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MACE – MĀYĀ | Recensione | Primo Ascolto

In musica, magari più che in altri ambiti, è molto difficile riuscire a ripetersi dopo aver già raggiunto ottimi risultati; figuriamoci migliorarli. Evidentemente, però, MACE è l’eccezione che conferma la regola e in “MĀYĀ” ce lo dimostra ampiamente.

Tre anni dopo l’incredibile successo di OBE, l’artista milanese è tornato con un nuovo album, il cui titolo si rifà alla filosofia induista. Nello specifico, al concetto del velo maya dell’illusione che, avvolgendo la realtà come la percepiamo, ne nasconde la vera essenza. Con questo suo ultimo LP, dunque, il producer intende indurci a scostare leggermente tale velo, per portarci infine in un vero e proprio viaggio multisensoriale, partendo dalla musica.

Allo stesso tempo, viene naturale pensare (perdonatemi il gioco di parole) ad una “velata” critica alla scena discografica attuale. In un momento storico estremamente saturo di progetti assimilabili a vere e proprie playlist, colme di brani simili (per non dire uguali), ma privi di una qualsivoglia di visione e direzione artistica, MACE fa esattamente l’opposto, regalandoci un Album con la A maiuscola. In primis, per il modo in cui nasce: incontri veri e propri con i tantissimi ospiti e musicisti che lo impreziosiscono, piuttosto che singole session “virtuali” o il mero invio di file. Torna, pertanto, un processo creativo vero e proprio, dove ogni artista è messo nelle condizioni di confrontarsi con l’altro e dare il meglio di sé.

Perciò, non sorprende affatto il livello qualitativo delle singole performances: tutti i featuring sono apparsi davvero in “god mode”. I pesi massimi si sono comportati da tali, i “newcomers” hanno tutt’altro che sfigurato al loro fianco e i loro accoppiamenti ci hanno convinto al 100%. Per analizzarli tutti nel dettaglio occorrerebbe un articolo a parte; quindi, ci limiteremo a qualche breve osservazione “d’onore”.

Semplicemente clamorose le voci di Joan Thiele e Altea. Izi rasenta la perfezione (droppa presto, ne abbiamo bisogno). Con Kid Yugi, Tony Boy ed Ele A il futuro della scena rap nostrana è in buone mani. Il ritornello di Mengoni trasuda una potenza immane. Sorprendenti Marco Castello e centomilacarie. Cosmo rimane troppo sottovalutato. MACE e Venerus stanno bene assieme come pane e nutella. Son stati bravi proprio tutti, oh.

Insomma, rispetto al suo predecessore, forse quest’ultimo capitolo lascerà meno potenziali hit in pasto all’ingordo mercato discografico. Forse qualcuno storcerà il naso anche per il leggero allontanamento dall’hip-hop come genere dominante, o forse, invece, piace proprio perché impossibile da etichettare. Nel complesso, “MĀYĀ” risulta difatti coeso sotto tutti i punti di vista, oltre che meravigliosamente ricercato nelle sonorità proposte.

In fin dei conti, è il risultato più giusto: l’unico assoluto protagonista rimane ancora una volta MACE e le sue ineccepibili doti artistiche, riassunte alla perfezione negli 8 minuti della traccia strumentale finale. Ci ha regalato un’esperienza completa come poche da anni a questa parte: un tripudio di emozioni di ogni tipo, senza skip, da ascoltare dall’inizio alla fine. Già solo per questo dovremmo ringraziarlo.

Tracce preferite: “STRANO DESERTO” e “PRAISE THE LORD”

 

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