
Tra le fortune del nostro progetto c’è quella di conoscere gli artisti ben prima della loro esplosione, e Lucio Corsi non fa eccezione: essendo attivi dal 2019 lo scoprimmo con il long play dell’anno successivo, pubblicato poche settimane prima del dilagare della pandemia. E già allora ci sorprese: dietro quel cantautore, a volte spigoloso e a volte raffinato, si palesava in maniera evidente una sorta di talento fuori dal comune.
Con il suo ultimo lavoro “Volevo essere un duro”, la cui titletrack lo ha reso celebre durante il recente Festival di Sanremo, Corsi mette in scena un ottimo proseguimento di quanto già tracciato in precedenza nel suo percorso musicale. L’album, composto da nove brani, racconta frammenti di infanzia, incontri significativi e fantasie personali, distinguendosi per la capacità di mescolare ricordi autentici a momenti immaginari in grado di creanre un’atmosfera intima e riflessiva.

Il progetto nasce dalla collaborazione con la spalla storica Tommaso Ottomano, che ha seguito la produzione con Antonio “Cuper” Cupertino. Musicalmente, l’album presenta una composizione ricca e ben bilanciata, in cui gli strumenti accompagnano in modo naturale i testi di Lucio il quale adotta un linguaggio diretto, scegliendo di raccontare storie attraverso la sua classica cifra stilistica.
I protagonisti delle canzoni si fanno spazio attraverso la voce del nostro cantastorie: ad esempio Rocco, il ragazzino ribelle e problematico delle medie, oppure “Francis Delacroix”, fotografo e amico di lunga data, sono solo due delle figure che si muovono nel mondo raccontato dall’album. La peculiarità principale è che, ogni brano, è permeato da una forte attenzione per i caratteri e le loro sfumature.
“Tu sei il mattino”, pezzo che ha concesso una forte attenzione radiofonica a Corsi poco prima del Festival, apre il disco con delicatezza ed introspezione, mentre “Nel cuore della notte” è un racconto musicale di oltre sei minuti, caratterizzato da una lunga coda di pianoforte. La title track “Volevo essere un duro”, già apprezzata a più riprese, riesce a sintetizzare il tono dell’intero lavoro, perché capace di coadiuvare l’ironia con momenti di profondità.

Con il suo stile Corsi richiama il cantautorato italiano più classico, da Ivan Graziani a Lucio Dalla, arricchendolo con un tocco di glam rock anni ’70. Come spesso successo nei suoi precedenti lavori, le melodie spiccano il più delle volte per eleganza e cura, evidenziando la vocalità unica del cantautore e la sua capacità di adattarsi alle armonie coinvolgenti.
Come detto in precedenza Lucio Corsi non è, per noi, una sorpresa, ma “Volevo essere un duro” segna comunque un ulteriore passo in avanti per il cantautore toscano che ci rappresenterà al prossimo Eurovision: in questo lavoro è chiara la crescita artistica, ma soprattutto la maggiore consapevolezza espressiva. La speranza di fondo è che questo exploit mainstream rappresenti un punto di rottura nel mercato musicale italiano e riporti l’attenzione sul vero cantautorato, perché c’è ne tanto, tanto bisogno.








