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“Savio City Sud” è casa, ma anche confine: Max Penombra e il racconto della provincia che resiste [INTERVISTA]

Con “Savio City Sud”, Max Penombra ha dato sfogo ad un nuovo capitolo della sua ricerca musicale, tra radici romagnole, ironia disillusa e un hip hop che rifiuta le etichette.

In questa nostra intervista l’artista racconta la necessità di restare fedele a sé stesso, il legame con il territorio, la collaborazione con le Visioni di Cody e il valore della memoria condivisa: un dialogo sincero, tra passato e presente, che riflette sul senso di appartenenza e sulla fragilità del vivere.

Ciao Max, benvenuto su Primo Ascolto. Poche settimane fa è uscito “Savio City Sud”, un progetto discografico che viene presentato nel comunicato stampa come “hip hop atipico e squisitamente non convenzionale”, in linea con il tuo passato artistico: queste caratteristiche sono da percepire come una dichiarazione d’intenti o una necessità? Ti senti ancora parte della scena rap italiana oppure fatichi a riconoscerti in quella attuale?

È assolutamente una necessità quella di uscire dai canoni del genere, non perché io voglia rinnegare le basi da cui sono partito, ma perché mi sono sempre fatto influenzare da diversi generi durante il mio percorso. Non sarei fedele a me stesso e non sarei credibile se dovessi fare il purista dell’hip hop. Anche la scena rap italiana da un po’ di anni a questa parte è cambiata radicalmente e non ha dei confini chiari, di conseguenza anch’io non mi sento parte di una scena precisa. C’è un sottobosco di artisti che seguo e apprezzo, ma niente di più. Non mi sono mai sentito all’interno di una scena o di un movimento.

In “Sommersi” e “I viaggiatori della sera”, in particolare, c’è una geografia precisa: la Romagna, la pineta, la fermata del bus e soprattutto Savio, che è un po’ il cuore del concept di tutto il lavoro. È sempre stato importante per te radicare la scrittura in un territorio?

Inserire riferimenti ultra-locali nei testi è un piccolo piacere che mi concedo spesso. È il mio modo di parlare all’ascoltatore come se fosse un vecchio amico, qualcuno che mi conosce bene e sa esattamente di cosa sto parlando. In questo lavoro mi sono concentrato su Savio per raccontare una realtà molto specifica, ma che credo possa risultare riconoscibile ed emotiva anche per chi non conosce quei luoghi.

C’è un filo rosso che lega questo disco a “Quando esco voglio stare tranquillo” e “Restate come siete”: la fatica di stare al mondo, ma anche una certa ironia. È cambiato qualcosa nel tuo modo di raccontare il disagio?

Questo disco è certamente un approfondimento di un percorso iniziato con “Quando esco voglio stare tranquillo” e “Restate come siete”. Ho scavato un po’ più a fondo, ma senza cambiare davvero metodo: semplicemente mi sono guardato più dentro. L’ironia resta centrale. Cerco sempre di non prendermi troppo sul serio, anche perché per me l’intrattenimento è una parte fondamentale del racconto.

A proposito, questo è il tuo terzo lavoro con le Visioni di Cody. Cosa vi tiene uniti? Cosa ti dà lavorare con una band rispetto ad un beatmaker?

Con le Visioni di Cody c’è prima di tutto una grande amicizia. Loro sono amici d’infanzia cresciuti nello stesso posto, io li ho conosciuti nel 2012 e ci siamo trovati subito, anche umanamente. Dopo il secondo album abbiamo preso strade diverse, probabilmente perché siamo in una fase diversa della vita. C’è però ancora voglia di fare musica insieme, magari più in studio e meno dal vivo. Lavorare con una band, soprattutto se ha influenze diverse dalle tue, ti costringe a uscire dalla zona di comfort, a volte a trovare un confronto o addirittura uno scontro, che però da risultati spesso positivi. Mi trovo bene anche con i beatmaker, ma per ora il sodalizio con loro continua.

Facciamo un breve salto indietro nel tempo: se potessi mandare un messaggio al Max Penombra del 2003, quello che fondava Il Lato Oscuro della Costa, cosa gli diresti? E se invece dovessi parlare a chi oggi ha vent’anni e inizia a scrivere rime in una stanza di provincia, quale sarebbe il consiglio migliore?

Avrei mille cose da dire al Max del 2003, ma una su tutte: tenersi stretti amici e collaboratori. È lo stesso consiglio che darei a un ventenne oggi. Il rap spinge molto verso l’individualità, mentre condividere obiettivi e difficoltà con altre persone rende tutto più sostenibile. In questo percorso servono dei compagni di viaggio.

Il disco è uscito anche in una versione fisica molto particolare, senza vinile ma con stampe, cartoline, poster. Questa proposta rappresenta un modo per restituire materia alla musica, in un’epoca forgiata dagli streaming?

Non sono particolarmente legato ai supporti fisici, soprattutto se si tratta del cd. Con Tiratura, lo studio che ha curato grafica e stampa di questa particolare edizione, volevamo creare un oggetto che rimanesse, pur non essendo un vinile o un supporto musicale vero e proprio. Lo streaming rende la musica accessibile, ma anche molto volatile. Questo prodotto prova invece a stimolare il ricordo, a lasciare una traccia più concreta.

Ultima curiosità, prima di salutarci. La settimana successiva all’uscita hai presentato dal vivo l’album, ma al momento nei tuoi canali social non è ancora presente un calendario della futura attività live: è un qualcosa su cui stai lavorando?

C’è molta voglia di portare questo progetto dal vivo. Uno dei miei limiti è non essere un grande promotore di me stesso, quindi la ricerca di date procede più lentamente di quanto vorrei. Spero però di riuscire presto a mettere in fila una serie di concerti.

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