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Lo smarrimento dell’ “Umana dimensione”, raccontato dal maestro Luca Francioso [INTERVISTA]

Difficilmente, su Primo Ascolto, parliamo in maniera approfondita di musica strumentale: è un mondo quasi completamente diverso da quello che trattiamo noi solitamente, e che in primis necessita di una cultura meno generica. 

Con il maestro Luca Francioso, invece, discutere di questo genere di sonorità è un vero piacere: nonostante si percepiscano le sue immense qualità artistiche è difficile sentirsi a disagio, grazie al suo sapersi rapportare e confrontare con realtà che magari esulano dalla sua confort zone e che stimolano ulteriormente il suo sapere. 

Ne abbiamo così approfittato per scambiare qualche battuta sul suo ultimo progetto, composto da quattro opere che hanno necessitato di un lungo periodo di gestazione. 

Ciao Luca, ben ritrovato su Primo Ascolto. Hai reso disponibile pochi giorni fa il tuo nuovo progetto (non solo) discografico, che certifica il tuo status di artista poliedrico ed innovativo anche dopo ben 25 anni di carriera. Da dove è scaturita l’idea di coniugare quattro diverse opere in un unico progetto?

Bentrovati a voi. Mi era già capitato di far confluire in un unico flusso narrativo più opere con linguaggi artistici diversi, perché amo raccontare la stessa storia con differenti possibilità comunicative. L’idea, dunque, è maturata naturalmente e si è evoluta nel corso del tempo fino a trovare la sua forma definitiva nel libro di poesie “Scenari diVersi”, nell’album per sola chitarra acustica “Umana dimensione’, nel relativo libro di spartiti e nei due disegni “La forma della cenere” che sono diventati le copertine di libro e album. In realtà avevo previsto più disegni, nello specifico altri cinque, da affiancare ai cinque capitoli del libro di poesie, ma alla fine ho scelto di fermarmi ai due realizzati.

I brani che compongono l’album “Umana dimensione”, incluso in questa tua nuova release, sono stati concepiti in un periodo di vita molto lungo che hai personalmente quantificato in 12 anni. C’è, tra questi pezzi, uno a cui sei maggiormente affezionato perché magari legato ad un particolare periodo della vita?

L’intero progetto ha radici profonde: la riflessione che ha generato le prime idee melodiche e i primi versi è in effetti viva da molto tempo, già dal 2010, quando ho iniziato a provare a decodificarne i risvolti componendo brani, canzoni e poesie. Ho conservato con cura ogni appunto e l’ho sottoposto a costanti e molteplici revisioni nel corso degli anni, provando ogni volta a rinnovarne le intenzioni allo scopo di stare al passo con miei inevitabili cambiamenti, umani e artistici. Ecco perché il brano a cui sono più legato è “Uomo su tela”, perché è il brano che più di tutti racconta la mia storia di uomo lungo il cammino di questo percorso.

Hai il grande merito di saperti destreggiare in tutti i campi possibili: sei attivo sui social, possiedi un sito internet aggiornato ed all’avanguardia ed hai addirittura inserito dei QR code per connettere ogni capitolo del tuo libro di poesie a dei brani specifici. Non credi però che sia anche colpa delle nuove tecnologie se si stia smarrendo l’umana dimensione dell’uomo, che poi è il fulcro del tuo nuovo lavoro?

Sono sempre stato affascinato dalla tecnologia, benché sia sempre molto guardingo di fronte alla sua continua evoluzione, specie in questi ultimi anni. Non ho mai nascosto la mia avversione per i social, nelle poesie di “Scenari diVersi” è più che evidente. La generale criticità che avverto, tuttavia, non è nel mezzo quanto nella nostra modalità di utilizzo. A essere onesti non credo di farne un uso così assiduo, anzi, centellino i miei interventi in rete con grande meticolosità, pubblicando soltanto quando ho qualcosa da dire e rifiutando qualsiasi strategia comunicativa. Il mondo virtuale fornisce occasioni davvero importanti, così ne utilizzo il potenziale stando attendo a non scollarmi mai dai miei ideali, anche perché, inizialmente, sono stato travolto anch’io dalle sue possibilità. Non credo che la tecnologia di per sé sia la causa del nostro collettivo smarrimento, credo piuttosto che l’uomo abbia la sconvolgente e controproducente capacità di utilizzare le sue stesse invenzioni per danneggiarsi, diventandone poi così succube da considerare normali le distorsioni che inevitabilmente si generano, fino a giustificare anche la più evidente ingiustizia o cattiveria. La natura dell’uomo è ambigua. E fragile.

L’ultima nostra intervista avvenne nel pieno della pandemia, quando ancora nessuno sapeva cosa aspettarsi. Come ha influito quel particolare periodo storico sul tuo processo creativo?

Non ho mai smesso di comporre. Ma è indubbio che l’impatto di questi due anni sia stato devastante. Per me come per tutti. Sono cambiato come uomo e (naturalmente) come artista. Essendo però il cambiamento ancora in atto, non so dare una risposta definitiva a questa domanda che mi coglie proprio nel momento di vita in cui mi sti chiedendo che uomo sono diventato. Avverto mutamenti dentro di me, moti confusi nell’anima che al momento stento a decifrare.

L’idea generale che mi sono fatto è che, nonostante sia stato plasmato ed ideato durante un lungo periodo di tempo, questo progetto e la sua portata hanno richiesto un forte impegno ed un profondo dispiegamento di energie. Ai due concerti di presentazione del lavoro seguiranno altri live, oppure ti concentrerai nuovamente sul tuo percorso creativo?

Ho dedicato anima e corpo a questo progetto e anche se affonda le sue radici in un tempo così lontano lo sento fortemente attuale, come una fotografia dettagliata del mio presente. L’obiettivo è quello di tornare a suonare dal vivo quanto più possibile. Spero che accada.

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