro brano, “La polvere di paradiso (storia di Antonio e Roberto)” che è la sua testimonianza resa canzone. Sai cosa? A un certo punto mi sono detto che non volevo più solo scrivere di me, mi sembra una cosa molto egocentrica e talvolta narcisistica se monotematica, ma volevo scrivere anche delle vite degli altri, che spesso sono anche più interessanti o meritano più attenzione. Ho iniziato a sperimentare nella scrittura: sarà cantautorale ma è un percorso particolare l’ascolto e l’assorbimento degli altri, è sperimentale come modo di scrivere. Così ho iniziato a comporre dei testi “testimonianza” a ciò che incrociavo nella mia strada. Ovviamente le cose accadevano anche a me: da qui “Cammina, sposa rossa” che è dedicata alla mia compagna Giovanna e “La barca di San Vito (storia di fine estate)” che parla del funerale di mio padre avvenuto in questo periodo di pubblicazione di singoli: un’altra storia vera da raccontare e da aggiungere a questa strana collana di cronaca.

Avete spesso avuto un’impronta Elettro Pop, mentre in questo lavoro ho percepito il vostro focus indirizzato maggiormente verso un’elettronica sperimentale: vi sentite di consigliare altri artisti nostrani che stimate particolarmente e che mantengono un’impronta musicale simile alla vostra?
No no, devono seguire il loro percorso, il loro imprevedibile percorso. Devono mantenere l’imprevedibilità e cavalcarla se possibile. Parlando di imprevedibilità non posso quindi consigliare. A volte mi sembra che siamo come i primitivi che scavavano e disegnavano sulle grotte: in continua ricerca. Tra l’altro David Byrne nel suo libro “Come funziona la musica” scrive che il maggior numero di pitture rupestri sono state ritrovate nelle grotte con maggiore eco. Ecco, bisogna cercare quell’eco in chissà quali grotte.
Quest’anno gli iBerlino sono diventati maggiorenni, essendo attivi dal lontano 2007: se doveste scegliere un concerto a cui siete più legati, quale ci citereste? Immagino che il live del Primo Maggio a Bologna nel 2023 possa essere nelle vostre prime posizioni di gradimento…
Sì, credo che quello del Primo Maggio del 2023 sia stato tra i 10 minuti più belli della mia vita. Non potevo sapere che sarebbe stato l’ultimo live che mio padre, seppure a distanza, avrebbe visto, qualche mese prima di andarsene, quindi ha un valore per me ancora più forte. Non posso non citare il 25 aprile in via del Pratello nel 2015, fu un bagno di folla immenso e partecipativo. A livello di esecuzione ripenso anche al live in Leggere Strutture del 2014, sempre a Bologna: eravamo un collettivo molto allargato e quasi orchestrale: c’era anche un soprano! I singoli live usciti nel corso di questo biennio sono presi da quel concerto difatti.
A proposito di esibizioni dal vivo, prima di salutarci vi chiedo: ci sarà modo di apprezzare da vicino “analog:ca” nel prossimo futuro?
Ne abbiamo parlato e “analog:ca” è un disco molto concettuale: più che un tour credo che tratteremo di installazioni o live sperimentali. Il 26 gennaio registreremo un secret concert a Bologna dove suoneremo 3 brani di questo disco. L’8 febbraio invece siamo nel pregiato programma di Art City White Night di Bologna in cui sonorizzeremo non dei film ma delle opere d’arte statiche. Da una cassa usciranno suoni del passato mentre noi ci suoniamo sopra nel futuro/presente: questo è in fondo “analog:ca”, un concetto.
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