
Con “Viso Blu” Andrea Ciolino segna il suo debutto solista, impreziosito dalla partecipazione di Marco Bachi (Bandabardò) e di Marco Sodini. L’ album unisce sonorità autentiche e completamente suonate a mano con un immaginario introspettivo che attraversa spiriti, dimensioni parallele e visioni del futuro.
Un progetto che fonde tradizione e contemporaneità, con un forte impatto emotivo e una scrittura personale e visionaria: abbiamo intervistato l’artista, per farci raccontare tutte le sfumature di questo lavoro.
Ciao Andrea, benvenuto su Primo Ascolto. Poche settimane fa è uscito “Viso Blu”, il tuo primo lavoro solista: la stesura è stata completamente influenzata dalla pittura metafisica di De Chirico oppure hai sempre avuto una certa fascinazione verso ciò che si nasconde dietro la realtà visibile?
Ciao a voi e grazie dell’invito. Non sono un nerd della storia dell’arte, ma trovo che la metafisica restituisca quel qualcosa che non so definire razionalmente ma che percepisco nitidamente, quasi come fosse un preciso ingrediente alchemico, con un suo odore, un suo sapore, una sua inconfondibile identità. Il solito qualcosa che ricerco, da ascoltatore, ma anche da autore, in musica.
A proposito di questa tua ambizione artistica, tra gli obbiettivi finali c’è la ricerca di una certa sospensione dell’incredulità? Mi spiego meglio: nel concepimento del lavoro auspicati a volontaria accettazione dell’ascoltatore di premesse che violano principi scientifici normalmente accettati?
Personalmente non lavoro scegliendo antecedentemente tematiche o particolari intrighi, piuttosto cerco di dare una forma, quella della canzone, a delle suggestioni che scrivo, registro o tengo a mente. Solo successivamente scopro che molte di queste bozze hanno senso e le completo. Dico questo per spiegare che l’immaginario quasi coerente che l’album ti ha restituito si è costruito da solo, con una sorta di coerenza inconscia, la solita che fa sognare tutte le sere ad Anselmo sempre la solita buffa scena in “Tu Ridi” di Pirandello. Oppure, chi lo ha sperimentato capirà, la stranissima sensazione di coerenza che l’inconscio può restituire quando una notte si sogna “l’episodio successivo” di un sogno precedente. Questa sorta di pseudocoerenza, che quanto meno si manifesta a noi come tale, non può, a meno che non sia cambiato qualcosa, essere visto da una prospettiva scientifica come qualcosa di diverso che da una illusione, un nostro errore di valutazione o al massimo, come la strabiliante capacità della mente umana di generare irrazionalmente delle fantasie che rispettino le dinamiche, anche complesse, di una vera trama di vita. Ecco, forse una delle premesse che violano i principi scientifici normalmente accettati, non dovuta dall’ascoltatore quanto dall’autore, è questa; il mondo dell’onirico non è solo un aggrovigliato sistema di pensieri fuori controllo che di tanto in tanto risulta falsamente coerente e che lavora esclusivamente sul simbolo e sul valore che ne diamo, ma è qualcosa di più. Un contatto con l’oltre che purtroppo, personalmente, non so spiegare meglio di così. Ed è in casi come questi che l’arte arriva dove non arrivano i discorsi.

In “La Nostra Terra” poni delle riflessioni su tempo e memoria, ma in generale durante l’ascolto di tutto l’album ho respirato la tua necessità di mantenerti in una sorta di limbo tra epoche diverse, soprattutto musicalmente. È stata una priorità nell’elaborazione del concept?
Anche qui, l’elaborazione analitica l’ho fatta a posteriori e ti posso dire che sì, chiaramente il tempo e la memoria sono temi ricorrenti in questo lavoro e si riflettono non solo nelle parole, ma anche nella musica. Mi piace dire di voler fare cose nuove con strumenti vecchi. Quindi cerco una “confezione”, quella della canzone rock, che esprima però una contemporaneità, ma non nel senso di tematiche politiche, sociali o storiche contemporanee, bensì di questioni filosofiche sempreverdi vissute nell’oggi. Alla fine questo è un album il cui autore ha maturato le sue riflessioni si, leggendo alcuni grandi classici della filosofia e della poesia, sì ascoltando grandi classici della musica classica, jazz e rock, sì guardando alcuni grandi film ma anche, e forse soprattutto, videogiocando; penso ad esempio alla verosimile sensazione d’indagine filosofica che Skyrim può donare nel dialogo col drago Paarthunax, oppure al simbolismo di livello altissimo dei Dark Souls.
Invece in “L’Occhio di Venere” affronti il tema della seduzione tossica. È un brano autobiografico?
Sì, non poteva non esserlo. Per me è importantissimo che le mia canzoni siano interpretabili. Generalmente non voglio raccontare della ragazza che mi ha mollato o di quella volta che mi sono sentito felice per un qualche motivo. Voglio cercare di generare quel qualcosa, di cui si parlava prima, che può essere vista come una sintesi di quella sensazione che una certa esperienza ti da. Questo brano non fa eccezione, anche se vagamente più esplicitamente riferito ad una relazione. Ma ci tengo a ribadire che la relazione può riferirsi a quella con una persona, ad una sostanza o in generale ad un contesto; affascinante, irresistibile, tossica e mortale.
Leggendo i crediti di “Viso Blu” si comprende con quanta cura hai lavorato a questo long play, considerando il numero di musicisti e co-produttori coinvolti. Come hai scelto i tuoi collaboratori?
Beh, è stato tutto molto naturale. La pre-produzione l’ho realizzata in completa autonomia, nel mio precario home studio. In quella fase sono intervenuti con consigli e sporadiche sessioni di ascolto e rielaborazione gli amici accreditati come collaboratori (Gianmarco Caselli, Fabio Lurci, Gionata Rossi e Michele Barsotti, che è il co/compositore in “L’Oblio” e“L’Occhio di Venere”). Successivamente, ho avuto la fortuna di poter far ascoltare la demo a Marco Bachi, a cui è piaciuto e che ha poi suonato il basso in tutti i brani. Chiaramente già solo questo suo intervento ha portato l’album su un altro piano dal punto di vista qualitativo. Lui mi ha presentato Filippo Guerrieri, vero maestro delle tastiere. In fase di pre-produzione avevo queste tastiere programmate al computer da me che, se da un lato sono state utili per delineare con precisione la direzione da prendere in fase di produzione, cozzavano con la natura “materica” che quel tipo di composizioni suggerivano. Ecco, Filippo da questo punto di vista ha fatto un lavoro che personalmente ritengo meraviglioso, dandomi esattamente quello che volevo ed anche qualcosa che non sapevo di volere. Luca Giovacchini (chitarra) e Matteo Sodini (batteria) sono riuscito a coinvolgerli solo successivamente, quando sono cominciati i live, che per il momento sono stati due, in due posti meravigliosi e fondamentali per la scena della musica alternativa locale: Portofranco “Food Sound & Spirit” e “Prodotto Non Conforme”.

Ho approfittato dell’occasione per ascoltarmi qualcosa dei CRP, la band di cui sei componente. Da dove è nata la necessità di proporre uno stile musicale diametralmente opposto rispetto a quel progetto artistico?
I CRP sono una band per me importantissima, siamo attivissimi e stiamo lavorando a nuovo materiale. La maggior parte dei brani di “Al Diavolo” sono stati scritti da tutti e tre
insieme (Gianmarco Caselli e Chiara Venturini oltre a me) e proprio da questa dinamica nasce il sound della band. Fondamentalmente è una sintesi di tre artisti diversi tra loro, che hanno ovviamente anche molto in comune. Non ho sentito la necessità di proporre
uno stile musicale diverso dai CRP, piuttosto ho voluto concretizzare un progetto che ho sempre desiderato realizzare, senza che sia mai riuscito, fino ad ora, a trovare le condizioni che lo rendessero possibile.
Tornando a “Viso Blu”, ci sono delle influenze di artisti che pensi possano aver forgiato questo lavoro? Nei brani più sostenuti mi sono vagamente tornati alla memoria i Baustelle…
Certamente. I Doors sono il mio riferimento totale. Quel “qualcosa” di cui parlavo all’inizio… non l’ho mai sentito con così tanta potenza in qualcos’altro. In particolare Strange Days mi ha ispirato da tutti i punti di vista: la poetica, gli arrangiamenti, la produzione. Tutto. Sicuramente anche i Pink Floyd (in alcuni passaggi “sognanti”) e i Nirvana (nelle strutture dei brani e in certe soluzioni strumentali) hanno concorso e sono
tra le mie principali ispirazioni. Anche se credo non si senta molto, scrivendo ho pensato molto a De André. Ogni tanto credo si possa sentire un pizzico di Verdena. Ah, nelritornello di “Appaiono a noi” mi vengono in mente i CSI. Dei Baustelle non sei il primo a parlarmene… personalmente non ce li sento molto, ma è anche vero che (colpevolmente) li conosco poco. Approfondirò volentieri.
Ultima domanda, prima di salutarci: ci sarà modo nel prossimo futuro di poter apprezzare “Viso Blu” dal vivo?
Certo, per poco non ho una data da darvi, avrò conferme della prima parte della calendarizzazione di inizio anno nei primi di gennaio, ma ovviamente ogni aggiornamento arriverà prontamente sui miei canali social.








