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“Sabato sera” di Mostro narra gli effetti della depressione sulla psiche [ANALISI DEL TESTO]

Articolo a cura di Francesco Ferri

“Segreteria telefonica, 3472456056
Lasciate un messaggio (*Bip*)”

La voce metallica della segreteria di un telefono apre il brano “Sabato sera” di Mostro, contenuto nell’album “Ogni maledetto giorno” del 2017. Nonostante il titolo possa apparentemente richiamare un immaginario spassionato e ludico, di serate e libertà, si tratta in realtà di una vera e propria contrapposizione con il contenuto del brano, cupo, profondamente triste e tormentato poprio come il protagonista, il narratore senza nome della sua lenta ma inesorabile discesa nell’oblio psicologico.

Un’intensa esperienza di riflessione fra dolore e sentimenti negativi, in una spirale discendente di dannazione e disperazione. E tutto inizia con una telefonata senza risposta.

“Ehi, ce l’hai un momento?
È la sesta volta che ti chiamo e trovo sempre spento
È sabato sera, non so dove cazzo sei
Spero almeno che tu ti stia divertendo”

Il protagonista cerca invano qualcuno. Sta provando a contattarlo da tempo ma non c’è verso di riuscirci. Augura all’interlocutore che, dal momento che è sabato sera, sia in giro a divertirsi.

“Io sono seduto sopra il pavimento
Pensavo: “Quanto è triste questo appartamento”
Il lavandino perde ancora e a parte questo
Ho una calibro nove sotto il mento”

Qui già la canzone vira verso toni molto più intensi e tesi. Il protagonista è seduto sul pavimento di casa sua, riflettendo sulla condizione di quest’ultimo. A catturare la sua attenzione è in particolare il lavandino che, come sempre, perde ancora. E lui, nel frattempo, ha una pistola carica puntata al mento.

“Sai, volevo solo dirti quello
Che in tutti questi anni io non ti ho mai detto
Ti ho chiamata non per nulla d’importante
Ma perché tu mi dessi solo un valido motivo
Per non premere il grilletto”

Qui il protagonista ci rivela che ha provato a contattare una ragazza, quasi sicuramente un’ex partner che l’ha lasciato, e proprio ora sente il desiderio di dirle ciò che non ha mai avuto la forza di esternare. E sottolinea come l’abbia chiamata per poter trovare uno spiraglio di luce a cui aggrapparsi, avendo un valido motivo per non usare la pistola contro di sé.

“Ma in fondo non vedo cosa cambi
Visto che sono già morto
Dentro, da troppo tempo
Rumore bianco in sottofondo e il mio volto spento”

Non cambierebbe nulla, però, se non sparasse. Lui ormai si sente morto già da tempo, dentro di sé.

“E la cosa che mi fa più male
È che non mi fa più male
E la cosa che mi fa più male”

La voce addolorata ma quasi catatonica del protagonista intona quello che diventa un mantra, ripetuto fra le strofe. E la cosa che gli fa più male è che non gli sortisce più nessun effetto.

“Perfetto, adesso ho pure il cellulare scarico
Forse perchè stanotte ti ho chiamata troppe volte
Pensa, ironia della sorte
Ma è proprio vero che ‘sti cosi poi diventano parte di noi
Ora entrambi andiamo incontro alla morte”


La canzone prosegue mentre il protagonista continua il suo delirio telefonico alla segreteria proprio mentre il cellulare si sta scaricando, in una beffa del destino che sembra scritta volutamente da un sadico narratore onnisciente. E l’ultima frase descrive molto bene la riflessione dell’uomo contemporaneo, completamente assorbito dalla tecnologia, che, anche solo per un istante, riesce a distaccarsene con occhio critico per poterne compatire le modalità di fruizione. E proprio, come una sagace ironia della sorte, entrambi stanno andando incontro alla loro fine. In un parallelismo macabro ma dal forte impatto immaginifico.

“Più ti parlo più mi spengo
Senza caricatore, il mio cuore sta al 3%
Le mie condizioni qui peggiorano
I demoni mi divorano, emozioni che si svuotano”

Il parlare al telefono è doppiamente controproducente: scarica l’apparecchio che ormai sta arrivando al termine della sua carica e, al tempo stesso, spegne metaforicamente anche il protagonista che, divorato dai demoni, sente le emozioni abbandonarlo del tutto.

“Quattro pasticche e basta nel mio stomaco
Non c’è mai fine e queste medicine non funzionano
No, non funzionano, oggi come ieri
Sono sempre gli stessi pensieri che mi ossessionano”

Nonostante l’utilizzo di pasticche e medicinali, sicuramente psicofarmaci di qualche genere, non riesce a stare meglio. I suoi pensieri negativi e oscuri non lo abbandonano mai, nonostante tutto.

“E mentre affondo mi dico che c’è ancora spazio per un sogno
Come una madre pazza culla un figlio morto
Mi senti? Pronto?”

Qui c’è probabilmente la barra più intensa e toccante di tutto il pezzo per l’immagine che racconta. Mentre il protagonista affonda nel suo baratro oscuro, la speranza in lui, la flebile luce che ancora lo tiene saldo alla vita, in qualche modo, lascia lo spazio per un sogno. In maniera totalmente folle, senza reale concretezza. Il sogno che lei, infine, possa rispondergli e salvarlo. Proprio come una madre folle di dolore cullerebbe il figlio nonostante fosse palesemente morto, pur di sperare nel miracolo che possa svegliarsi e riprendersi.
E nonostante la richiesta di ascolto, all’altro capo della linea, è solo silenzio.

“E la cosa che mi fa più male
È che non mi fa più male
E la cosa che mi fa più male
È che non mi fa più male
E la cosa che mi fa più male
È che non mi fa più male
E la cosa che mi fa più male”

Di nuovo il mantra di dolore. Di nuovo il ripetersi incessante dell’assenza di emozioni e assenza totale di reazione al dolore subito.

“Qualche anno fa pensavo sarei morto come un re
E invece finisce tutto su questo parquet
Oh, non mi hai mai visto così?
E con piacere ti presento la parte più buia di me
Quella che non vorresti mai vedere”

Nell’ultima strofa, avvicinandoci all’epilogo, il protagonista ci narra cos’accadrà, nonostante lui non l’avrebbe mai pensato. Anzi, solo qualche tempo prima credeva che sarebbe morto come un re, invece la sua esistenza è destinata a terminare sul pavimento del suo triste appartamento. Lei non lo ha mai visto così, lui lo sottolinea, presentandole la parte più cupa e sordida del suo animo profondo. Quella che nessuno vorrebbe mai vedere.

“Quella che ti ho sempre nascosto per il tuo bene
Quella che adesso ha preso il sopravvento
E che si chiede perché cazzo non stai rispondendo”

Quella parte più cattiva, quella più viscida e violenta. Quella abietta. Quella che lui ha sempre nascosto per il suo bene e che ora ha preso il sopravvento. E proprio quella parte, con rabbia, si chiede perché lei non stia rispondendo alla sua disperata richiesta di aiuto.

“Io non ho più tempo, non ho più voglia
Non ho sogni nel cassetto ma pillole per l’insonnia
La vita è bella, sì, una bella troia
Che però si tira fuori il cazzo quando poi si spoglia”

Ormai il protagonista è stanco. Non ha più tempo né vuole perderlo. I sogni nel cassetto sono spariti, sostituiti da sonniferi e pasticche che lo aiutano ad andare avanti. Perché la vita è bella, sì. Ma è solo una bella prostituta che, nella volgarità dell’ultima frase, è metaforicamente vista come munita degli attributi maschili. Da qui la comprensione della frase intesa come la vita capace di “possedere” in modo violento e aggressivo ogni persona, lasciandola sbigottita davanti alla sua apparente cattiveria.

 

“E me ne vado a fare in culo, tanto so la strada
Stanco di me, di te, di ‘sta telefonata
Io sto a metà tra un pazzo che ha perso il senno
E un bambino che gioca con una granata”

Sa che lei non risponderà alla chiamata. Ormai si è stancato di tutto, della telefonata, di sé stesso, della stessa vita. Perché si sente a metà strada fra un pazzo completamente fuori di testa e un innocente bambino che gioca con una granata. In qualsiasi caso, figure incapaci di intendere la potenzialità omicida dei loro possibili gesti.

“E ho finito, concentro tutte le mie forze su quel dito
Chiudo gli occhi, tiro un sospiro
E attendo che l’ultima goccia cada dal lavandino”

L’ultimo atto è ormai giunto al culmine del suo climax ascendente nella spirale di follia del narratore. Ormai è tutto finito. La concentrazione delle forze si accentra tutta al dito che, teso allo spasmo, è pronto a tirare il grilletto. In concomitanza all’ultima goccia che, cadendo dal lavandino, sarà il segnale per farla finita.

“E la cosa che mi fa più male
È che non mi fa più male
E la cosa che mi fa più male
È che non mi fa più male
E la cosa che mi fa più male
È che non mi fa più male
E la cosa che mi fa più male”

“Sabato sera” di Mostro è un pezzo la cui intensità, ovviamente se ascoltata con profonda attenzione e interesse, è capace di colpire nel profondo: le tematiche trattate, attraverso il racconto ideato dall’artista, sono senza dubbio attuali e toccanti.

Le difficoltà e gli ostacoli che moltissime persone affette da disturbi mentali e turbe psicologiche devono affrontare ogni giorno sono molte e spesso non raccontate approfonditamente. Il suicidio è troppe volte trattato come un tabù e quindi non sufficientemente preso in considerazione nella maniera adeguata. L’ascolto, l’aiuto e l’assistenza a persone in difficoltà dovrebbero essere la base di partenza per sviluppare una società ancora più attenta ai disturbi mentali e alle difficoltà psicologiche delle persone.

Mostro non ha mai nascosto le sue difficoltà nella lotta con la depressione e ha perfettamente condensato le sue emozioni all’interno di molti suoi pezzi, proprio come in “Sabato sera”.

Perché molto spesso, la cosa più spaventosa non è quando fa male. Ma quando non lo fa più.

“Perché la cosa che mi fa più male
È che non mi fa più male.”

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