- per Antonio Contu'
- in Recensioni
- on 05/11/2024
Un progetto ambizioso e ricercato quello de Le Astronavi, che con la loro attitudine punk ci regalano “Moonchild”, album liberamente ispirato al romanzo del famoso occultista inglese Aleister Crowley al quale nel 1946 Jack Parsons, ingegnere missilistico ed occultista si ispirò in parte, per un’operazione magica detta “Babalon working”. L’intento è quello di entrare nelle ombre dell’occulto e uscirne cambiati, più magici, più consapevoli, spingendoci ai limiti del nostro inconscio.
Non a caso “Babalon” è il primo singolo dell’album, essendo essa l’incarnazione di tutto ciò che è sensuale, libero, impossibile da gestire: una sorta di Dea scesa in terra per liberarci tutti dalle nostre costrizioni, mentali e non. “Candy” è un diretto filo conduttore con il brano precedente, ed è liberamente ispirato alla vita di Marjorie Cameron, compagna di Parsons, definita da lui stesso uno spirito magico inviato a lui per ispirarlo ed è proprio a lei che dedicherà le poesie “Songs for the witch woman”.

“Hollywood Lucifer” ci presenta un Lucifero diverso da quello raccontato nella religione cristiana: non una figura da cacciare e fuggire, ma qualcuno in grado di battersi per la libertà degli uomini, quasi il comandante di una rivoluzione necessaria per spogliarsi da tutte le costrizioni. “Marea notturna” vede la collaborazione con Juma, voce della sirena all’interno del brano, che ci culla portandoci all’oblio, raccontando di un amore così struggente che si consuma in un attimo, lasciandoci completamente svuotati. Ma è proprio questo il senso: vivere un singolo attimo perfetto, barattando la nostra anima e la vita.
Percepiamo chiaramente la rabbia all’interno del brano “W.A.T.W”: quando ci viene tolto qualcosa a noi caro, ci trasformiamo improvvisamente in bestie feroci e faremmo qualsiasi cosa per riavere indietro ciò che ci è stato rubato, negato, nascosto, ed è proprio sotto le influenze weird del brano che il nostro fuoco interiore si accende dentro di noi e reagiamo a tutte le cattiverie che abbiamo dovuto subire.
“Fondiamo una setta” viene mostrata come via per evadere da una realtà che non ci rappresenta più: abbiamo sempre identificato la parola “setta” come qualcosa di estremo, purificatore in senso profondamente sbagliato. Il brano non vuole andare contro questa visione del termine, ma vuole provocarci chiedendoci: ma noi, abbiamo mai potuto scegliere veramente nella vita, da che parte stare? “Hyper Chaos” trascende ogni logica: tutto è permesso, tutto può essere concesso: quello in cui crediamo non esiste più, le possibilità sono infinite e l’equilibrio tra male e bene è pericolosamente in bilico.

Arriviamo a “La ballata di Jack Parsons” in cui il personaggio chiave di questo progetto viene presentato in musica, e ci sentiamo un po’ tutti come lui, pronti a cercare e studiare il lato più oscuro di noi stessi, per comprenderci a fondo, anche se la maggior parte delle volte abbiamo solamente paura di finire all’inferno, se solo dessimo veramente ascolto alla nostra parte più buia.
Chiude il progetto “MDP (Magia del Popolo)” in cui Le Astronavi provano, come Aleyster Crowley, a risvegliarci dal nostro profondo sonno, per ritrovare il lato esoterico che esiste dentro ognuno di noi e farcelo comprendere appieno.
“Moonchild” de Le Astronavi è sicuramente qualcosa di diverso da ciò che siamo abituati a sentire all’interno del panorama musicale italiano mainstream, ma, complice una superba scelta dei sound più coinvolgenti, il mondo esoterico e occulto inizia a prendere piede dentro di noi, incuriosendoci a tal punto da volerne sapere di più.
Tags: le astronavi, Moonchild, recensione








