
Perché stiamo correndo? Da chi scappiamo? Dove stiamo andando? In un presente così frenetico, fermarsi sembra quasi un atto di disobbedienza.
Siamo immersi in un vortice di velocità che ci costringe a muoverci in un moto perpetuo: inseguiamo chi ci precede e fuggiamo da chi ci segue, intrappolati in una dinamica competitiva che raramente scegliamo in modo consapevole. Questo atteggiamento, progressivamente interiorizzato, diventa abitudine e oscura i bisogni più elementari dell’essere umano: vivere e assaporare ogni secondo.
È da questa riflessione che nasce il secondo album di Nico Arezzo, intitolato proprio ‘’Non c’è fretta’’. Dopo anni di corsa prende coscienza, abbandona la corsa e si ferma, assecondando la sua necessità di riconnettersi con la natura e il silenzio. Un percorso di lenta riconnessione che inizia con il suo primo album, ‘’Non c’è mare’’, in cui si percepisce maggiormente la nostalgia che lo lega alla sua terra, la Sicilia, isola che nel secondo album è presente e vivida attraverso riferimenti sensoriali.

L’album si apre con ‘’intro’’, un vero e proemio che inizia con parole di consapevolezza, introducendo le tematiche e finendo con un’affermazione di paura nascosta da umiltà: ‘’ dimenticherai il mio nome’’. Una metafora da attenzionare, che sembra descrivere l’abbandono del luogo e della mentalità alienante e la riscoperta dell’io: ‘’lontano dal posto in cui non ero uomo, adesso sono io l’isola dentro un mondo nuovo’’.
Segue ‘’non c’è fretta’’, in cui l’artista invita gli ascoltatori a fermarsi, a riflettere e a guardarsi dentro, anche quando farlo può fare male. La voce di Lauryyn si rivela perfetta per sostenere un brano schietto e al tempo stesso fragile, capace di restituire un senso di intimità profonda. La verità è che avvertiamo costantemente il peso del mondo su di noi: il giudizio continuo, la paura di essere smascherati. Eppure, la consapevolezza della nostra piccolezza nell’immensità dell’esistenza può aiutarci a vivere con più leggerezza e a riportare lo sguardo su ciò che conta davvero.
Tutta questa velocità si contrappone alla vita lenta che noi giovani siciliani, quasi sempre, abbandoniamo, lasciandola a chi ci ha cresciuto e vive in quella dimensione atemporale dove tutto è immobile. Questa sensazione di sorpresa mista a nostalgia è cantata da Nico e Anna Castiglia in ‘’sempri ‘a stissa’’: ‘’Nun viru l’ura di furriari ‘o munnu pi turnari, pi dunariti ru para d’ali, pi puttariti cu mia dumani, ca poi mi canusciu, ca poi veni vogghia di stari cu ttia’’. Restando in Sicilia, va citato anche “‘u pisci spada”, una rivisitazione in chiave elettronica del brano scritto da Domenico Modugno, ispirato alla drammatica storia di due pesci innamorati. La trilogia sicula si chiude con “sancu”, un brano che intreccia culture orientale e siciliana, fondendo folk ed elettronica per raccontare un incontro così intimo e viscerale da superare persino le barriere linguistiche.

Un album che non perde di attualità e personalità anche grazie al brano ‘’terapia d’urlo’’ in collaborazione con Bologna Bridge Band: semplicemente, una descrizione cruda e senza filtri della dura vita degli artisti “emergenti”, sottovalutati e spesso compensati con drink e cibo dopo anni di gavetta.
Il 2025 è stato un anno di riscoperta, non solo folkloristica e umana, con artisti come La Nina, Marco Castello, Anna Castiglia e Brunori Sas, ma soprattutto di riscoperta della bellezza della musica vera, pura e fatta con cura. Ci auguriamo che tutto questo non resti solo una tendenza passeggera e che album come questo di Nico Arezzo possano finalmente ottenere il riconoscimento che meritano.








