
Tra autenticità e ricerca sonora, moha111 si sta affermando come una delle voci più interessanti dell’indie contemporaneo: con il suo primo EP “Bedaya“, uscito lo scorso venerdì, l’artista di origini egiziane porta il pubblico in un viaggio tra folk, indie ed elettronica, raccontando emozioni e trasformazioni vissute in tre anni di scrittura intensa.
In questa intervista ci siamo fatti raccontare il cuore pulsante del suo progetto, il percorso artistico con LAND0000 ma soprattutto il significato di mettersi in gioco, senza paura di mostrarsi davvero.
Ciao Mohamed, benvenuto su Primo Ascolto. Innanzitutto ci tengo a farti i complimenti: “Bedaya”, il tuo primo EP, è tra le release più fresche ed intense di questa settimana. Quando tu e LAND0000 avete iniziato a rendervi conto di avere un potenziale artistico da poter sfruttare?
Ce ne siamo resi conto quando avevamo tutti e sei i brani pronti. Ascoltandoli uno dopo l’altro ci siamo quasi emozionati, capendo che, se fossimo stati ascoltatori esterni, questa sarebbe musica che noi per primi ascolteremmo. Quello è stato il segnale più importante. È stato tutto molto spontaneo.
Nell’extended play, a livello di tematiche, spazi un po’ su tutto: c’è rimorso, rancore, fragilità ma soprattutto tante riflessioni sentimentali. Sono liriche nate da esperienze personali oppure ti sei immedesimato in determinate situazioni?
Sono tutte liriche nate da esperienze personali, da sensazioni e sentimenti che magari erano rimasti lì, in sospeso, e avevo bisogno di tirar fuori. Il modo più bello per farlo, per me, è attraverso la musica.

Ci puoi spiegare il significato del titolo dell’EP?
“Bedaya” in arabo significa “inizio”, ed è esattamente quello che rappresenta per me questo EP: l’inizio di tutto. Anche l’inizio di qualcosa di unico, creato senza preoccuparsi delle dinamiche del mercato, seguendo solo l’istinto.
“Paura”, uscito lo scorso dicembre, è andato molto forte sulle piattaforme streaming. Credi che l’introspettiva fragilità mostrata nel testo possa essere un po’ il “segreto” dell’efficacia di quel brano?
Assolutamente! “Paura” per me è un pezzo speciale. È stato scritto letteralmente in dieci minuti, e abbiamo voluto mantenere la sua natura così intima e vulnerabile perché credo che proprio lì risieda la sua forza.
A livello di approccio, in alcune occasioni, mi hai ricordato lo stile emotivo e contaminato di Mahmood, che con te condivide le origini: quanto pensi che influiscano le radici egiziane nella tua musica?
Tantissimo. Infatti cerco sempre di mettere in vetrina le mie origini, e spero che in futuro riesca a includerle ancora di più nei testi e nella mia musica in modo naturale e diretto.

A proposito, quali sono invece le altre influenze musicali che negli anni credi possano aver forgiato questo tuo stile così peculiare?
Tantissimo Bon Iver, Damien Rice, Dijon e Mk.gee. Sono tutti artisti che mi influenzano profondamente e da cui traggo ispirazione, perché riescono a mettere in musica la loro sensibilità in modo assoluto e diretto — ed è qualcosa che mi emoziona davvero tanto.
Tu scrivi musica da quasi un decennio, ma il progetto moha111 è in realtà attivo da pochi mesi: avevi un percorso artistico parallelo in precedenza oppure hai semplicemente aspettato il momento giusto per proporre i tuoi lavori?
Sì, avevo un vecchio progetto che si chiamava UNO. Anche se oggi quel capitolo è chiuso, gli sono grato perché mi ha fatto vivere esperienze incredibili, ma soprattutto mi ha fatto capire cosa voglio e cosa no. moha111 è il proseguimento più sincero e diretto di UNO.
Ultima domanda, prima di salutarci: ci sarà modo di poter apprezzare dal vivo “Bedaya” dal vivo nei prossimi mesi?
Assolutamente sì! Stiamo lavorando tantissimo per portare il progetto in giro, soprattutto per vivere il riscontro umano delle persone che lo ascoltano. Credo sia la cosa più bella di tutte.








