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Maxwell McFriend e il suo “Bipolarismo Tecnologico”: tra smarrimento e paura di scomparire, nell’era dell’AI [INTERVISTA]

Nel suo nuovo album “Bipolarismo Tecnologico”, Maxwell McFriend porta all’estremo il dialogo tra umano e macchina, trasformando la distopia digitale in un linguaggio sonoro stratificato e inquieto. Musicista, animatore e autore transmediale, Pasquale D’Amico, vero nome di Maxwell McFriend, indaga come la tecnologia stia ridefinendo emozioni, memoria e percezione: in questa intervista esploriamo la visione che ha guidato il progetto, il rapporto tra musica e narrativa e le tensioni che abitano il suo immaginario elettronico.

Ciao Pasquale, benvenuto su Primo Ascolto. Pochi giorni fa è uscito “Bipolarismo Tecnologico”, un progetto che ho apprezzato molto e che suggerisce una doppia polarità: controllo e smarrimento. Quale dei due poli ti appartiene di più come autore e come persona?

Smarrimento. Più passa il tempo, più ho la sensazione di vivere in un mondo che faccio fatica a riconoscere come mio.
Forse è semplicemente la famosa crisi di mezz’età, oppure è il segno di un cambiamento più profondo nel modo in cui percepisco la realtà.

Il progetto racconta una frattura emotiva generata dalla stessa tecnologia: c’è stato un episodio, reale o immaginato, che ha acceso la scintilla iniziale del lavoro?

È un tema che, in realtà, attraversa gran parte del mio percorso artistico.
Un paio di anni fa ho realizzato un cortometraggio animato, “Se avessi le mani”, in cui un manichino da disegno si interrogava sul fatto che, in un’epoca dominata dall’intelligenza artificiale, nessuno disegnasse più.
Già allora sentivo il bisogno di riflettere sul rapporto tra creatività umana e progresso tecnologico. Forse il motivo principale è la paura che il mio lavoro presto scomparirà del tutto.

Devo ammettere che non mi sono capitati spesso dei progetti in cui l’elettronica si fa così narrativa: quando componi pensi prima al suono o all’immagine mentale che quel suono deve evocare?

In questo lavoro ho cercato di dimenticare tutto quello che avevo fatto prima.
Volevo liberarmi da abitudini, schemi e aspettative che mi portavo dietro da anni.
È stato un approccio completamente diverso sotto ogni punto di vista.
Più che pensare, ho cercato di fare l’opposto: disattivare il cervello e affidarmi all’istinto. Non mi interessava costruire qualcosa di troppo ragionato o programmatico; volevo seguire le sensazioni e vedere dove mi avrebbero portato.
“Tumi ami?” è stato il primo brano nato con questo metodo. In un certo senso ha aperto una porta e mi ha indicato una direzione che fino a quel momento non avevo esplorato.
È diventato il riferimento fondamentale per tutto il resto dell’album, sia dal punto di vista sonoro che da quello emotivo.

Tra l’altro, per essere un lavoro di matrice elettronica, hai preferito affidarti a una certa brevità nei singoli brani: è stata una scelta strategica oppure un tuo modus operandi, considerando che anche nel precedente album “Braccia Rubate all’Agricoltura” utilizzavi la stessa metodologia?

La brevità dei brani rientra nello stesso ragionamento di cui parlavo prima: la volontà di fare qualcosa di diverso rispetto al mio approccio abituale. In fase di scrittura mi ero imposto, almeno idealmente, di restare entro una durata massima di due minuti per traccia.
Detto questo, è probabile che ci sia anche una componente più “strategica”, legata al modo in cui oggi viene fruita la musica: l’attenzione media sulle piattaforme di streaming è sempre più breve e questo inevitabilmente influisce, anche solo a livello inconscio, sulle scelte.
Nel precedente album, “Braccia Rubate all’Agricoltura”, la logica era in parte diversa: i brani erano generalmente più lunghi, con alcune eccezioni.

In “Oracolo” hai virato meno sulla sperimentazione, prediligendo un approccio più facilmente fruibile anche nei club: è stata una scelta pianificata, magari per spezzare la promiscuità?

“Oracolo” è in realtà l’unico brano composto prima rispetto al resto del progetto e quindi non nasce direttamente da questo nuovo approccio più istintivo e “liberato” di cui parlavo. Quando ho iniziato a costruire l’album mi sono reso conto però che funzionava molto bene all’interno del contesto generale.
Anzi, in un certo senso poteva rappresentare anche un punto di apertura più immediato, con una potenziale valenza più “commerciale”, quasi da singolo.
Non è stata quindi una scelta pianificata in fase iniziale, ma una decisione maturata a posteriori, osservando come il brano dialogava con il resto del lavoro.
Ed è anche per questo che, a differenza degli altri, è l’unico pezzo più lungo dell’album.

Invece le atmosfere asiatiche di “Ricordati di spendere” da dove sorgono?

Il fatto è che ho un debole per quelle atmosfere orientaleggianti. Probabilmente appartengono a una mia vita passata.
Forse stridono un po’ col resto ma non mi importa. L’idea era introdurre un elemento di calore e umanità all’interno di un contesto che, nel suo complesso, tende verso qualcosa di più freddo e tecnologico.
Una sorta di piccola incrinatura emotiva, o di respiro diverso dentro quel paesaggio sonoro.

Durante il concepimento di “Bipolarismo Tecnologico”, avevi in mente una particolare reazione nell’ascoltatore?

No, non avevo in mente una reazione precisa da parte dell’ascoltatore.
L’unica eccezione, forse, è “Oracolo”, dove c’era anche la volontà di realizzare qualcosa che potesse avere un impatto più immediato e risultare più accessibile, magari anche piacevole in senso più tradizionale. Per il resto del progetto, l’obiettivo principale era un altro: mettermi alla prova.

Leggevo nella bio il tuo variegatissimo background artistico, che attraversa animazione, videoarte, musica e letteratura. Penso sia stato praticamente obbligatorio scindere i tuoi “alter ego” Mr Klesha Animation e Maxwell McFriend, dunque mi chiedo: nelle diverse situazioni in cui ti trovi, cambia molto il tuo modo di percepire il lavoro o le responsabilità artistiche?

Io stesso, ancora oggi, mi interrogo su cosa mi abbia spinto a farlo e continuo a non avere una risposta del tutto chiara. Per certi versi può creare confusione, soprattutto dall’esterno.
Detto questo, il modo in cui percepisco il lavoro e le responsabilità artistiche non cambia. Non c’è una vera separazione interna: i miei alter ego non sono in contraddizione tra loro, non rappresentano visioni diverse o opposte. Alla fine condividono lo stesso sguardo sulle cose, anche se si esprimono attraverso linguaggi diversi.

C’è un aspetto della tecnologia che ti affascina profondamente e uno che invece ti inquieta, magari al punto da volerlo raccontare artisticamente? Nel comunicato stampa non citi mai direttamente l’intelligenza artificiale, anche se il riferimento è piuttosto chiaro ed anch’essa viene spesso percepita come una minaccia o come un potenziamento…

Non cito mai direttamente l’intelligenza artificiale anche per una scelta un po’ provocatoria: non sento il bisogno di contribuire ulteriormente alla sua visibilità, che è già enorme. È evidente che rappresenti una trasformazione importante e, per molti versi, anche una minaccia concreta per diverse figure professionali e artistiche: animatori, scrittori, illustratori, musicisti. Allo stesso tempo, quando la utilizzo, cerco di farlo con molta cautela e mi rendo conto che il suo potenziale è altrettanto significativo. La criticità più grande, però, secondo me non è solo ciò che può sostituire, ma ciò che rischiamo di perdere: la memoria del processo. Se si delega sempre di più a strumenti come ChatGPT o simili, c’è il rischio reale di disimparare come si fanno le cose, di perdere nel tempo le competenze che prima erano parte del proprio lavoro quotidiano. Questa è la cosa che mi spaventa di più, soprattutto se penso alle nuove generazioni.

Tra questo progetto e il precedente sono trascorsi quattro anni. Prima di salutarci ti chiedo: darai maggiore continuità al progetto Maxwell McFriend oppure lascerai che a dettare i tempi sarà solo ed esclusivamente l’ispirazione?

La mia vita segue dei cicli piuttosto irregolari, quasi “randomici”. Ci sono periodi in cui mi dedico principalmente alla musica, altri in cui mi concentro sulla pittura, altri ancora sull’animazione o su forme espressive diverse.
Quest’anno, ad esempio, mi sono cimentato anche nella scrittura di un romanzo di fantascienza, “Il Negozio di giocattoli”, uscito in parallelo all’album. In un certo senso è come se fossi sempre alla ricerca di un nuovo campo da esplorare, una sorta di terreno di gioco in cui mettermi continuamente alla prova. Per quanto riguarda Maxwell McFriend, non esiste una pianificazione rigida legata alla continuità. Tuttavia ho già un’idea piuttosto chiara del prossimo lavoro, che sarà incentrato sulla parola.

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