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Mannarino – Primo amore | Recensione | Primo Ascolto

L’eterno romanticismo malinconico di Mannarino ci avvolge in “Primo amore”, un album in cui l’artista romano si interroga, si espone e si muove in equilibrio precario tra reale e fantastico. Il sound, un folk contaminato dall’elettronica, è scandito da percussioni ipnotiche che ci guidano alla deriva in una giungla sonora.

Alessandro, classe 1979, torna a cinque anni di distanza dal precedente lavoro con questo nuovo disco uscito nella nottata di ieri. Conosciuto per il suo stile personale che mescola tradizione popolare romanesca, world music e una scrittura poetica e viscerale, Mannarino conferma in “Primo amore” la sua capacità di trasformare l’introspezione personale in un’esperienza universale, sospesa tra malinconia e slancio vitale.

Si parte subito con “Ciao”, che apre le porte a un viaggio di crescita personale: attraversiamo montagne, pianure, oceani e cieli sconfinati, per imparare a resistere al presente e conquistare quella libertà tanto agognata. In “Dammi” ci ritroviamo in ginocchio, mani giunte, a invocare salvezza, evasione e la capacità di amare davvero. Non vogliamo morire lentamente: desideriamo sentire il vento in faccia mentre corriamo verso il mare, risvegliandoci dal torpore della quotidianità.

“Maradona” ci conduce sulla linea sottile che separa realtà e immaginazione, prendendo come esempio la figura mitica di D10S, sospesa tra umanità fragile e elevazione a sogno. Attraversiamo ospedali, chiese e case, ricongiungendoci alla nostra parte più intima grazie a rumori, suoni e una musica che ci avvolge come una coperta di stelle, sollevandoci fino al cielo. “Per un po’ d’amore” ci impedisce di restare soli con i nostri pensieri: siamo sempre alla ricerca di quel briciolo di affetto, da chiunque esso venga. E quando non riusciamo a trovarlo, ci perdiamo nel buio: «quando tutto si frantuma, non pensare che sei una», ci canta Mannarino, prendendoci per mano nell’oscurità e accompagnandoci nella nostra ricerca ossessiva, destinata a non finire mai.

Con “Carne” torniamo bruscamente nella dimensione fisica. Mannarino ci entra dentro la pelle e nella mente, ricordandoci che la carne rimane sempre carne – sia umana, animale, fisica o eterea – e va maneggiata con cura. “Venere” ci riporta al tema dell’amore attraverso sovrapposizioni vocali e immagini incisive e ripetute, in cui le voci narranti si intrecciano fino a fondersi in un’unica entità.

“Kalanera” è la perfetta incarnazione degli opposti: bene e male uniti dallo stesso filo rosso che, inevitabilmente, tesse la vita. Un intreccio così profondo da annullare la realtà, lasciando soltanto i suoni che rimbombano dentro di noi. In “Bambino” ritroviamo l’equilibrio: il nostro percorso è una linea sottile su cui restiamo in bilico tra realtà e sogno. Non possiamo fare altro che abbandonarci alla caduta e scoprire dove atterreremo.

Chiude l’album il brano omonimo: risaliamo piano dall’oscurità, intravedendo un timido raggio di sole che può guidarci verso la felicità. Consapevoli che il nostro giardino di spine potrà proteggerci dalla sofferenza, ma forse anche dall’amore.

Con “Primo amore” Mannarino ci guida in un mondo fatto di opposti e ci lascia navigare, senza mai abbandonarci, sulla nostra barchetta traballante, tra i suoni che ci attraversano.

Traccia preferita: Ciao

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