
L’abbiamo conosciuto insieme a LA SAD, partiti dai club di Milano fino ad arrivare a Sanremo sfidando ogni legge della società possibile e immaginabile: ora Plant si mette a nudo in “MALDIVITA“, il suo disco d’esordio da solista che ci spezza un po’ il fiato. Fedele al suo stile pop punk ma con testi più introspettivi e glaciali, Plant ci trascina sempre più giù, ma ci offre anche una via d’uscita.
In questo viaggio solista Plant non cerca di compiacere, ma di raccontarsi senza filtri, con una crudezza che disarma e una sensibilità che spiazza. Una sorta di diario scritto da chi ha vissuto il dolore e ha deciso di non nasconderlo più, trasformandolo in arte: così, tra distorsioni punk e liriche taglienti, Plant ci invita a guardare dentro di noi, a riconoscere le nostre fragilità e a non vergognarcene.
“SENZA UN FUTURO (INTRO)” è il brano d’apertura del disco che ci svuota l’anima: un viaggio dentro il passato di Plant che racconta dal suo punto di vista gli anni passati a fingersi un’altra persona, tenendo dentro di sé tutto il male, cercando di non sentire quel dolore che, ora, è la sua forza più grande. Raggiunge livelli vocali vicini allo scream, e “DOTTORE” insieme a Nitro è proprio una chiacchierata tra lui e il suo psichiatra, che cerca di annullare i suoi pensieri marci con i medicinali, ma nulla potrà mai cancellare i traumi passati: continuiamo a sentirci inutili, un guscio vuoto che non riesce ad emergere, governato da pensieri negativi che ci portano sempre ad un passo dalla fine. “La morte forse non è il finale pensa quanto soffre chi rimane” una frase che entra dentro il nostro cervello e si ferma lì, così dritta e sicura che un po’ ci sconvolge per la sua veridicità.

“MALDIVITA” si avvicina più allo stile Sad, con il ritorno delle droghe, ma sempre focalizzata sul bisogno di Plant di esternare il disagio di avere un cuore rotto che sente troppo e male, che si sente sempre più solo dentro un mondo che è pronto a giudicare da fuori, senza fermarsi a vedere l’interno. Ci sentiamo un po’ consumati, persi dentro tutti i nostri obiettivi che non riusciamo a raggiungere, e ci siamo sempre più affaticati, spenti, svogliati. Un amore che ci ha trafitto è quello descritto in “AMARA COME TE”, una bugia che credevamo la più grande verità e che ora, attraverso la sua assenza, ci permette di uscire da quel loop di un amore tossico che non ci faceva neanche respirare, proprio come tutte le dipendenze.
Entrano in gioco i BNKR44 in “UP&DOWN” e ci ritroviamo a fare i conti con noi stessi: ci guardiamo allo specchio e piangiamo perché non riusciamo a trovare una via d’uscita dalle nostre paranoie, “siamo i peggiori nemici di noi stessi” e siamo sempre noi che continuiamo a farci sabotare dall’ansia. A volte vorremmo essere una persona totalmente diversa, senza quel macigno che non ci permette di vivere con serenità ogni momento, ma continuiamo a dovere fare i conti con il nostro la nostra persona. In “VIOLA” possiamo immedesimarci tutti noi eternamente timidi e schivi, pieni di paure che non possiamo controllare, come quella di rimanere soli, per paura di ferirci, per evitare di fidarci di nuovo, e rimaniamo chiusi nelle nostre insicurezze, come dentro un blocco di ghiaccio.
“SCARABOCCHIO” è di nuovo un viaggio dentro la testa di Plant, che si sente vivo solamente su un palco, ma prima e dopo l’ansia lo assale. Nulla può aiutarlo, e vede solamente tutti gli errori commessi, non riconoscendosi più, e la sua paura per il futuro non gli permette di viversi il presente: l’unico sentimento che prova davvero è la “NOSTALGIA”. I ricordi sono capaci di ferirci veramente: una morsa dentro lo stomaco, che ci ricorda sempre quali sono le cose che ci siamo persi a causa delle nostre scelte, sempre più spesso sbagliate ma che in quel momento ci sembravano profondamente necessarie. E allora non possiamo fare altro che vivere con lei, facendoci consumare dalle lacrime dei “se”.

Il brano più screamato del disco è “PIPISTRELLO” con 18K, che ci permette di sfogare appieno il nostro burnout che cresce sempre di più: sentiamo le pareti delle stanze chiudersi su di noi e non troviamo più i colori, facendoci intravedere solo toni neutri, ma è con “LA CATENA DELL’ODIO” che veniamo totalmente travolti dal testo di Plant, che con la sua voce ci racconta storie dentro le storie, e di come le conseguenze delle nostre azioni si ripercuotono sulla vita degli altri, ricordandoci che non conosciamo le battaglie che stanno affrontando le persone con cui ci interfacciamo: una parola gentile o un gesto generoso, invece di un gesto d’odio, potrebbero salvare una vita.”COME L’ARIA” è una boccata di vento fresco che ci entra dentro e ci scombina gli organi facendoci perdere gli equilibri, e se la persona che ci fa provare queste sensazioni è lontana da noi… Ci manca terribilmente. Passiamo attraverso “MESSAGGIO D’ADDIO” con Sally Cruz, che ha anticipato il disco, e arriviamo alla fine del disco con “PICCOLO ME”, una lettera a cuore aperto al Plant bambino per prepararlo alla durezza della vita, più consapevole e spaventosa, senza il coraggio di riconoscere e accogliere anche i più piccoli momenti felici.
“MALDIVITA” di Plant ci arriva dritto come un colpo allo stomaco e ci presenta una persona diversa dall’artista che abbiamo conosciuto con LA SAD: lo stile rimane il medesimo, ma i testi sono così sinceri che ci fanno riflettere e sospirare.
Traccia preferita: “LA CATENA DELL’ODIO”








