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Scemodiguerra – Martian VooDoo | Recensione | Primo Ascolto

Il progetto Scemodiguerra, portato avanti da Luca Peverelli ed Elia Mazzoleni, raggiunge la sua seconda pubblicazione discografica: con “Martian VooDoo“, dalle sonorità prettamente folk‑rock, ci trasporta tra una cruda realtà e una speranza onirica, tra testi sinceri e musica incalzante.

Scemodiguerra nasce come un laboratorio narrativo e sonoro che unisce folk, cantautorato e un immaginario visivo molto marcato. Dopo l’esordio con il progetto omonimo (2022), il duo amplia la propria identità con un disco che affonda le radici nella provincia lombarda ma guarda a un altrove simbolico, quasi mitologico. Registrato tra Bergamo e Milano, l’album esplora fragilità, violenza quotidiana e resistenza emotiva, confermando la maturità crescente del progetto.

“Orione” apre il disco con una litania sconosciuta che si trasforma in accordi ripetuti, sottofondo di una rabbia che tenta di emergere e di comprendere il mondo così come lo stiamo vivendo. È il dolore sordo che ci anestetizza, che ci impedisce di sentire altro, mentre proviamo a ridimensionarci e a inserirci in una società che ci vuole tutti uguali. Da qui scivoliamo dentro “Baciami ancora”: due anime sempre più distanti, senza più nulla da dirsi se non parole sbagliate, che separano invece di unire. La fisarmonica ci accompagna nei nostri sentimenti feriti, perduti, mai davvero trovati, incapaci di raggiungere una pace completa.

Questo senso di inadeguatezza ci trascina per i capelli nella violenza di “Mastini”, dove Scemodiguerra si unisce ad Alessandro Alosi. Il sangue scorre sotto i piedi, tra erba, fiori e ruscello: siamo nella nostra personale foresta dei pugnali, cerchiamo di schivarli tutti, ma accecati da una furia che abbiamo bisogno di scaricare, cambiamo forma. Da predatori diventiamo prede.

L’ironia di “Se morissi in autostrada” ci provoca uno scompenso uditivo: la musicalità più scanzonata ci colpisce e fatichiamo a conciliare il tono leggero con un testo che parla apertamente di morte. Fischiettiamo con una mano fuori dal finestrino, mentre Scemodiguerra ci ricorda che, alla fine, morire è un affare dei vivi.

Ritorniamo nel nero con “Fiat 127”, che racconta uno dei momenti più vili e macabri del genere umano. Il cuore si stringe, troppe domande affollano un cervello già stanco: la violenza quotidiana, l’incomprensione di un modo di vivere disilluso, ignaro delle conseguenze. Come se quel corpo dato alle fiamme non fosse mai esistito davvero. “Capitain Harlock” rappresenta l’equilibrio musicale del disco: violenza e delicatezza, fiore e coltello, due anime che si intrecciano lasciandoci con quesiti profondi, forse destinati a non avere una risposta definitiva.

Un maleficio sembra agire in “La casa”, dove il dialetto torna protagonista nel ritornello e un uomo viene stritolato dal proprio mondo, dalle sue certezze, dalle sue convinzioni, trasformate in muri, finestre e porte con i denti. Rifiutiamo di soccombere insieme a “Laika”: restiamo padroni di noi stessi e delle nostre pulsioni, anche se tutto attorno continua a sbriciolarsi. Ma forse non saremo mai più gli stessi. Ci smarriamo come la “Scimmia malcontenta nello spazio profondo”, lasciandoci cullare dalla ballad che ci conduce a “Mi libererai”, un invito a non abbandonare la convinzione che, alla fine, la luce prevarrà sul buio.

Con “Martian VooDoo”, Scemodiguerra si libera di ogni strato di intorpidimento e accoglie una rivoluzione necessaria e attuale: non esiste un equilibrio stabile tra bene e male. Prima o poi uno soccomberà all’altro: sta a noi decidere chi vincerà.

Traccia preferita: Mi libererai

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