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In “Soli al bar” la coppia Baldi – Guerzoni tratta, in maniera toccante, il problema dell’emarginazione [ANALISI DEL TESTO]

Articolo a cura di Francesco Ferri

Studiavo lettere
Ma ho smesso un anno fa
E adesso faccio un po’ di tutto
Aspetto e non so più che cosa aspetto
Tornare in Africa
Ma i soldi chi ce l’ha
E in questo bar della stazione
Guardo la televisione

Le parole con cui si apre questo pezzo sono narrate direttamente da uno dei protagonisti, un giovane ex studente universitario originario dell’Africa che immediatamente ci spiega la sua situazione. Parliamo di “Soli al bar”, brano di Aleandro Baldi e Marco Guerzoni, portato in gara al Festival di Sanremo 1996: il pezzo arrivò all’ottavo posto, riscuotendo comunque un tiepido successo. Il pezzo racconta una storia toccante e tremendamente vera: uno spaccato di vita quotidiana nelle città italiane, con una tematica oggi ancor più contemporanea come l’immigrazione, la solitudine e l’alienazione che si prova in città.

“Com’è inutile la domenica
Per chi è libero
Senza libertà.
Solo al bar come me
Solo al bar come me, solo…”

L’impossibilità di ritornare al Paese d’origine per l’assenza di soldi lo costringe a passare la propria domenica, giorno libero per antonomasia, in un bar della stazione, dove guardare il televisore. Inizia qui il motivo che si ripeterà di “Solo al bar”.

Solo al bar come te
Solo al bar come te, solo…
Io sono un istrice
Sperduto di città
E fra i semafori e la gente
Vado e non mi fa paura niente

Un ribaltamento di punto di vista ci porta subito a fare la conoscenza di un nuovo personaggio.

Ma la domenica
Io rubo in questo bar
L’impronta calda dei sederi
E i baci abbandonati
Sui bicchieri umidi
Come lacrime,
Solitudini che si sfiorano

Un altro disperato fuggitivo dall’oblio della domenica che si ritrova al bar, autodefinitosi un “istrice sperduto di città”, comunque senza paura di niente. Per poi finire, la domenica, a raccogliere un po’ di conforto da stoviglie e mobili che ne sono stati impregnati, sottolineando come, in un bar, le solitudini si sfiorino.

Siamo tutti qua
Come ladri di felicità
Soli al bar come
Me come te soli

La definizione “ladri di felicità” ci fa comprendere alla perfezione il loro desiderio di appropriarsi, almeno per un pochino, della gioia condivisa liberamente e felicemente da qualcun altro, senza mai dimenticare di essere soli.

Sui tavolini davanti a un caffè
Come dei manichini
Tagliatati a metà
C’è un giardino di gente
Che pensa per sè
E a Milano la Juve che fa
La domenica qui soli al bar…”

Qui si rimarca la convivialità fra solitudini che ugualmente viene spezzata, anche a livello puramente simbolico. La sottolineatura della gente che pensa per sé non fa altro che aumentare la percezione che già l’ascoltare può avere: l’indifferenza del mondo per la sorte di certe persone sarà costantemente presente e, al tempo stesso, aberrante. In un bar, infatti, è molto più facile poter ascoltare un parere sul calcio o una domanda sul risultato di un match di Serie A, piuttosto che una domanda intima, un semplice “Come stai?” posta alla persona che più ne può aver bisogno.

Soli al bar
Soli al bar
Soli al bar soli
Adesso chiudono e fanno pulizia
Delle parole degli odori
Vecchie storie e nuovi amori
Presi in prestito
Ma domenica ci vediamo qua
Stesso tavolo e si fa a metà
Come ladri di felicità

La chiusura del bar arriva inevitabile, anche per coloro che ci passano tutta la domenica per fuggire, almeno illusoriamente, dalla solitudine. La pulizia di tutti gli odori e le emozioni lasciate dagli avventori viene vissuta con grande dolore dai due protagonisti che non possono far altro che darsi appuntamento per la prossima domenica, allo stesso tavolo, per fare a metà di vecchie storie e nuovi amori, esclusivamente presi in prestito.

Soli al bar
Soli al bar
Soli al bar soli
Soli al bar
Soli al bar
Soli al bar soli
Piedi, piedi e marciapiedi
Tutto quel che vedi
È solo piedi e marciapiedi nel deserto
A piedi finche’
Trovi un bar aperto

Qui inizia il lento declino verso il termine della canzone. Il canto si sdoppia e i due artisti si dividono il testo in contemporanea, in una performance quasi ipnotica per la ripetitività del motivo “Soli al bar” a cui si aggiunge l’altro “Piedi, piedi e marciapiedi” emblematico di ciò che una persona dispersa in città osserva, ogni singolo giorno, fino al ritrovamento, finalmente, di un bar aperto. Affascinante l’illusione sonora che fa assomigliare “bar aperto” a “mare aperto”, in una visione ancor più affascinante del luogo in cui approdare come unica fuga, almeno momentanea, dalla solitudine.

Chini chini chini
Come mezzi manichini
Su questi tavolini
Che ci tagliano a metà
Soli al bar

Di nuovo il rimando ai tavolini del bar, vissuti come se si fosse dei mezzi manichini, evidenziando anche qui l’alienazione portata dalla solitudine più pura e invalidante.

La solitudine che strana libertà
Ma siamo solo manichini
E tavolini che ci tagliano
A metà

E di nuovo qui si ripete la precedente allusione, portando infine il pezzo a concludersi fra il ripetere incessante di “Soli al bar”. Il brano non è particolarmente conosciuto, sfortunatamente, soprattutto per il fatto di riuscire a raccontare una storia capace di far rispecchiare moltissime persone, costrette a convivere con l’assenza della compagnia nella propria vita. La solitudine trasforma l’esistenza svuotandola dal suo scopo, qualunque esso sia.

Niente potrebbe danneggiare di più la psiche di una persona se sommata all’alienazione della città, l’indifferenza delle persone comuni e la lontananza da casa senza alcuna possibilità di risolvere il problema. “Soli al bar” è un brano interessante, in un panorama musicale attuale in cui pezzi socialmente impegnati come questo potrebbero davvero ribaltare nuovamente la passione degli ascoltatori italiani. Perché infondo, tutti noi, in un modo o nell’altro, abbiamo sperimentato almeno una volta nella vita cosa significhi essere ladri di felicità all’interno di un luogo dove si sono raccolte tante gioie e altrettante storie.

Perché infondo, ogni tanto, capita a tutti di essere:

Soli al bar”.

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