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Montmasson: ‘Con “Un’eredità” nasce la mia ripartenza artistica’ [INTERVISTA]

Abbiamo intervistato pochi giorni il cantautore classe ’81 Montmasson (al secolo Daniele Nava), fuori da pochi mesi con il sorprendente album “Un’ eredità” che certifica il suo debutto da solista.


Buongiorno Daniele, benvenuto su Primo Ascolto.
Il tuo debutto da solista è ormai fuori da sei mesi, e la prima domanda che vorremmo farti riguarda la tua decisione di “ricominciare”, a 40 anni, con un nuovo percorso discografico: è una scelta che deriva da delle esigenze particolari?

Buongiorno, è un piacere rispondere alle vostre domande. Considerando che i 40 anni di oggi sono i 20 di un tempo e che gente come Paul McCartney o Caetano Veloso sfornano ancora piccole perle ormai quasi alla soglia degli 80, posso dire che non esistono più esordi o traguardi, ma come dici tu esigenze particolari. Dopo la mia esperienza nella band Mircanto, fatta di musica e di crescita personale, c’è voluto un po’ per ripartire e ho scritto canzoni solo nei momenti in cui mi sono fermato a riflettere sulla mia situazione personale, centellinando parole e accordi. C’è chi mi ha convinto a raccogliere tutti questi pezzi e farne un disco. L’apprezzamento e la riconoscenza, anche di pochi, hanno fatto tanto per questo disco.

Hai scelto un titolo (“Un’eredità”, ndr) interpretabile in diversi modi, anche se nel tuo caso, più che una successione testamentaria, fai riferimento al lascito delle esperienze che la vita ci propina nel corso del tempo. A livello puramente artistico, cos’hai ereditato in questi primi quarant’anni?

“Un’eredità” è poi anche il titolo di una delle canzoni del disco e riflette proprio su quanto siamo in grado di ereditare ancora in questo presente rapidissimo e plurisfaccettato, cosa vorremo salvare e cosa irrimediabilmente abbiamo già perduto. La nostra condizione, la mia, è stata in questi anni a metà strada, nel mezzo di una scelta, tra nostalgia e slancio, sia per questioni puramente intime e personali che per il mio sguardo sul mondo.
A livello artistico quello che posso dire è che ho ereditato tanta musica, ma soprattutto ho maturato la consapevolezza che la musica a tutti i livelli sia un insegnamento. Noi di provincia siamo così, la musica è sostanziosiosa come le cose che mangiamo (più o meno è quello che dice Paolo Conte), e anche se qualcuno di noi è più sensibile e acculturato non dimentichiamoci delle nostre radici.

Ascoltando il tuo album è piuttosto palese l’influenza del cantautorato italiano, quello vero, dunque molto focalizzato sul valore dei testi, ed anche il percorso con i Mircanto ha chiaramente subìto il fascino di questo tipo di musica. Hai sviluppato questa passione fin dall’età adolescenziale?

Da piccolo avevo una musicassetta che ascoltavamo in viaggio e racchiudeva un po’ tutte le mie prime influenze. Mi ricordo che oltre a qualche blues di Muddy Waters, Aretha Franklin, John Lee Hooker, spuntavano i pezzi più famosi di Conte, Branduardi, De Andrè con la PFM. Ho avuto poi una fase prog e una folk, ho amato il Canterbury sound, e i cantautori diciamo che li ho sempre cercati con grande curiosità, anche quelli un po’ meno esposti, se così possiamo dire.

Con “Un’eredità” hai deciso di affidarti all’autoproduzione, riuscendo inoltre a mantenere un livello qualitativo delle sonorità più che adeguato.
Nel caso si presentasse l’occasione saresti disposto a valutare l’ingresso in una label?

Certo che sì. Auspicherei che fosse un reale interessamento e a quel punto sarei disposto e direi anche stimolato dalla possibilità di mettere sul tavolo la mia musica facendo scelte condivise con chi la apprezza, mettendo in dubbio certezze e intravedendo sfaccettature che non avevo considerato. Sembra un po’ un rapporto d’altri tempi, ma penso che a livelli non troppo mainstream sia ancora possibile.

Chiudiamo con un quesito amletico, che ti auguriamo possa essere di buon auspicio: quali sono gli obbiettivi e le aspettative di Montmasson, a breve e lungo termine?

Spero innanzitutto come tanti miei colleghi di poter tornare a suonare dal vivo come si faceva avanti pandemia, quando comunque era già difficile trovare locali e persone disposte ad investire sulla musica a prescindere. Questo lo auguro a tutti. A lungo termine mi vedo ancora qui, a comporre canzoni, diciamo che punto tutto sulla lunga distanza, al successo per sfinimento. A parte gli scherzi, mi piacerebbe che la musica possa accompagnare la mia quotidianità, conoscendo e collaborando con musicisti nuovi. In questo periodo ad esempio sto frequentando altri due cantautori bergamaschi, Christian Frosio e Giorgio Granelli, per una condivisione delle nostre canzoni. Stiamo a vedere a cosa porterà. La condivisione e l’umiltà sono altre due cose che un po’ mancano nella musica, anche a livelli indipendenti e su questo andrebbe fatta un’inversione di rotta.

 

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