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Nel suo EP “Forma” Luca Francioso si è messo in gioco, raccontando se stesso senza filtri [INTERVISTA]

La scorsa domenica Luca Francioso ha rilasciato “Forma“, il suo primo EP totalmente cantato, capace di svelare l’anima più cantautorale del chitarrista calabrese.

Come capitato in passato, abbbiamo approfittato dell’occasione per fare quattro chiacchiere con l’artista. Ci siamo fatti raccontare la genesi del progetto ed il significato correlato al titolo: ciò che è emerso ci ha regalato un’analisi interpretativa inaspettata, ma profondamente umana.

Ciao Luca, bentornato su Primo Ascolto. Pochi giorni fa è uscito “Forma”, un vero e proprio unicum della tua folta discografia: da dove è nata l’esigenza di proporre nella medesima raccolta tutti i brani in cui ti poni nelle vesti di cantautore?

Ciao, è sempre un piacere chiacchierare con voi. L’esigenza è nata dalla necessità di chiudere un progetto nato nel 2020 (in realtà nel 2015, se si considerano i primi inconsapevoli germogli) e che, tra pandemia e altri scenari venutisi a creare nel corso di tutto questo tempo, all’inizio di quest’anno era ancora aperto. È vero che la forma canzone non è il linguaggio principale della mia attività ed è vero anche che ci sono idee ben più datate e ad oggi ancora incompiute verso cui non sento una tale urgenza, ma ai miei occhi e al mio cuore era più che evidente che non avevo altre note o parole da aggiungere a quelle già messe in gioco. Il “Progetto voce” andava concluso.

Noi un’idea ce la siamo fatta, ma se dovessi descrivere il filo conduttore che unisce tutti i brani di “Forma” che tipo di sintassi utilizzeresti?

Ti direi che non ce n’è uno consapevolmente steso tra l’alternanza delle cinque canzoni. Ciò che forse si avverte è il frutto di una probabile coerenza di intenti musicali e lirici che a note ferme, ad ascolto concluso, sembra delineare una precisa direzione. Ma a essere onesto non ho pianificato alcuna traiettoria. Evidentemente, cantando di me e della mia vita, specie di quelle dinamiche vorticose che nascono tra testa, cuore e pancia di fronte al succedersi degli eventi, si è delineato un pensiero conduttore, ovvero quello di mettersi in gioco e, di fronte allo specchio, raccontarsi senza filtri.

In “Forma”, il tuo inedito, racconti il tuo rapporto con l’errore, nella musica come nella vita. A livello artistico, c’è stato qualche sbaglio che ricordi ancora oggi o che magari ti ha addirittura ispirato nella stesura delle liriche?

Credo che una discografia intera non basterebbe a raccogliere tutti gli errori, umani e artistici, che ho fatto fin qui. Non ce ne sono di più nitidi o di più ispiranti: tutti quelli che ho compiuto hanno contribuito a farmi crescere e a farmi diventare l’uomo che sono oggi. L’errore ti insegna ma non svanisce, resta lì a fissarti. Un po’ come accade quando ti ferisci: guarisci, ma la cicatrice resta. C’è una frase nell’album SEA, uscito nel 2020, che ho scritto per raccontare la genesi del brano “10 Waves”, in cui spiego nel dettaglio il mio rapporto con l’errore: “Appena compiuto, l’errore si siede sulla riva dei tuoi sbagli e inizia a fissarti, immobile, senza espressione né giudizio. E lo farà per sempre. Puoi distrarti o fingere che non sia lì, ma alla prima occhiata furtiva lo ritroverai nella sabbia, a guardarti in silenzio. Neppure tentare di reggerne lo sguardo servirà a qualcosa, poiché infine sarai tu ad abbassare gli occhi. Non rimane che conviverci e abituarsi alla sua inevitabile presenza. Magari, dopo l’ennesima onda, potrai arrivare a scambiarci un sereno sguardo d’intesa”. In “Forma”, ma anche nelle altre canzoni dell’EP, riprendo lo stesso concetto e lo sviluppo in modo differente. Anzi, a pensarci bene, mica tanto differente.

A proposito di errore, pensi che l’epoca in divenire dell’intelligenza artificiale sia un bene oppure un qualcosa che possa rivelarsi addirittura pericoloso?

Non guardo all’Intelligenza Artificiale, né tanto meno al suo utilizzo, come a un errore. La uso ormai da un po’, sia nella musica sia nella scrittura sia nella grafica (i tre scenari creativi in cui lavoro da sempre), e a me piace: la ritengo uno strumento che può aiutare la mia creatività, fornendomi tempistiche più snelle e risorse di notevole interesse. La stessa copertina di “Forma” l’ho realizzata avvalendomi del suo supporto. A piacermi meno è quando, più che un supporto al processo creativo di un’idea, si riduce a un tool sostitutivo a cui si chiede di generare direttamente l’idea. Questo utilizzo passivo, più che pericoloso (al momento), lo trovo poco interessante.

Sei soddisfatto della reazione del pubblico ai live quando ti proponi in queste vesti? Può essere stato anche questo uno stimolo ulteriore nel proporre tuo lato cantautorale?

La dimensione live di questo progetto è probabilmente l’aspetto più critico, perché sono consapevole di padroneggiare più la tecnica chitarristica che quella vocale, specie sul palco. Il mio obiettivo, tuttavia, non è intraprendere di punto in bianco un nuovo percorso artistico come vocalist o interprete, non mi interessa e comunque non ne avrei gli strumenti. Io desidero semplicemente cantare i miei versi. Ogni volta che propongo queste canzoni dal vivo faccio i conti con questo aspetto e mi metto in gioco, lo canto anche in “Frontiera: “Scalcio in là il confine dei miei limiti per rubare ai bordi più centimetri”. Salire sul palco e cantare dopo più di un ventennio in cui non solo non l’ho mai fatto ma in cui la mia proposta artistica si è evidentemente definita è una bella sfida, specie in questo tempo convulso e giudizioso. Le persone stanno rispondendo con grande energia e questo, chiaramente, rinfranca tutto il lavoro che c’è dietro.

Ultima domanda, prima di salutarci: il tuo “Progetto Voce” può ritenersi concluso oppure ci sarà ancora spazio, in futuro, per questa tua “digressione”?

Non saprei dire. Adesso rispondo che, per il momento, il “Progetto voce” si conclude. Ma, a essere onesto, non lo so davvero cosa accadrà in futuro.

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