
Con Luca ci eravamo lasciati poco più di tre fa con l’uscita di “Dove Volano Le Aquile”, un album che al sottoscritto piacque molto ma che non soddisfò completamente la frangia più disinteressata e superficiale degli amanti del rap, i quali lanciarono critiche sulla latitanza di banger e sulla forte sperimentazione al suo interno.
Nei mesi a seguire, il rapper campano non è stato con le mani in mano, forse anche perché orgogliosamente toccato da quel giudizio: ha cacciato fuori dei singoli potenti ed ha riaperto il beef con Salmo, dimostrando ai detrattori di non aver alcuna paura di mettersi a confronto con qualsiasi tipo di sfida. La reunion dei Co’Sang, avvenuta meno di un anno fa, ha restituito serenità a lui ed a chi gli sta intorno, spianando il terreno verso un nuovo progetto inedito di cui, ammetto, sentivo la mancanza.
Oggi Luchè è tornato con “Il mio lato peggiore“, un album che esprime tutta la sua esperienza artistica e personale a andando ad alternare introspezione, sperimentazione e ciò che attualmente lui e il mercato gradiscono: tanti ospiti, tanti sfumature diverse ed un unico comune denominatore, ovvero la sua voglia di rompere nuovamente gli schemi e provare a superare i precedenti lavori.

Il progetto si apre con la title track, un manifesto potente che richiama l’energia di “Potere” con un cameo di Lele Adani che ne amplifica il carattere narrativo; “Miami Vice”, con Sfera Ebbasta e Simba La Rue, spinge su un sound incisivo ed un cambio di beat in corsa, mentre “Ginevra”, completamente in dialetto, lascia grande spazio creativo a Geolier, dimostrando la capacità di Luchè di adattarsi ai suoi ospiti pur mantenendo la propria identità.
“Un milione di mani” si fa spazio con la sua malinconia, raccontando la solitudine e l’amore attraverso l’apporto delicato di Rose Villain; “La mia vittoria” invece, vera perla del progetto, rappresenta il bisogno di autenticità, preferendo la sincerità al successo e giocando su sfumature R&B, con Marracash e Giorgia a rafforzarne il messaggio. “Ilary”, in collaborazione con Guè e Nerissima Serpe, è un banger immediato, meno introspettivo e più diretto, mentre con “Nessuna” si apre un breve filone sentimentale, più melodico e delicato, con “Autostima” e “Incredibile” con Kaash Page (altro capolavoro) a proseguire su un sentiero simile, lasciando emergere sfumature più intime.
“Red Flag” con CoCo torna su sonorità meno urban, con un testo che riflette su dinamiche sociali e relazionali, mentre l’imprinting fortemente classic di “Morire vuoto” affonda nelle emozioni più personali, sfidando pregiudizi e mettendo in luce la profondità esistenziale dell’artista. Un tema che trova ulteriore spazio nella poesia parlata di “Lettera alla pistola alla mia tempia”, uno skit di grande intensità che prepara il terreno a “Se non ci fosse la rabbia”, brano dal forte impianto storytelling che riflette sul percorso esistenziale di Luchè.

“Buona fortuna” approfondisce una delusione sentimentale, esponendo emozioni crude e dirette, a differenza di “Punto G” con Tony Effe, e “Anno fantastico” con Shiva e Tony Boy, dove l’esercizio di stile viene supportato da barre affilate e dirette. “XXX” si fa più trasgressiva risultando un pezzo di puro impatto senza troppi filtri, mentre “Veng ‘A ‘Int All’infern” con Ntò, pezzo di chiusura, riporta in vita le vibes dei Co’Sang, sia come struttura musicale sia come estetica, rendendo evidente il legame di Luchè con le sue radici, senza mai perdere coerenza.
“Il mio lato peggiore” è un progetto solido, ben costruito, che alterna momenti di vulnerabilità a soluzioni stilistiche di forte risonanza, mantenendo sempre viva la capacità dell’artista di raccontare se stesso in maniera autentica: un disco che conferma, nel caso ce ne fosse ancora bisogno, Luchè come uno dei protagonisti più raffinati e consapevoli della scena, con un’identità ben definita e una narrazione che sa essere incisiva, emotiva e tecnicamente impeccabile.








