
Lo scorso 10 luglio è uscito “Banda Larga”, il primo capitolo di un progetto nato quasi per caso e destinato a rimanere aperto.
Andrea Marchesino e Michele de Costanzo, entrambi di Foggia, hanno trasformato una lunga giornata di improvvisazione libera al Croma Production Studio in un album strumentale di soli sedici minuti e mezzo. Sei brani che oscillano tra jazz, groove, avant-garde e pura sperimentazione, dove la chitarra ricercata di Marchesino dialoga con le percussioni imprevedibili di de Costanzo senza gerarchie né partiture predefinite.
Registrato “alla vecchia”, lasciato decantare per mesi e poi selezionato con cura, il disco si presenta come uno sketchbook sonoro in continuo aggiornamento. In questa intervista i due musicisti raccontano la genesi della collaborazione, il valore del tempo di distanza, il significato dei titoli e la filosofia che sta dietro a un formato così breve e radicale.
Ciao, benvenuti su Primo Ascolto. Poche settimane fa è uscito “Banda Larga”, il vostro progetto congiunto che ha unito due personalità artistiche tanto definite quanto diverse. Essendo entrambi di Foggia, dunque, immagino vi conosciate da tempo: qual’è stata però la scintilla che ha fatto scattare la collaborazione?
MDC: In realtà ci conosciamo dall’estate 2020. Fui invitato ad una jam e Andrea era lì, con la sua inseparabile chitarra classica. Credo che quella sera ci notammo a vicenda. Nel corso degli anni ci siamo incontrati più volte, nei live, sui social o per strada a Foggia. Decine di piccole scintille fino alla definitiva partita da un suo messaggio poche settimane prima di andare in studio.
Nel comunicato parlate di un disco “alla vecchia”, con il lusso di lasciar decantare la musica per mesi. Quanto è stato importante quel tempo di distanza rispetto all’energia della sessione?
AM: Credo che sia stato l’unico vero asso nella manica di questa produzione. Dopo aver registrato con Michele ho avuto un periodo lungo di stasi artistica, ho avuto difficoltà a mettere mano ai mix per mesi. In quel tempo ho continuato a cercare e mi sono imbattuto di nuovo nel lavoro di Marta Salogni che mi ha ispirato moltissimo e mi ha indicato la strada che stavo cercando.
C’è stato un momento, durante le ore di improvvisazione, in cui avete capito di aver trovato qualcosa di diverso dalle vostre abitudini musicali e che vi ha particolarmente affascinato?
MDC: Nulla di diverso nelle abitudini musicali. La differenza reale è nell’approccio alla produzione. Solitamente si va in studio sapendo; noi non sapevamo nulla. Non c’era nemmeno un’idea di partenza. Credo che il fascino sia tutto qui.
Il rapporto tra la chitarra (e i suoi effetti) di Andrea e la batteria/pad di Michele è il cuore del disco: il vostro dialogo musicale possiamo definirlo, secondo voi, più un contrasto, una conversazione o una sorta di inseguimento reciproco?
MDC: Azzarderei definendolo puro scambio di informazioni. Nessun rapporto di forza o di conflitto tra le nostre voci solo un unico lunghissimo scambio. “Banda Larga” è quello che il nome vuole che sia, un continuo flusso di informazioni che ci piace chiamare Musica.

“Quals” è la ballad del disco, il momento più emotivo: per voi che ruolo gioca all’interno del percorso? È stata una pausa necessaria o un’altra forma di tensione, più controllata?
MDC: “Quals” rappresenta semplicemente un momento della sessione. Quella gran cassa antica voleva cantare; in un certo senso non ho suonato “Io”. Ho fatto piuttosto da medium e Andrea era sintonizzato sulla stessa frequenza. Doveva accadere a prescindere da una volontà, da una necessità artistica.
Il titolo “Morricone” è ovviamente molto evocativo. C’era già un immaginario cinematografico nella vostra testa mentre suonavate o il nome è arrivato dopo, ascoltando il risultato?
MDC: In realtà non c’era nessun immaginario cinematografico in quanto siamo entrati in studio senza sapere cosa ne sarebbe venuto fuori. Il nome di questo brano come per il resto tutti gli altri li ha dati Feliciano Chiriaco al primo export. Abbiamo deciso di lasciarli così e di farli battezzare da lui.
Il progetto è presentato come un taccuino aperto: è stato registrato altro materiale o nuove sessioni che avete preferito non includere in questo vostro capitolo? Ed alla luce di ciò, dobbiamo dunque aspettarci un’evoluzione di “Banda Larga” nei prossimi mesi o anni?
MDC: Eheh… “Banda Larga” potrebbe diventare un nuovo genere musicale ed essere portato avanti da chiunque nel mondo, evoluto, involuto, trasformato, distrutto e ricostruito. “Banda Larga” è una filosofia applicabile sempre, uno stato psico-fisico, quindi potete aspettarvi di tutto.
In un panorama musicale in cui spesso si premia la durata o la “catchiness”, avete scelto un formato brevissimo (16 minuti e mezzo). È una dichiarazione di intenti? Preferite che l’ascoltatore lo ascolti più volte piuttosto che una sola volta in modo distratto?
AM: Non credo che né da parte mia né da parte di Michele ci sia un’intenzione specifica nell’esprimere la durata dei brani. Crediamo entrambi che il contenuto di un’opera di questo tipo debba essere completamente libero di essere ciò che è, senza pensare alla sua durata o altri vezzi che con la musica hanno ben poco a che fare.
Ultima curiosità, prima di salutarci: pensate sia possibile portare live “Banda Larga” oppure la peculiarità dell’improvvisazione preclude, sotto certi punti di vista, questa eventualità?
MDC: “Banda Larga”, live, è una figata assoluta.