
“Tra Parentesi” è il primo album di miacaracarolina (nome d’arte di Carolina Lidia Facchi), un progetto cantautorale prodotto da Francesco Imbriaco in Friuli.
Il disco è un vero e proprio diario intimo, tra fragilità e resistenza: esplora relazioni e sentimenti con toni che variano dal solare all’ironico, fino alle ballad più intime e malinconiche. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con l’autrice, per comprendere nel dettaglio ciò che caratterizzato la genesi del lavoro.
Buongiorno Carolina, benvenuta su Primo Ascolto. Poche settimane fa è uscito “Tra Parentesi”, l’album che sancisce il tuo debutto discografico: cosa spinge un’artista innamorata del teatro e della lirica a proporre un album dall’anima pop e cantautorale?
Buongiorno Antonio, grazie. Sì, il 21 novembre è uscito il mio primo album e sono davvero molto emozionata. In realtà vivo questo progetto come un ulteriore modo di indagare la mia voce. Arrivo da un percorso classico, ma fin dall’inizio ho sentito il bisogno di coltivare una vocalità versatile, esplorando generi e linguaggi diversi. Non è stata solo una curiosità, ma anche un modo per aprirmi alla novità e crescere, scoprendo parti di me che non pensavo di avere. Il cantautorato indie pop mi appartiene molto: è un genere che ascolto tanto e che sento particolarmente affine, ma è anche un canale di espressione estremamente diretto. Ho sempre pensato alla mia voce e al mio corpo come a uno strumento di comunicazione al servizio della musica degli altri. A un certo punto, però, ho sentito il bisogno di rispecchiarmi di più, di risuonare in qualcosa che fosse davvero mio. Da lì, in modo del tutto naturale, è nata la scrittura.
Hai recentemente definito “Tra Parentesi” come una “fotografia”, più che un bilancio. In che modo questa scelta ha influenzato la struttura narrativa del disco? Hai lavorato per mantenere una spontaneità diaristica o ci sono stati momenti in cui hai dovuto “tradire” l’istinto per esigenze formali?
All’inizio la scrittura è stata molto spontanea. I brani sono nati in modo naturale, dall’urgenza di esprimere difficoltà e raccontare eventi che stavo vivendo e che, in quel momento, non avevo ancora decifrato del tutto. Il lavoro successivo, però, non è stato quello di assecondare una scrittura di getto, ma di riascoltarmi: capire cosa tenere e cosa invece appartenesse solo allo sfogo personale, distinguere le canzoni utili solo a me da quelle che potevano risuonare anche negli altri. Per questo ogni canzone, ogni parentesi, è una fotografia di un momento emotivo preciso. Una fotografia che nasce da qualcosa di autentico e istintivo, ma in cui gli elementi sono stati disposti in modo consapevole, scegliendo cosa tenere dentro l’inquadratura e cosa lasciare fuori.
Registrare a Cividale del Friuli, lontano da Milano, è una scelta controcorrente. Quanto ha inciso il paesaggio, il ritmo del luogo, o la distanza dalla scena urbana sulla resa sonora del disco? Hai notato un impatto diretto sul tuo modo di cantare o scrivere?
Ho scelto di allontanarmi da Milano per diversi motivi. Il primo, molto concreto, è che le persone che desideravo al mio fianco per questo progetto vivono lontano dalla città. Francesco Imbriaco e Leonardo Duriavig, due dei Cinque Uomini sulla Cassa del Morto, mi hanno affiancata con grande cura, garbo e delicatezza, dandomi la possibilità di crescere e sperimentarmi in un territorio per me nuovo, sempre nel rispetto profondo della mia libertà creativa. Il Friuli, poi, è un luogo per me molto speciale. Lì riesco a stare lontana dalla frenesia e dal caos in cui spesso ci troviamo immersi. L’impatto più forte è stato proprio quello di togliersi il peso di una certa performatività che Milano inevitabilmente richiede. Prendersi il tempo e lo spazio per scrivere e registrare senza l’urgenza di essere impeccabili mi ha permesso di lavorare su una musica più nuda, più essenziale, e forse proprio per questo più densa di realtà.

Nel brano “Non ti va mai bene niente” emerge una forte componente politica e transfemminista. Come hai affrontato la sfida di rendere musicale un messaggio così denso, evitando la retorica ma senza edulcorare il contenuto? Hai avuto riferimenti artistici o letterari per bilanciare forma e sostanza?
“Non ti va mai bene niente” è uno sfogo di rabbia. Testualmente penso che questa canzone rappresenti per me uno spazio in cui mi sono concessa, anche in modo velenoso, di rispondere a chi mi critica quando affermo che la società in cui viviamo è profondamente ingiusta. Testo e musica sono nati simultaneamente, in un momento in cui avevo già in mente un arrangiamento blues che dava un carattere ironico al brano, quasi fosse satirico. Confrontandomi con Francesco, però, ci siamo però resi conto che cambiando l’ambientazione sonora, la canzone avrebbe acquisito molta più potenza, diventando più ruvida ed incisiva. Francesco arriva dalla composizione per film e podcast, e credo che questo sia il brano in cui la sua tridimensionalità narrativa emerga con maggiore evidenza. Proprio per questo ho scelto di inserire anche le voci di chi, come me, lotta nelle piazze, intrecciandole alla mia. “Non ti va mai bene niente” è pensata come un inno per tutte le persone a cui non va bene il mondo in cui viviamo ma che vengono continuamente sminuite per questo. Un modo per dirci che non siamo sole, che siamo molte di più di quanto ci venga fatto credere. Dal punto di vista dei riferimenti musicali, credo che questo sia il brano in cui si condensano maggiormente gli ascolti di una musica più radicale e dissidente, appartenente a una tradizione di lotta che attraversa generi diversi (dal folk al reggae, dallo ska fino al pop) e che porta con sé contenuti sorprendentemente affini.
Il progetto Salvavoce è un esempio raro di intersezione tra pedagogia vocale e attivismo. Questa esperienza ha influenzato in qualche modo la tua scrittura e il tuo approccio alla voce nel disco? C’è un brano in cui senti di aver messo in pratica ciò che insegni ai tuoi allievi?
“La Salvavoce” è un progetto a cui tengo profondamente. In quello spazio e attraverso quel lavoro, i miei allievi e le mie allieve possono sperimentare la propria voce in un contesto sicuro, accogliendola nella sua interezza, senza timore di giudizio. Questa esperienza non mi ha permesso soltanto di attraversare l’universo vocale e osservare tante voci con esigenze differenti, ma soprattutto mi ha aperto a numerose riflessioni sulpotere d’azione del singolo nel supportare e promuovere una consapevolezza attorno a
determinate tematiche sociali.
Prima di Salvavoce avevo la chiara percezione che qualcosa, nel mondo, non stesse funzionando. Riconoscevo come spesso chi gode di maggiori privilegi finisca per decidere le sorti di chi non ne ha, e come chi si trova ai margini sia costretto a lottare in solitudine per diritti che dovrebbero essere vitali e fondamentali per tuttə. Dare vita a questo progetto è stato il mio modo di rispondere a un’esigenza concreta, che contribuiva a un divario che non dovrebbe esistere, e mi ha permesso di comprendere quanto sia possibile muoversi in prima persona, fare realmente la propria parte, utilizzando il corpo e le conoscenze come strumenti politici e di azione. Questo stesso spirito è confluito nel brano “Non ti va mai bene niente”. In questa canzone racconto quanto spesso mi sia sentita sminuire per il mio desiderio di “voler cambiare le cose”, come se fosse qualcosa di sbagliato o ingenuo. Il brano contiene riferimenti espliciti alla lotta femminista intersezionale e al contrasto alla violenza sulle donne, ma il suo carattere simbolico sta anche nel fatto che non ospita solo la mia voce: al suo interno risuonano le voci di attivisti e attiviste incontrati nelle piazze italiane, in contesti e per cause diverse, ma accomunati da un desiderio condiviso di un mondo più equo e giusto.
All’interno della traccia emerge in particolare la voce di Francesco Cicconetti, attivista, scrittore e content creator, che sottolinea come la lotta non possa essere demandata esclusivamente alle minoranze, ma richieda un’assunzione di responsabilità anche da parte di chi gode di privilegi, affinché i diritti possano davvero appartenere a tuttə.
Nella nostra chiacchierata preliminare mi hai accennato alla vittoria di una borsa di studio usufruita al CET di Mogol, con lo scopo di affinare l’approccio dei testi alla musica. Credi sia stato lo step più importante ora, per dare seguito a questa tua enorme passione?
L’esperienza al CET, resa possibile grazie alla borsa di studio, è stata per me significativa soprattutto come momento di confronto e di messa a fuoco del mio percorso. Mi ha permesso di osservare da vicino dinamiche dell’industria musicale contemporanea e di interrogarmi in modo ancora più critico su quale direzione desidero dare alla mia scrittura e al mio rapporto tra testo e musica, rafforzando la consapevolezza della mia identità artistica. L’aspetto più prezioso di quel periodo è stato però il contesto umano. Condividere il percorso con un gruppo di musicisti e musiciste molto diversi tra loro, per età, formazione e sensibilità, è stato estremamente formativo. Il confronto quotidiano, lo scambio di visioni e il dialogo continuo tra pari mi hanno insegnato molto più di qualsiasi approccio didattico frontale, permettendomi di crescere attraverso l’ascolto, l’ispirazione reciproca e la costruzione di relazioni autentiche. In questo senso, più che uno step tecnico, il CET ha rappresentato un passaggio di consapevolezza: mi ha aiutata a capire meglio cosa voglio portare avanti e cosa, invece, non mi appartiene.

Torniamo all’album: nel titolo “Tra Parentesi” si avverte una sospensione, un tempo interiore che si sottrae al flusso ordinario. A livello di produzione e arrangiamento, come hai tradotto con i tuoi collaboratori questa idea di “intervallo emotivo” in termini sonori?
Il titolo nasce da più livelli. L’immagine iniziale arriva da una frase che mi ha detto un caro amico: secondo lui uno dei miei “talenti”, quando parlo, è quello di aprire parentesi dentro altre parentesi. Mi ha fatto sorridere perché mi ci sono riconosciuta subito. È un modo di pensare e raccontare che mi appartiene, fatto di deviazioni, approfondimenti, ritorni improvvisi e soprattutto “peccati di memoria”, quando perdo il filo.
Il disco racconta questo movimento interiore. Tutte le canzoni nascono da un’esigenza personale di scrittura: avevo bisogno di dare un nome, una forma, a legami, relazioni e passaggi emotivi che stavano chiedendo risposte. Alcuni brani sono stati per me profondamente terapeutici e spesso mi viene restituito lo stesso sentimento da chi li ascolta, come se quelle parentesi private potessero diventare luoghi di riflessione occasioni per raccontare e raccontarsi. A livello di produzione e arrangiamento, questo “intervallo emotivo” si è tradotto nella scelta di dare spazio alle melodie e al carattere specifico di ogni canzone. Ogni brano ha una propria ambientazione sonora, che mi ha permesso di sperimentare attraversando stili e generi diversi, contribuendo a definire il mio stile e la mia identità musicale. Mi sono buttata a capofitto in linguaggi differenti e ogni canzone ha un taglio ben riconoscibile, perché ogni storia ha mosso emozioni diverse. Non si possono attraversare momenti differenti restando sempre nello stesso suono.
In “Maledetto Imbecille” e “Non ti va mai bene niente” si percepisce un’ironia amara, quasi teatrale, dunque vicina al tuo background. Come hai lavorato sul timbro e sulla dinamica vocale per restituire questa ambivalenza?
La mia formazione come cantante lirica e il mio amore per il musical e il teatro musicale emergono spesso nella mia scrittura e nel mio modo di cantare, e credo siano una delle mie caratteristiche più riconoscibili. Mi viene detto spesso che le mie canzoni sembrerebbero adatte a un film o a un musical, e in parte questo è legato al timbro della mia voce, che viene percepito come morbido, “educato”, qualcuno dice persino che la mia voce sorrida. Allo stesso tempo, ho imparato che si scrive e si canta ciò che si ascolta e ciò che si è interiorizzato. Le melodie, per me, nascono in modo molto impulsivo e quasi inconsapevole: la mia testa crea motivi da quando ero bambina, ed è naturale che l’ascolto profondo della musica classica e del teatro musicale abbia influenzato questo processo. Proprio per questo, “Maledetto Imbecille” e “Non ti va mai bene” niente sono stati i brani più complessi da interpretare vocalmente. L’ironia o la decisione dei testi si scontrava con la mia voce che tende, spontaneamente, ad essere spesso dolce e fiabesca, rendendo difficile restituire una dimensione più aspra e tagliente. In questo senso è stato fondamentale il lavoro continuo con il mio produttore, Francesco Imbriaco, soprattutto in fase di registrazione delle voci: abbiamo costruito con attenzione timbro e dinamica affinché l’interpretazione restasse credibile e coerente, evitando qualsiasi eccesso di leggerezza. Se musicalmente la direzione era chiara fin dall’inizio, vocalmente è stata una ricerca necessaria per mantenere quell’ambivalenza tra ironia e durezza che attraversa alcuni brani, il carattere nostalgico di altri mantenendo anche momenti di dolcezza.
La tracklist sembra seguire un arco narrativo ben preciso. Ci sono stati brani spostati o esclusi per non rompere questo equilibrio?
La scrittura del disco si è sviluppata nell’arco di circa un anno, periodo in cui ho composto anche altri brani che però ho sentito subito non appartenere a questo racconto. L’arco narrativo dell’album si è definito in modo molto naturale: non ci sono stati veri spostamenti o ripensamenti, perché avevo chiaro fin dall’inizio quale fosse il percorso emotivo che volevo attraversare. In un certo senso, la tracklist si è costruita da sola. Curiosa in questo senso, però, è la storia di “Adesso Passa”, canzone a cui sono profondamente legata. Inizialmente avevamo concordato che l’album sarebbe stato composto da sette brani e, fino a giugno, eravamo certi di quella scelta. Poi, a fine mese, è nata questa canzone e ho sentito immediatamente, in modo molto viscerale, che fosse la chiusura perfetta del disco. Ho condiviso quel momento anche sui social, scrivendo semplicemente “ho scritto l’ultima traccia”, accompagnato da un video in cui canto il provino, visibilmente commossa. Subito dopo ho chiamato Leonardo Duriavig e gli ho
mandato una registrazione pianoforte e voce direttamente dal telefono, chiedendogli un parere. La sua risposta è stata immediata e ha confermato quella sensazione molto istintiva che avevo avuto fin dall’inizio. Da lì ho iniziato a immaginare un possibile arrangiamento da proporre a Francesco e il brano ha preso forma in modo sorprendentemente rapido, come se sapesse già dove doveva andare.
Ultime curiosità, prima di salutarci: quali sono le aspettative che riversi in questo progetto? Ci sarà modo di apprezzare “Tra Parentesi” dal vivo?
Certo! Ci sarà occasione di ascoltarmi live in diversi contesti (le date usciranno piano piano sul mio profilo instagram @miacaracarolina). Non sarò sola sul palco ma mi accompagneranno Cecilia Oberti alla chitarra e Matilde Mezzadri al violoncello. Con questa stessa formazione stiamo preparando una piccola sorpresa per la primavera:una live session di alcuni brani in acustico che completerà l’album sulle piattaforme e nella versione disco.
Parallelamente, mi sto dedicando alla scrittura di nuovi brani. Alcuni sono già stati ascoltati in anteprima da amici che mi spingono a pubblicarli il prima possibile, ma in questo momento sento il bisogno di prendermi tempo e spazio, senza ansia né pressione. Sto scrivendo e riscrivendo, arrangiando e riarrangiando, cercando di addomesticare una scrittura che nasce da un’urgenza narrativa ma che ha bisogno di cura e attenzione per trovare la sua forma definitiva.