
C’è una voce nuova che arriva da Salerno e parla con sincerità disarmante: è quella di Via Mercanti, che con il suo primo album “Paradiso Light” ci mette di fronte ad un progetto che spazia tra fragilità, sogni infranti e verità sussurrate.
In questa intervista, Simone ci racconta come nasce un disco che sembra leggero ma scava in profondità, tra panchine, notti insonni e città che cambiano: un dialogo autentico, come le sue canzoni.
Ciao Simone, benvenuto su Primo Ascolto. Parto subito col farti i complimenti: “Paradiso Light” è, senza dubbio, uno dei progetti più freschi usciti recentemente nel mercato discografico. Il titolo, innanzitutto, mi ha colpito: l’eden viene forgiato dalla leggerezza, ma anche da qualcosa di artificiale. Quando hai capito che questo era il nome giusto per il tuo primo disco e cosa ti ha portato a sceglierlo?
Ciao e grazie mille. Ho scelto questo nome completamente per caso: stavo passeggiando per Salerno con la mia band e stavamo fantasticando sui possibili titoli delle mie prossime canzoni. All’improvviso, per scherzo, è uscito questo nome che mi ha subito acceso lo sguardo. In quell’esatto momento ho deciso che sarebbe stato il titolo di un disco o di un grande singolo. Alla base di questa scelta c’è stato poi un ragionamento molto ampio, durato mesi. Ho voluto accostare volutamente due parole molto diverse tra loro: una, Paradiso, più irrazionale e simbolica; l’altra, Light, mi dà l’idea di qualcosa di artificiale, facendo riferimento a tutto ciò che oggi ci viene venduto come “leggero” o “migliorato”. Ho capito fin da subito che sarebbe stato un titolo forte e d’impatto, perché mi piaceva molto e sentivo che racchiudeva un significato importante. Questo progetto mi rappresenta profondamente: c’è molto di me, della mia visione attuale del mondo e di ciò che mi circonda.
Altra peculiarità che mi ha spiazzato è la scelta di suonare tutto dal vivo, pur non perdendo di qualità: è una soluzione molto coraggiosa oggi, nell’epoca dei beat prefabbricati. Cosa ti ha portato a questo modus operandi?
Esatto, il mio nuovo disco è suonato interamente dal vivo, in un’epoca in cui questo aspetto viene spesso messo da parte e secondo me è un peccato, perché è un elemento fondamentale. Insieme al mio produttore, Marco Canigiula, abbiamo deciso fin da subito, quando abbiamo iniziato a parlare del progetto, di fare un passo avanti e alzare l’asticella della qualità, sia sonora che artistica. Così abbiamo scelto di registrare tutte le produzioni dei brani con strumenti suonati dal vivo. Volevamo dare a ogni pezzo un suono più vero, autentico, qualcosa che si sentisse “vissuto”, che arrivasse in maniera diretta a chi ascolta. Questa scelta ha contribuito a rafforzare l’idea di sincerità che volevamo trasmettere con il disco, una sincerità che parte dalla musica, ma che racconta anche molto di me.

C’è un’immagine, un verso, un momento preciso a cui sei più legato in questo album? Quello che pensi “qui c’è davvero Simone”? Io di getto ho pensato ad “Analgesici”, visto che hai voluto proporre anche la versione demo…
Sì, in “Analgesici” c’è sicuramente molto di me, ma lo stesso vale per tutti i brani del disco. Ognuno racconta qualcosa di personale, e ammetto di essermi messo a nudo con la massima sincerità in ogni pezzo. “Analgesici” racchiude una parte particolarmente intensa e significativa del mio vissuto. Una frase che sento davvero mia è: “Ma sarà che siamo esposti come in un supermercato, in scaffali come i noodles o il pane grattugiato.” Lì c’è tutta la mia sensazione di alienazione e di banalizzazione dei sentimenti, un’immagine semplice ma potente, che mi rappresenta pienamente. Anche a “Salerno è Morta” ho scelto di espormi totalmente, togliendo ogni filtro e fragilità, con un testo tanto intimo quanto diretto. Penso, ad esempio, al ritornello in cui scrivo: “Per colpa di uno stronzo che mi portavo a letto…” È crudo, ma autentico. È il tipo di scrittura che sento necessaria, senza compromessi. La decisione di includere anche la versione demo di “Analgesici” è nata strada facendo, ed è una delle cose di cui vado più fiero. Credo sia il modo più diretto ed efficace per esprimere quella parte intima e fragile che è dentro di me e che permea tutto il progetto.
In “Salerno è morta” c’è una dichiarazione d’amore mascherata da disillusione. Cosa pensi che servirebbe per farla rinascere, Salerno? E soprattutto, la consideri tale anche sotto l’aspetto artistico, oppure ci sono diverse opportunità per gli artisti emergenti?
Sì, “Salerno è morta” nasconde dietro una provocazione molto forte, già evidente dal titolo, una vera e propria dichiarazione d’amore. È un brano che parla di una città che, a mio avviso, ha smesso di sentirsi madre dei propri figli. Eppure, anche quando si è lontani, una parte del cuore resta lì, radicata. Per far rinascere Salerno, credo che servirebbe dare più spazio ai giovani: luoghi di aggregazione, occasioni concrete di espressione, spazi in cui poter crescere, creare, confrontarsi. Purtroppo, questa carenza si avverte fortemente anche, e forse soprattutto, sotto il profilo artistico. Per un artista emergente, Salerno può essere fonte di grande ispirazione, ma allo stesso tempo può trasformarsi in una gabbia. Una città che spesso non ti dà gli strumenti, né l’ascolto, per costruire qualcosa di duraturo. È una realtà piena di potenziale, ma troppo spesso poco attenta, poco reattiva nei confronti dei giovani che provano a costruirsi un percorso, soprattutto nel mondo della musica e dell’arte in generale. Mi dispiace dirlo, perché sono profondamente legato alle mie radici. Ho incentrato buona parte del mio percorso artistico proprio su questo legame, e il mio stesso nome lo porta con sé. Proprio per questo fa ancora più male vedere una città che sembra non accorgersi o non voler credere nel valore dei suoi ragazzi.
“Analgesici”, “Tram”, “Thè al mandarino”… Ogni brano ha un gusto diverso, ma tutti portano un filo di malinconia. La tristezza può essere uno strumento per creare bellezza, secondo il tuo parere?
Sì, ogni brano racchiude un po’ di malinconia. Fin dall’inizio, questo aspetto ha fatto parte del mio modo di fare musica, è quasi un filtro attraverso cui osservo la realtà che mi circonda. Credo che la malinconia, se vissuta e raccontata con equilibrio e consapevolezza, possa diventare uno strumento potentissimo per creare bellezza. Non è necessariamente qualcosa di negativo: è uno stato emotivo profondo, che ti permette di andare a fondo nelle cose, di cogliere sfumature che altrimenti passerebbero inosservate. Sta tutto nel modo in cui la si trasforma in suono, parole, immagini. Se ben dosata, può dare grande forza espressiva alla musica e credo sia proprio quello che accomuna i brani del disco, pur nelle loro differenze.

Da “Vinili Vecchi”, il tuo primo EP, a “Paradiso Light”, è passato solo un anno: com’è cambiato il tuo modo di scrivere e di rapportarti verso il mondo musicale?
In quest’ultimo anno sono cambiato molto, sia a livello artistico che, soprattutto, personale. Nel mio modo di scrivere sento una maggiore maturità, una visione più adulta del mondo e anche della mia parte artistica. Questo mi ha portato a essere più vero, più sincero e a dare davvero tutto in ciò che scrivo.
Molte cose nella mia vita sono cambiate, e inevitabilmente me le porto dentro. La mia crescita personale ha avuto un impatto fortissimo anche sulla musica: oggi sento di avere più consapevolezza, più urgenza espressiva, ma anche più cura nel raccontarmi. Paradiso Light è il frutto di questo percorso: un progetto che rappresenta un salto in avanti, non solo dal punto di vista musicale ma anche umano.
Ad oggi sono previste sei date dal vivo per presentare il tuo progetto. Prima di salutarci ti chiedo: cosa dobbiamo aspettarci dal futuro a breve termine di Via Mercanti? Hai intenzione di rifiatare dopo l’estate o ti metterai subito al lavoro con nuova musica?
Sì, al momento è previsto un mini-tour estivo per presentare “Paradiso Light” e non vedo l’ora di portare questo progetto dal vivo, condividendolo con le persone in modo diretto e sincero. Per quanto riguarda il futuro, non ho ancora certezze e forse è proprio questo il bello. Sicuramente mi prenderò un po’ di tempo per riflettere, per ricaricare le energie, ma ho già in mente nuove idee e progetti che mi piacerebbe sviluppare. La voglia di scrivere e di sperimentare non si ferma mai, e sento che questa estate segnerà l’inizio di un nuovo capitolo, più che una pausa.








