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La decostruzione di Arssalendo, alla ricerca di un senso [INTERVISTA]

Il cambio di velocità umano, causato dal nuovo millennio, è stato dettato dall’ingresso delle nuove tecnologie nelle nostre vite. Una situazione tipo in cui è possibile notare il dilagare dei new devices è l’autobus per andare a scuola. Personalmente, non ero uno di quelli che si sedeva in fondo, di solito il mio posto era a tre quarti dagli ultimi sedili. Questo mi permetteva di sentire non tanto di cosa parlasse la gente infondo, quanto di ascoltare la musica che ascoltavano.

Negli anni 2000 c’era il walkman e si ascoltava In da Club di 50 cent e i primi progetti italiani, come Fabri Fibra e Club Dogo. Negli anni ’10 si è passati rapidamente dai lettori mp3 agli Ipod, da David Guetta alla techno. Gli anni ’20 sono il regno della generazione Z che ascolta la musica dal cellulare, ma che musica ascoltano precisamente? 

Dal fondo del bus non arrivano più le batterie boom rap, né la cassa dritta, ma suoni decostruiti e stridenti che sembrano interrompersi in maniera casuale: è l’hyperpop, genere ancora di nicchia in Italia, ma che sembra destinato a istituirsi come nuovo fenomeno musicale tra i giovani.

 

Arssalendo è un produttore, e ora anche cantante, che fa parte di questa generazione. 

E’ difficile immaginarselo seduto infondo al bus, più facile immaginarlo sopra un palco. 

Arssalendo non è l’anagramma del suo nome, è un vero e proprio alter-ego. 

Definisce la sua musica come: “Triste con melodie pop e un sacco di distorsioni”, ovvero  la sintesi dell’hyperpop. Musica frammentata e cangiante, che si stufa di essere sé stessa nel momento stesso in cui si esprime. Metafora della bassa soglia dell’attenzione del nostro tempo e al contempo artificio che richiede massima concentrazione per essere concepito: Arssalendo conosce la ricetta.

Muove i primi passi tra 2017 e 2018, quando su Soundcloud esce Decanza, sua prima raccolta di brani. Poi impara a camminare quando a inizio 2020 pubblica il suo primo album LITANIA su tutti gli store digitali.

A novembre 2021 esce Sottopelle, primo singolo che assieme a Dentro c’è il Mare, preannuncia il nuovo album in uscita il 18 marzo 2022. Per la prima volta Arssalendo si scopre autore e inserisce la propria voce sulle sue produzioni.

L’inquietudine che cerca di esorcizzare in musica prende una forma più antropomorfae, riconoscibile con l’aggiunta della sua voce. Tra glitch sonori e melodie sincopate la voce non può che adeguarsi all’ambiente circostante. Il timbro è soggetto a continue distorsioni, vittima di effetti che si divertono a corromperlo.Se Alessandro è nato sul pianeta Terra, Arssalendo nasce e cresce dentro ad un computer, e l’unica occasione per vederli entrambi nello stesso luogo è su un palco. 

Rolling Stone lo inserisce tra i nomi da seguire nel 2022, mentre i-D Italy e Versace Jeans Couture lo selezionano all’interno del progetto europeo i-N SESSION per una performance live esclusiva reperibile sul canale Youtube della maison italiana. 

Gli occhi di Alessandro sono un’eterotopia, poiché animati da più emozioni. In essi si scorge la determinazione con cui ha sconfitto i demoni del passato, la gioia di chi si gode il presente e la trepidazione per il futuro sempre più incerto. 

Arssalendo è un ragazzo che sta ancora scoprendo sé stesso nel mondo, e noi di Futura 1993 abbiamo fatto una chiacchierata con lui! 

Ciao Alessandro, tanto per cominciare come stai e come sta andando il tuo inizio 2022?


“Ciao, sto bene, un po’ in ansia per l’uscita del disco.”

Il testo di Sottopelle finisce con una domanda /cosa c’è sotto pelle?/. Hai trovato la risposta?

“Sto razionalizzando ora il periodo in cui ho scritto Sottopelle. Credo che sia una domanda a cui non si possa dare una risposta, l’importante è chiedersela e aggiustare le cose che non vanno.”

La scena glitch, o più in generale l’hyperpop, è un oggetto ancora sconosciuto ai molti. Ti è mai capitato che qualcuno ti dicesse che la tua musica provoca ansia?

“Mi è successo, come mi è successo che qualcuno mi dicesse che la mia musica lo stava aiutando a sconfiggerla. Credo dipenda molto da che momento di vita stai vivendo: penso di fare musica molto schietta e che questo possa spingere chi mi ascolta ad interrogarsi su sé stesso, e non sempre la gente ha voglia di auto-interrogarsi.”

La canzone Dentro c’è il Mare invece è stata definita “un manuale contro gli attacchi di panico”. In questo momento storico in cui la meditazione è sulla bocca di tutti, tu la pratichi in qualche forma o è proprio la musica la tua forma di meditazione?

“L’ho praticata in maniera abbastanza regolare per un paio d’anni al liceo. Poi ho smesso. Ad oggi non è nella mia routine, ma ho sviluppato vari modi per allontanare le ansie ingiustificate.”


I titoli dei brani, al pari di alcuni versi delle strofe del nuovo album contribuiscono alla costruzione di un’immagine di un luogo chiuso e claustrofobico. Di questi tempi la prima cosa a cui viene da pensare è che il disco sia stato composto in quarantena, o invece si tratta di una metafora che rimanda a un esercizio di introspezione?
 
“Il disco è stato composto tra Gennaio e Luglio 2021, in un periodo in cui avevo iniziato a decostruirmi; però tutte le domande che mi hanno fatto vomitare i testi del disco sono iniziate durante la prima quarantena.”
 
Verso la fine dell’album sembra che il mood si elevi un poco (“fiorirò tra fiori di pesco […] stasera esco”). Nell’ultimo brano dici di aver ritrovato il senso all’interno del quale ti eri perso in Sottopelle. Sai dirci qual è?

Masemi (l’ultimo brano) è stato scritto a più riprese: la prima parte è stato il momento più buio di tutto il periodo di composizione, cercavo di allontanare i pensieri nei modi più sbagliati possibili; la seconda parte è stata scritta dopo un taglio netto con quel periodo e con una presa di coscienza di chi vorrei essere.”

Secondo il linguista semiologo A. J. Greimas, nell’atto di produzione artistica il genio è in grado di rendere conto delle caratteristiche individuali dell’individuo. Cosa c’è nella tua musica che ti rende così riconoscibile a tuo avviso?

“Il fatto che non sappia suonare niente, ma che mi diverta passare le ore a guardare lo schermo del computer processando frammenti audio.”

Guardando agli esponenti dell’hyperpop in Italia si nota che questo genere è prerogativa della generazione Z. Pensi che ci sia qualcosa in questo tipo di musica che gli artisti più adulti non riescono a comprendere e che solo i giovani riescono a recepire? 

“Se ci pensi, la generazione Z è la prima a nascere dopo la diffusione di internet nelle case. Ci ha dato la possibilità di conoscere tutto iper velocemente, ma ci ha resi anche meno attenti. L’hyperpop, ma, più in generale, la nuova scena elettronica, ha traslato questo in continui cambi ritmici e strutture che non si ripetono mai, per mantenere l’ascoltatore perennemente attento.”

Una parola con cui stai in fissa ultimamente?

“Mega.”

 

Un’intervista di Antonio Verlino.

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