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L’anno zero di Dom: “Bad habits” e “Better” segnano la rinascita di un rock nostrano, vero e personale [INTERVISTA]

Domenico Rufo, in arte Dom, è uno dei nomi più interessanti del nuovo panorama blues-rock italiano.

Dopo l’esordio con “Bad Habits” e il seguito di “Better”, il musicista pontino sta costruendo con coerenza e autenticità un percorso solista maturo, capace di unire la tradizione delle chitarre vere alle inquietudini contemporanee, il tutto cantato in una lingua italiana personale e sincera.

In questa intervista Domenico racconta senza filtri il significato profondo dei suoi brani, la sfida di tradurre il linguaggio blues-rock in italiano, il rapporto tra autobiografia e universalità, e la sua visione di un rock vivo e attuale.

Ciao Domenico, benvenuto su Primo Ascolto. Il 2026 si può considerare un nuovo anno zero per il tuo percorso artistico: hai rilasciato due singoli che stanno andando fortissimo pur mantenendoti fedele all’impronta Rock che ti ha sempre contraddistinto, nonostante sulle piattaforme streaming sia un genere ritenuto in calo. Ti ha sorpreso questa accoglienza?

Sì, devo essere sincero: mi ha sorpreso, ma soprattutto mi ha dato tanta forza. Non perché non credessi nei brani, anzi, ci ho messo dentro tutto quello che sono. Però oggi proporre un suono legato al rock, al blues, alle chitarre vere, non è sempre una strada semplice. Vedere che le persone hanno ascoltato, condiviso e percepito qualcosa di autentico mi ha fatto capire che c’è ancora spazio per una musica suonata, sentita, sporca quando serve, ma vera. Per me il 2026 è davvero un anno zero. Non nel senso di cancellare quello che c’è stato prima, ma nel senso di ripartire con una nuova consapevolezza. Con Bad Habits e Better ho iniziato a mettere a fuoco la mia identità artistica: meno paura, più verità, più Dom.

Hai scelto di cantare in italiano, pur avendo sempre avuto influenze fortemente anglo-americane: tradurre un linguaggio blues-rock internazionale in una scrittura in lingua italiana così personale può essere considerata una sfida enorme?

Assolutamente sì, è una sfida enorme. Io sono cresciuto con sonorità molto anglo-americane: il blues, il rock, certe atmosfere da strada, da palco, da amplificatore acceso. Però a un certo punto ho sentito il bisogno di raccontarmi nella mia lingua, senza filtri. L’italiano è una lingua bellissima, ma anche molto esposta: se una frase non è vera, si sente subito. Nel blues-rock devi trovare il modo di non perdere quella forza internazionale, quella tensione emotiva, ma allo stesso tempo devi far arrivare le parole in maniera diretta. È un equilibrio delicato. Io non voglio “imitare” un linguaggio straniero. Voglio prendere quelle radici e trasformarle in qualcosa che mi appartenga. Cantare in italiano mi obbliga a essere più nudo, più sincero, e forse proprio per questo oggi lo sento necessario.

“Bad Habits” parla di fragilità umane e dipendenze emotive: quanto di autobiografico c’è in questo brano e quanto invece è una riflessione più universale sulle “cattive abitudini” che tutti abbiamo?

Dentro Bad Habits c’è sicuramente qualcosa di mio. Non mi piace scrivere cose che non ho mai sentito addosso. Però non volevo fare un brano solo autobiografico o chiuso dentro una storia personale. Mi interessava raccontare quelle abitudini emotive che spesso ci tengono fermi: relazioni, pensieri, paure, vizi interiori, modi sbagliati di cercare salvezza. Tutti abbiamo delle “bad habits”, anche quando non vogliamo ammetterlo. A volte sono persone, a volte ricordi, a volte comportamenti che sappiamo farci male ma che continuiamo a ripetere. Il brano nasce da lì: da quella zona fragile dove capisci che qualcosa ti sta consumando, ma non hai ancora trovato la forza di uscirne completamente. È un pezzo molto umano. Non vuole giudicare nessuno. Anzi, vuole dire: “Ci sono passato anch’io, forse ci passiamo tutti”.

In “Better”, invece, esplori stati d’animo sospesi: silenzi, ricordi, promesse non mantenute. Qual è la differenza emotiva che senti tra questo pezzo e “Bad Habits”? Possiamo affermare che rappresentano due facce della stessa medaglia?

Sì, secondo me sono due facce della stessa medaglia. Bad Habits è più istintiva, più fisica, più legata alla lotta contro qualcosa che ti tiene intrappolato. Better, invece, è più sospesa, più notturna, più cinematografica. È come quando non stai più urlando il dolore, ma lo stai guardando da lontano. In Better ci sono silenzi, promesse rimaste nei cassetti, ricordi che non fanno più rumore ma pesano ancora. Non è una classica canzone d’amore: per me parla di stati d’animo, di momenti della vita in cui provi a capire cosa salvare e cosa lasciare andare. Se Bad Habits è la ferita ancora aperta, Better è il momento in cui la guardi e inizi a capire che forse puoi conviverci, forse puoi trasformarla. Emotivamente sono collegate, ma respirano in modo diverso.

Definisci il tuo sound come “dark blues” con atmosfere cinematografiche: ci sono degli elementi musicali o produttivi che stai affinando per mantenere questa identità nei prossimi brani?

Sì, sto lavorando molto sull’identità del suono. Per me il “dark blues” non è solo un’etichetta: è un modo di sentire le cose. Mi piacciono le atmosfere scure, i riverberi profondi, i delay che creano spazio, le chitarre che non devono per forza riempire tutto ma devono dire qualcosa. Sto cercando di affinare sempre di più il rapporto tra la parte cantata e quella strumentale. La chitarra per me non è solo accompagnamento: è una seconda voce. A volte deve graffiare, altre volte deve respirare, altre ancora deve creare immagini. Anche a livello produttivo mi interessa costruire brani che abbiano un’estetica riconoscibile: un po’ blues, un po’ rock, un po’ cinema. Vorrei che chi ascolta un mio pezzo potesse riconoscere un mondo, non solo una canzone.

Tra i tuoi riferimenti — Gilmour, Gallagher, Hendrix, Prince, Landau, Pastano — c’è una grande varietà di stili: quale aspetto del loro approccio alla chitarra hai sentito più vicino alla tua sensibilità emotiva e perché?

Di ognuno di loro mi arriva qualcosa di diverso. Di David Gilmour amo il modo in cui riesce a dire tantissimo con poche note. Non è mai una questione di velocità, ma di intenzione. Ogni nota sembra avere un peso emotivo. Di Rory Gallagher mi colpisce la verità, quella cosa ruvida, viscerale, quasi da strada. Hendrix mi ha insegnato la libertà, il fatto che la chitarra possa diventare un’estensione del corpo. Prince aveva un’eleganza pazzesca, anche quando era sporco e diretto. Landau mi affascina per il gusto sonoro, per i colori. Pastano, invece, lo sento vicino per la capacità di stare dentro la canzone con personalità, senza mai perdere musicalità. Quello che mi accomuna a questi riferimenti, nel mio piccolo, è la ricerca dell’emozione. Non mi interessa suonare tante note per dimostrare qualcosa. Mi interessa trovare la nota giusta, quella che arriva allo stomaco.

Per quanto concerne l’aspetto live, stai collaborando assieme a musicisti con background anche diversi ma che condividono la tua ricerca sonora: quanto è importante per te il confronto in fase di arrangiamento e quanto invece preferisci mantenere un controllo “solista” sulla direzione melodica ed emotiva?

Il confronto è fondamentale. Io arrivo spesso con un’idea molto chiara dal punto di vista emotivo: so che atmosfera voglio, che tipo di tensione deve avere il brano, che colore deve uscire. Però quando lavori con musicisti veri, ognuno porta qualcosa che può allargare la visione. Mi piace avere una direzione precisa, perché il progetto porta il mio nome e deve restare coerente con quello che sento. Però non credo nel controllo rigido fine a sé stesso. Se un musicista porta un’idea che migliora il brano, che lo rende più vivo, io la ascolto volentieri.
La cosa importante è che tutto resti al servizio della canzone. Non deve diventare una gara di ego. Il live, soprattutto, deve respirare: deve avere cuore, dinamica, imperfezione bella, quella che rende la musica umana.

Nella tua bio hai omesso l’esperienza con i BlueSide, che in realtà è stata piuttosto lunga: è un trascorso che preferisci non venga associato al tuo nuovo percorso?

No, assolutamente. Non è qualcosa che rinnego. I BlueSide fanno parte del mio percorso, della mia crescita, delle esperienze che mi hanno formato come musicista e come persona. Se oggi sono qui, è anche grazie a tutto quello che ho vissuto prima. Semplicemente, nella bio ho scelto di mettere al centro questa nuova fase artistica, perché sento che il progetto Dom ha una direzione molto personale e diversa. Non è una cancellazione del passato, ma una messa a fuoco del presente.
Ogni esperienza lascia qualcosa: palchi, prove, errori, amicizie, momenti belli e momenti difficili. I BlueSide restano una parte importante del cammino, ma oggi sento il bisogno di raccontare chi sono adesso, con una voce più mia.

A proposito di percorso, cosa ci dobbiamo aspettare nel futuro a breve termine da Dom? Altri singoli oppure stai già pensando ad un album?

Nel breve termine sicuramente altri brani. Sto scrivendo tanto e sto cercando di costruire un percorso coerente, non solo una serie di uscite scollegate. Ogni singolo deve aggiungere un tassello al mondo di Dom. L’idea di un album c’è, perché io vengo da una cultura musicale in cui il disco ha ancora un valore enorme. Mi piace pensare a un lavoro completo, con un’identità, una narrazione, un suono riconoscibile dall’inizio alla fine. Però voglio arrivarci nel modo giusto, senza forzare i tempi. Adesso l’obiettivo è continuare a far crescere il progetto, portarlo live, far conoscere i brani e consolidare questa identità dark blues-rock italiana. Voglio che ogni passo sia vero, non costruito a tavolino.

Ho aperto l’intervista con una piccola allusione alle difficoltà del rock nel collocarsi positivamente, soprattutto in Italia, nell’attuale mercato discografico. Prima di salutarci ti chiedo: qual è, secondo il tuo parere, lo stato di salute di questo nobile genere nel nostro paese?

Secondo me il rock in Italia non è morto, ma deve ritrovare coraggio. Forse oggi ha meno spazio nel mercato mainstream, questo è evidente, però c’è ancora tanta gente che ha bisogno di chitarre, di sudore, di parole vere, di concerti dove senti l’amplificatore vibrare. Il problema non è il rock in sé. Il problema è quando diventa nostalgia, quando prova solo a ripetere quello che è già stato fatto. Il rock deve ricordarsi la sua natura: essere libero, scomodo, umano, emotivo. Non deve per forza inseguire le mode, ma nemmeno chiudersi nel passato.
In Italia ci sono artisti e musicisti forti, solo che spesso serve più spazio, più fiducia, più possibilità di raccontare progetti diversi. Io credo che il rock possa ancora parlare al presente, se lo fai con sincerità. Magari non sarà sempre al centro delle classifiche, ma quando arriva davvero, lascia il segno. E per me questa è ancora la cosa più importante.

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