
Quando Paky ha iniziato a far parlare di sé in modo sempre più massiccio, a partire dal 2019 con l’uscita del singolo “Rozzi”, sembrava che un nuovo elemento interessante della scena hip-hop contemporanea fosse sceso in campo. Con il suo background iconografico da Rozzano, cittadina simbolo della sua prima produzione, e un’attitudine profondamente gangsta-street, Paky appariva come una scommessa promettente per gli anni a venire.
Un elemento anche destabilizzante, arrivato sul palco per imporre la sua legge: quella della strada. Tra violenza, filosofia d’asfalto e un cinismo marcato, Paky ha costruito fin da subito un’immagine forte, evitando accuratamente l’esposizione sui social e i canali di comunicazione, quasi a voler rafforzare quell’aura da criminale. La sua attitudine non è passata inosservata: i big della scena hanno iniziato a cercarlo, fino all’uscita del suo primo album, “Salvatore”, nel 2022.
Sembrava la consacrazione definitiva: brani virali, credibilità intoccabile, e un’identità artistica ormai consolidata. Dopo qualche collaborazione e un lungo silenzio sul suo futuro, eccoci oggi con il suo nuovo progetto.

“GLORIA” è il secondo album ufficiale di Paky. Dopo “Salvatore” e la sua versione deluxe “Salvatore Vive”, ci troviamo di fronte a 15 brani, arricchiti da numerose collaborazioni: fra queste, si svaria da Simba La Rue in “Gangsta Shit” a CLARA e Tedua in “Lame”, da Kid Yugi in “I Soldi Parlano” fino all’immancabile Sfera Ebbasta in “Tardi”. Ma com’è questo nuovo lavoro?
Il fil rouge del disco resta, ancora una volta, la narrazione violenta di strada. L’aura criminale di Vincenzo, il vero nome dell’artista, viene messa in musica e raccontata in ogni traccia. I temi sono quelli di sempre: orgoglio personale, vita di strada, criminalità, arresti, tribunali. A parte qualche ripensamento su scelte passate, come il rifiuto dell’augurio di morire a Rozzano, la linea narrativa resta invariata. “Niente di nuovo”, verrebbe da dire.
I brani sono qualitativamente solidi, senza picchi né cadute clamorose, a parte qualche barra sopra le righe che sfiora il cringe. Alcune tracce, prese singolarmente, funzionano come nuovi capitoli del racconto identitario di Paky, dove la criminalità è vista come destino inevitabile. Ma allora, cosa manca?

È lo stesso rapper a rispondere nel brano d’apertura “Gloria”:
“Grazie al cazzo che nei pezzi parlo delle stesse cose”
Una provocazione chiara, quasi una risposta preventiva a chi, come noi, si chiede perché Paky non provi a uscire dal suo recinto narrativo fatto di rapine, sparatorie e vita di strada, per scavare più a fondo. Nessuno chiede di snaturare il personaggio o cambiare registro, ma di esplorare con maggiore profondità quel substrato psicologico che finora è stato solo sfiorato.
In brani come “Non scherzare”, ad esempio, Paky mostra una scrittura più intima, quasi da flusso di coscienza, come in alcuni passaggi del primo disco “Salvatore”, dove aveva lasciato intravedere una maggiore complessità. In “GLORIA”, invece, sembra essersi fermato sulle sue posizioni iniziali. Dopo sei anni dalla sua esplosione, ci saremmo aspettati un’evoluzione, un passo avanti.
Paky non è più un emergente: dovrebbe puntare a elevare la sua qualità artistica e spingere sull’originalità, senza doversi avvalere di decine di feat con il rischio di risultare un prodotto. Ma anche qui, ha già risposto, nel brano “Cattivo Esempio”, in modo piuttosto didascalico:
“La mia merda non fa per ricchi
Né per gente che legge i libri”
La prima barra ha un suo impatto, ma la seconda è emblematica. Il suo pubblico, almeno in apparenza, non apprezza la letteratura, e forse non ha gli strumenti per cogliere alternative narrative. E sia chiaro: non è una critica alla musica violenta o al linguaggio di strada, che anzi abbiamo sempre cercato di trattare e sviscerare qui sui nostri canali. Ma ci sono modi diversi per metterli in scena.
L’esempio lampante è Kid Yugi, che nel brano in collaborazione con Paky mostra come si possa raccontare la strada con un lessico ricco e una proprietà di linguaggio che rende l’ascolto un’esperienza densa di rimandi letterari e culturali.
Kid Yugi ha uno stile unico, certo, ma dimostra che la narrativa delle periferie italiane può essere declinata in forme sempre nuove e originali. Speriamo che anche Paky sappia rinnovarsi, evitando di restare intrappolato nei suoi stessi temi e pattern di scrittura, ormai piuttosto logori.
Traccia preferita: “I Soldi Parlano” feat. Kid Yugi








