
C’è qualcosa di raro, oggi, nel modo in cui LeiKiè costruisce i suoi mondi: la sua genialità ha infatti dato vita ad un ecosistema intero, il PAPworld, dove musica, animazione, moda, performance e gioco dialogano come se fossero sempre appartenuti allo stesso linguaggio.
Dietro c’è un’artista che viene dal teatro e dal teatro canzone, che ha fatto del trasformismo uno strumento narrativo e che ha impiegato dieci anni per portare sullo schermo “PAPmusic – Animation for Fashion”, lungometraggio indipendente con oltre cinquanta riconoscimenti internazionali e cinquantuno composizioni originali.
Ora, con la consueta originalità, apre una nuova porta verso “PAPgame” e invita il pubblico a non restare spettatore, ma a diventare .
In questa chiacchierata parliamo di scintille creative, di caos interiore che diventa struttura, di “PAPizzare” la realtà e di un universo che cresce solo se qualcuno decide di entrarci con curiosità (e leggera follia).
Ciao, benvenuta su Primo Ascolto. È la prima volta che mi trovo a che fare con un progetto così peculiare ma, al tempo stesso, ambizioso. Da film di animazione, PAPmusic si sta trasformando in qualcosa di molto più grande: in che modo il tuo percorso artistico ti ha portato a immaginare un progetto che unisce musica, cinema, moda e gioco?
Credo sia stata una conseguenza naturale del mio mondo interiore. Mettersi in ascolto di sé sorprende sempre, perché la vera libertà è lasciarsi meravigliare e accogliere ciò che arriva spontaneamente, senza cercare di controllarlo. L’anima guida, l’emozione nasce e trova espressione attraverso linguaggi diversi. A volte prende la forma di una melodia, altre di un’immagine, di una visione o di una storia. Ma, in fondo, tutti questi mondi sono già profondamente connessi tra loro. È stato un lungo percorso iniziato con il teatro, che mi ha insegnato a vivere e interpretare la vita di altri; poi sono arrivate la musica e la scrittura, che hanno iniziato a dialogare e ad alimentarsi a vicenda; quindi la regia, le immagini e infine la moda, capace di dare un’identità visiva a tutto questo. PAPworld nasce proprio dall’incontro di queste esperienze. Più che creare prodotti separati, il mio desiderio è dare vita a un universo in cui ogni linguaggio dialoghi con gli altri e contribuisca ad arricchire la stessa storia.
Qual è stata la scintilla iniziale che ha fondamentalmente dato vita all’universo PAPworld?
La scintilla è nata ancora prima del film. Durante la realizzazione del videoclip “Baciami Ba”, definito nei titoli di coda “La mamma di PAPmusic”, mi sono resa conto che i layout e i disegni che stavano prendendo forma sembravano avere una vita propria. Era come se quei personaggi e quelle immagini volessero continuare a raccontare qualcosa oltre il videoclip. Contemporaneamente immaginavo collezioni di moda che prendevano vita dalla musica, mentre la narrazione continuava a disegnare nuovi mondi. È stato in quel momento che dentro di me è esploso il PAPworld. All’inizio immaginavo un cartone animato, ma non potevo sapere che sarebbe diventato il cuore di un progetto molto più grande. Ci sono voluti dieci anni perché tutto questo prendesse forma e oggi quell’universo è finalmente uscito dallo schermo, passando dal reale al virtuale. Anche le 51 tracce musicali sono nate insieme al film. Non sono mai state un semplice accompagnamento o una colonna sonora: sono uno degli ingredienti fondamentali del PAPworld. In fondo, PAPmusic – Animation for Fashion non ha dato origine a questo universo creativo, ma lo ha semplicemente reso visibile al pubblico. Esisteva già molto prima che il film prendesse forma.

E invece quando hai capito che PAPmusic sarebbe diventato qualcosa di più di un film d’animazione?
L’ho capito durante i PAPtour, vedendo come reagivano i ragazzi nelle sale cinematografiche. Il film aveva creato quella che in gergo viene definita audience participation: ridevano, applaudivano, chiamavano i personaggi, si alzavano dai posti, commentavano le scene e vivevano la proiezione come un vero PAParty. Ma il momento che mi ha colpito di più arrivava dopo il film. Rimanevano in coda per oltre un’ora per salire sul palco, fare domande e condividere le emozioni che avevano vissuto. Spesso gli addetti ai lavori ci invitavano a lasciare la sala perché era ormai chiusa, ma molte persone continuavano a fermarsi anche fuori dal cinema per parlare insieme. In quei momenti ho capito che PAPmusic stava diventando qualcosa di più di un film. Le persone non portavano a casa solo una storia, ma un’esperienza di condivisione. Mi raccontavano di essersi sentite parte di qualcosa, di aver riso insieme a sconosciuti, di aver ritrovato leggerezza e voglia di stare insieme. È lì che ho capito che PAPworld non sarebbe cresciuto solo grazie a me. Ha iniziato a vivere davvero grazie a tutte quelle persone che, con il loro entusiasmo, la loro partecipazione e la loro gioia, gli hanno dato un’anima.
Guardando il profilo Instagram di PAPmusic mi ha colpito il grosso hype che si è creato attorno al progetto. Che tipo di relazione vorresti che il pubblico instaurasse con il PAPworld?
Mi piacerebbe che il pubblico non fosse soltanto spettatore, ma esploratore. Ho sempre immaginato il PAPworld come un universo da scoprire poco alla volta, fatto di dettagli, simboli e collegamenti che si rivelano nel tempo. Quando qualcuno torna per cercare un nuovo indizio, rivede un videoclip per cogliere qualcosa che gli era sfuggito o inizia a costruire le proprie interpretazioni, significa che quel mondo è diventato anche un po’ suo. È questo il rapporto che sogno: una partecipazione attiva, fatta di curiosità e immaginazione. Ma, soprattutto, spero che il PAPworld riesca a trasmettere buon umore, sorrisi e voglia di condividere emozioni con gli altri. Viviamo in un tempo in cui è sempre più facile costruire muri e alimentare pregiudizi; io vorrei invece creare uno spazio in cui le persone abbiano voglia di incontrarsi, riconoscersi nelle proprie differenze e scoprire che è proprio la diversità a renderci più ricchi. Se anche solo per un momento il PAPworld riuscirà a far sorridere qualcuno, a far nascere una conversazione o un incontro tra persone che altrimenti non si sarebbero mai avvicinate, allora avrà raggiunto il suo scopo. Per me, in fondo, questo significa contribuire, nel nostro piccolo, a costruire un mondo migliore.

A proposito, ho notato nei commenti che il concetto di “essere PAPizzati” è diventato parte del vocabolario dei tuoi followers: ti senti addosso una sorta di responsabilità nel dover “guidare” questo immaginario condiviso?
Più che guidarlo, mi piace alimentarlo. Quando ho scritto nella sceneggiatura la frase “Dai, PAPizzati anche tu e lascia andare la follia…”, non avrei mai immaginato che il pubblico si sarebbe riconosciuto in quello spirito e avrebbe iniziato a usare quella parola spontaneamente, con entusiasmo e allegria. Vederla comparire nei commenti e discussioni è stato uno dei regali più belli. Oggi PAPizzare è diventato quasi un modo di guardare la realtà. Ha iniziato a PAPizzare tante altre parole, dando vita a un linguaggio condiviso, a partire dal PAPlove. È come se la radice PAP riuscisse a trasmettere curiosità, ironia, libertà, condivisione e la capacità di guardare il mondo con gli occhi del cuore. Più che una responsabilità, sento il privilegio di vedere nascere qualcosa che non appartiene più soltanto a me. Se le persone scelgono di “PAPizzarsi”, significa che hanno deciso di portare nella loro quotidianità un po’ di quello spirito fatto di leggerezza, autenticità, assenza di pregiudizi e voglia di sorridere e andare incontro agli altri. Se questo linguaggio riuscirà a diffondere buon umore, creare connessioni sincere e ricordarci che possiamo incontrarci con il cuore prima ancora che con le parole, allora avrà raggiunto il suo significato più profondo.
Poco fa ho dato un’occhiata al tuo comunicato stampa, dove parli spesso del tuo “caos interiore” come motore creativo. Quali processi, consapevoli o spontanei, trasformano quel caos in una struttura narrativa coerente come il PAPworld, senza che la complessità si perda o venga semplificata?
Il lavoro creativo consiste proprio nel trovare connessioni nell’universo che esiste dentro ognuno di noi. Credo che ogni universo nasca da un caos e che, in fondo, ogni caos custodisca già un universo che aspetta solo di essere scoperto. Il caos non è il contrario dell’ordine: spesso è il luogo da cui nasce la creatività. Ogni universo creativo prende forma da un piccolo caos interiore. Dal PAPcaos delle emozioni nasce un PAPuniverso, dove armonia e disordine convivono e si trasformano continuamente l’uno nell’altro. Anche complessità e semplicità non sono in contrapposizione, ma si completano. La semplicità rende accessibile ciò che è profondo, mentre la complessità dà spessore a ciò che sembra semplice. È questo equilibrio che permette a ogni tassello di trovare il proprio posto all’interno di un disegno più grande. È un processo molto intuitivo, ma anche estremamente rigoroso. Dietro la libertà del PAPworld c’è un grande lavoro di costruzione narrativa, affinché ogni elemento, anche il più piccolo, abbia un senso e contribuisca all’armonia dell’insieme.
PAPgame è stato introdotto attraverso una strategia narrativa non convenzionale, basata su indizi, simboli e frammenti visivi disseminati negli ultimi giorni. Quale riflessione ti ha portato a scegliere una comunicazione così progressiva, che definirei quasi “seriale”?
Viviamo in un’epoca in cui tutto viene svelato immediatamente. Io, invece, avevo voglia di restituire il piacere della scoperta, creando condivisione e attesa. Mi affascinava l’idea di creare un piccolo “gioco nel gioco”, dove ogni videoclip, ogni canzone e ogni dettaglio diventassero un indizio da condividere, interpretare e ricomporre insieme. Per me la risposta è importante, ma lo è ancora di più il percorso che porta a scoprirla. Mi piace che le persone si confrontino tra loro, si scambino ipotesi, sorridano, si divertano e partecipino attivamente alla costruzione della storia. È proprio in quel dialogo spontaneo che il PAPworld prende vita. Ogni capitolo aggiunge un tassello, ma è il pubblico che, con la propria curiosità e immaginazione, completa il disegno. In fondo, il PAPworld nasce proprio per questo: trasformare una storia in un’esperienza condivisa, dove il piacere della scoperta conta quanto la scoperta stessa.

Invece nel nuovo videoclip alterni un immaginario poetico in bianco e nero a sequenze più vibranti e colorate: quale dialogo volevi instaurare tra queste due dimensioni e che tipo di lettura ti aspetti che il pubblico possa cogliere da questa sorta di dicotomia?
Credo che il contrasto sia uno degli elementi più preziosi della vita. È attraverso l’incontro con ciò che è diverso da noi che impariamo a conoscere meglio gli altri e, allo stesso tempo, noi stessi. Gli opposti non si escludono: si completano e si danno significato a vicenda. Per me il bianco e nero rappresenta uno stato interiore. Pierrot incarna quella parte fragile che tutti conosciamo: la malinconia, il dubbio, la solitudine. Il colore arriva quando entra in gioco l’immaginazione. Non significa negare la tristezza, ma trasformarla. Mi piace che ogni spettatore possa leggere questo passaggio in modo personale. Alcuni vedranno semplicemente un cambiamento estetico, altri forse riconosceranno un percorso emotivo. Entrambe le interpretazioni sono giuste, perché l’arte vive anche nello spazio che lascia a chi la osserva.
Il progetto è già parecchio articolato, ed è piuttosto chiaro di avere a che fare con una personalità decisamente ambiziosa. Prima di salutarti però ti chiedo: guardando al futuro, quale direzione creativa ti interessa esplorare per espandere ulteriormente il PAPworld, e quali territori narrativi senti ancora inesplorati o solo sfiorati?
La mia ambizione non è aggiungere sempre qualcosa di nuovo, ma fare in modo che ogni progetto abbia un senso all’interno del PAPworld. Ci sono ancora moltissimi territori da esplorare, perché questo universo è stato pensato per evolversi nel tempo. Vorrei continuare a sperimentare nuovi linguaggi, coinvolgere il pubblico in modi sempre diversi e lasciare che ogni nuova opera aggiunga un capitolo, invece di chiudere una storia. In fondo il mio sogno è questo: che il PAPworld continui a crescere come fanno gli universi narrativi che amiamo, sorprendendo ogni volta chi decide di entrarci, senza perdere mai la sua identità più autentica: essere un luogo dove creatività, emozione e immaginazione camminano insieme, a ritmo di musica.