
Niko Pandetta, oltre ad essere un artista urban, è anche un caso limite in cui musica e realtà finiscono per sovrapporsi fino a diventare quasi indistinguibili. Il lungo periodo trascorso dalla sua ultima uscita coincide con gli anni di detenzione, durante i quali non ha mai smesso di creare musica: un processo lento, frammentato, che ha portato alla nascita di “MALAVITA“.
Un album costruito nell’arco di quattro anni, con brani già pronti dal 2023 e inseriti nella tracklist finale poco prima della sua nuova reclusione. La presenza costante di featuring non è una scelta commerciale, ma umana: sono le persone che gli sono rimaste accanto in carcere, e che inevitabilmente hanno influenzato la direzione del disco, rendendo “MALAVITA” forse l’ultimo vero album street della sua carriera.
L’intro chiarisce subito la narrativa: “siamo la Malavita, però che bella vita”. Una dichiarazione d’intenti che anticipa anche il limite principale del progetto, ovvero la ripetitività del concept. Il disco tenta comunque di variare nelle sonorità: “QUALCUNO HA FATTO LA SPIA” con Artie 5ive si muove su una cassa dritta serrata, restituendo la sensazione di una vita vissuta sul filo, tra polizia e crimine. La sperimentazione prosegue con “FREDDA”, dove Massimo Pericolo esce dalla sua comfort zone e firma una delle strofe più riuscite dell’album.

Quando Pandetta torna su territori più familiari, il risultato si fa più convincente. “MASERATI CORRE FORTE” con Kid Yugi e “A ME A STRAD” con Baby Gang rappresentano probabilmente il vertice del disco: brani cuciti sull’immaginario street, con beat che richiamano la trap del 2016. In particolare, quest’ultima rafforza il legame con le radici grazie al ritornello che riprende “a strada m’ha ‘mparato tante cose” di Tommy Riccio, trasformando la tradizione neomelodica in un ponte verso la trap contemporanea.
Con “BLITZ” insieme a Simba La Rue e “ITALIAN MA***A” con Nerissima Serpe, il mood vira verso un racconto più old school, quasi da cronaca di quartiere. Nerissima brilla con una strofa ricca di citazioni, ma il ritornello ripetitivo finisce per indebolire il pezzo. La parte centrale del disco invece perde direzione: “CICATRICI” con Guè resta sospesa, senza lasciare un vero segno, mentre “ICE” con Tony Boy è uno degli episodi meno riusciti, con un mood pop/reggaeton che appare forzato e poco coerente.

Nell’ultima sezione emergono elementi più personali: “NATO COLPEVOLE” e “DRIN DRIN (FINE PENA MAI)” chiudono il cerchio dei racconti di criminalità, riportando il tema della condanna esistenziale. I featuring con Papa V e Flaco G, invece, non aggiungono molto rispetto a quanto già ascoltato.
“MALAVITA” è dunque un album che tenta di costruire un concept attorno all’impossibilità di staccarsi dal proprio passato. Un flusso continuo di racconti di vita “malata”, ampliati dalle voci degli ospiti ma senza mai cambiare davvero prospettiva. Il limite più evidente rimane la ripetitività del contenuto e del flow, che trasforma quello che un tempo era il suo punto di forza in un meccanismo prevedibile. La sensazione finale è quella di una chiusura del ciclo urban: oltre questo punto, continuare significherebbe soltanto ripetersi.