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“Romanzo Porno” è il capodanno personale di Boetti, tra essenzialità e tanta spontaneità [INTERVISTA]

Nel suo secondo album, “Romanzo Porno“, Boetti dipinge l’umanità nella sua imperfezione, narrando storie trasparenti e fragili ispirate al suo vissuto. L’oscenità tematica, fuori dalla scena, esplora il connubio tra opposti, evidenziato nel titolo stesso; attraverso suoni sperimentali e testi crudi, l’artista espone i sensi di colpa senza retorica, svelando l’essenza della vita privata.

Abbiamo intervistato il giovane artista, che ci ha raccontato il processo evolutivo del suo lavoro e spiegato nel dettaglio le tematiche affrontate.

Ciao Damiano, benvenuto su Primo Ascolto.
Pochi giorni fa è uscito “Romanzo Porno”, il tuo nuovo album che arriva dopo due anni abbondanti di silenzio assoluto. Dopo il buon risultato del primo long play “Blue” e il tour che ne è seguito, credi di esserti evoluto con il nuovo lavoro nello stile musicale e nella scrittura?

Eccome. I due anni “di silenzio” trascorsi tra i due album in realtà sono stati anni necessari alla ricerca, scrittura, registrazione e preparazione dello step successivo. L’uscita di un disco è un piccolo capodanno personale: ti ritrovi a tracciare una riga che divida il prima e il dopo, tiri le somme e analizzi ciò che hai svolto fino a quel momento per migliorarti e rilanciare. Nel mio caso, mi sono reso conto che avevo bisogno, dopo un esordio molto rock, di riconciliarmi con l’essere cantautore. Ho venduto amplificatore e distorsori e mi sono messo a comporre nuova musica al piano, senza più nascondermi dietro artifici retorici vuoti. Sono tornato all’essenziale.

Il titolo è forte, ma anche persuasivo per quei curiosi che vogliono approcciarsi alla tua musica. Tralasciando provvisoriamente la spiegazione tecnica ampiamente riportata nel comunicato stampa, è stato complicato scegliere questa denominazione per un lavoro con tematiche profonde e riflessioni personali?

Il titolo è venuto spontaneo, perché è lo stesso della traccia numero due in tracklist. “Romanzo porno” non è la primissima canzone che ho scritto di questo disco, né paradossalmente la più attinente se vogliamo guardarla in maniera più generale. Però mi sembrava il termine perfetto per esprimere, non tanto le tematiche dell’album, quanto la sensazione che spero si riesca a provare nell’ascoltarlo. Sono dell’idea che le cose che nascono spontanee siano sempre le più azzeccate, in quanto non indotte al 100% da una volontà, dalla premeditazione talvolta limitante.

Sempre parlando di tematiche, “Romanzo Porno” è un’opera molto variegata: “Colpa tua” sembra affrontare il senso di colpa e la lotta interiore, “Carlo” spinge verso tematiche sensibili come l’aborto e la superficialità umana, “Siamo troppi” racconta il tema della solitudine…. Quale credi sia il vero filo conduttore che unisce tutti gli otto pezzi del progetto?

Proprio il senso di colpa, declinato in ogni suo aspetto. Un atto a metà tra il narcisistico e l’inutilmente eroico (quanto meno non richiesto) volersi prendere sopra le spalle il peso di ogni sciagura, di ogni imperfezione. Quasi come a volerla appianare, quella imperfezione, con la scoperta finale che è proprio lì che risiede la nostra umanità. C’è il senso di colpa individuale, quello affettivo-sentimentale, famigliare. C’è il senso di colpa sociale in quanto occidentale, quello di genere in quanto maschio, quello politico culturale in quanto italiano. Mi piace scrivere dischi, contrariamente alla “politica del singolo” che oggi va per la maggiore. Concepire un lavoro in maniera unitaria mi aiuta a rimanere fedele ai propositi di partenza.

In “Ragazzo mio”, brano conclusivo dell’album, la ferita derivante da quella sorta di “abbandono” che racconti pare ancora aperta: è stato difficile individuare il processo creativo da seguire in totale autonomia e non essere più con un fidato compagno, come immaginiamo possa essere stato in “Blue”?

Dirò forse una cosa strana e non voglio affatto che suoni come arrogante. Non avrei mai potuto scrivere una canzone come “Ragazzo mio” se non avessi capito, a un certo punto dopo il dolore, che sarei stato in grado anche di continuare a camminare da solo. Questo non toglie niente all’amore personale e artistico che c’è stato con quella persona, anzi credo che quel briciolo di consapevolezza in più che oggi sento lo debba proprio al percorso fatto insieme. Molto spesso la distruzione (o dissoluzione) è un processo identico, a volte antecedente, alla creazione. Anche in questo caso è stato così.

Ad oggi non hai mai attinto ad eventuali collaborazioni: se potessi scegliere un artista con cui fare un featuring chi sceglieresti?

Quasi tutti i miei idoli sono morti o si sono ritirati, penso a Fabrizio De André, Ivano Fossati, Luigi Tenco, Rino Gaetano. Sorvolando la generazione intermedia dei vari Francesco Bianconi, Giovanni Truppi, Andrea Appino, ormai inarrivabili, mi vengono in mente tanti cantautori e cantautrici che stimo e che mi è capitato di incontrare lungo la strada: Apice, Belfiore, Eugenio Sournia, Lazzaro, Scaramuzza. Penso che sia fondamentale riconoscersi in quanto generazione e riscoprire un senso di categoria, di appartenenza, visto che non siamo più in tanti a fare questo genere qui.

Fortunatamente (e meritatamente) hai già un nutrito calendario live per i prossimi mesi. Prima di salutarci ti chiedo: quali sono gli obiettivi a lungo termine di Boetti, anche non meramente artistici?

Portare a termine un lavoro del genere, considerato anche tutto l’apparato grafico, fotografico, video etc. mi è costato tanto: soldi, sacrifici, fatica, rinunce. Quando sei indipendente sei il solo responsabile della tua sorte, il sistema detta le regole del gioco e tu puoi solo che accettarle, se decidi di farne parte. Quindi a livello umano, spero di recuperare la vita che pur volontariamente ho tralasciato. Dall’altra parte, ma resta comunque una questione per me umana, voglio suonare le nuove canzoni dal vivo quante più volte possibile. Sono brani che avranno il loro compimento solo se rapportati alle esperienze e alle emozioni di chi li ascolta, mi immagino dei grandi dibattiti a fine concerto davanti a una birra tra me e chiunque vorrà venire a sentirmi.

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