info@primoascolto.it

“Signor tenente”, la critica sociale di Giorgio Faletti che spiazzò tutti al Festival di Sanremo [ANALISI DEL TESTO]

Articolo a cura di Francesco Ferri

Forse possiamo cambiarla 

ma è l’unica che c’è

Questa vita di stracci e sorrisi

E di mezze parole” 

Sono queste le profonde e struggenti frasi che aprono il brano portato in gara al Festival di Sanremo 1994 da Giorgio Faletti. “Signor tenente” è un unicum nel panorama della musica italiana, grazie alla sua potenza espressiva e immensa, capace di trasportare l’ascoltatore nei pensieri e nelle riflessioni di un carabiniere, alle prese con gli eventi storici dell’inizio degli anni ‘90, in Sicilia. 

Gli anni sono quelli della lotta alla mafia, dell’affronto alla criminalità organizzata da parte dei giudici Falcone e Borsellino. Le riflessioni che nascono nella mente di un giovane appartenente alle forze dell’ordine si allargano ad abbracciare il pensiero di molti, fra dolore e rabbia.

Forse cent’anni o duecento 

è un attimo che va

Fosse di un attimo appena

Sarebbe com’è

Tutti vestiti di vento 

ad inseguirci nel sole

Tutti aggrappati ad un filo

E non sappiamo dove” 

In questo pezzo iniziale, dove le parole sono soavi e accarezzano l’ascoltatore, ci troviamo di fronte ad una poesia potente e catartica. Frasi uniche, capaci di delineare molto bene l’inutile rassegnazione dell’uomo di fronte all’immensità del cosmo, dell’universo e del tempo che passa. Cent’anni o duecento sono solo un attimo appena nel destino del creato, ma in questi anni sono infinite le emozioni, i pensieri e le idee che tutti gli uomini possono aver provato e formulato. L’introduzione ci trasporta in un viaggio onirico nella mente e nei pensieri, consentendo infine di approdare al reale racconto del brano.

Minchia, signor tenente 

Che siamo usciti dalla centrale

Ed in costante contatto radio, 

Abbiamo preso la provinciale” 

Incomincia qui il racconto del giovane carabiniere. Il ritmo muta repentino, le percussioni prendono il sopravvento alzando l’asticella della pressione. Il cantante cambia accento marcando l’inflessione sicula, localizzando immediatamente il narratore della vicenda in Sicilia. Da qui l’inizio del continuo rimando a “Minchia” termine usato come intercalare ad inizio di ogni strofa.

Ed al chilometro 41, 

presso la casa cantoniera,

Nascosto bene la nostra auto

Che si vedesse che non c’era

E abbiam montato l’autovelox 

E fatto multe senza pietà 

A chi passava sopra i cinquanta

Fossero pure i cinquanta d’età

E preso uno senza patente” 

Qui i carabinieri si posizionato presso una casa cantoniera iniziando a svolgere il loro servizio, posizionando un autovelox e incominciando a far multe a chi le merita, raccontando l’avventura quotidiana di semplici ragazzi schierati in strada ogni giorno per far rispettare la Legge, fosse anche soltanto dando le multe a chi non rispetta il limite di velocità. Fino a questo momento sembra una normale giornata di lavoro per le forze dell’ordine.

Minchia, signor tenente

Faceva un caldo che se bruciava

La provinciale sembrava un forno

C’era l’asfalto che tremolava

E che sbiadiva tutto lo sfondo” 

È estate, fa caldo e gli uomini sudano, mentre la provinciale tremola in lontananza per il caldo torrido. La localizzazione temporale aiuta ancor di più a comprendere in quale periodo ci troviamo, quali siano i momenti che si stanno per vivere.

Ed è così, tutti sudati,

Che abbiam saputo di quel fattaccio,

Di quei ragazzi morti ammazzati

Gettati in aria come uno straccio,

Caduti a terra come persone 

Che han fatto a pezzi con l’esplosivo,

Che se non serve per cose buone

Può diventare così cattivo che dopo

Quasi non resta niente” 

Arriva la triste notizia. I ragazzi morti ammazzati, gettati in aria dall’esplosivo sono quelli della scorta di Paolo Borsellino, il magistrato barbaramente ucciso nella Strage di Via D’Amelio, il 19 luglio 1992. L’estate di cui si parla ci fa comprendere che si tratti di loro, anche se pochi mesi prima, il 23 maggio 1992 anche il giudice Giovanni Falcone è stato selvaggiamente ucciso insieme alla sua scorta nell’attentato dinamitardo della Strage di Capaci. In entrambi i casi a perdere la vita, oltre ai magistrati, sono diversi agenti di scorta. Il dolore lancinante e inspiegabile della notizia arriva come un vero e proprio fulmine a ciel sereno, in un periodo in cui, purtroppo, le stragi, gli attentati e gli omicidi di mafia sono tristemente all’ordine del giorno. Il linguaggio della canzone è volutamente semplice, immediato. L’impatto immaginifico della situazione è lampante. I corpi dei caduti in servizio diventano semplici stracci, questo per sottolineare ancor di più l’inutilità di una morte simile, di un destino tanto doloroso e sfortunatamente spesso vissuto da molti ragazzi, colpevoli soltanto di aver svolto il proprio dovere.

Minchia, signor tenente 

E siamo qui con queste divise

Che tante volte ci vanno strette

Specie da quando sono derise 

Da un umorismo di barzellette” 

E da qui inizia il vero e proprio sfogo del carabiniere. La sofferenza per la derisione subita in continuazione dall’umorismo delle banali barzellette che caratterizzano gli appartenenti all’Arma. La divisa che sta stretta per l’odio e la derisione subiti in continuazione, senza alcuna colpa, senza nessuna motivazione ma che, infondo, preme sul cuore di tutti loro. 

E siamo stanchi di sopportare

Quel che succede in questo Paese

Dove ci tocca farci ammazzare

Per poco più di un milione al mese” 

La stanchezza, lo sfinimento per un lavoro che troppe volte è sottovalutato, per un mestiere e un dovere che impongono a tutti quanti gli appartenenti alle forze dell’ordine di rischiare ogni giorno la propria vita, finendo spesso ammazzati per poco più di un milione di lire al mese. In un periodo storico di forti dissidi, di grande paura per gli attentati di mafia e non solo, in anni in cui essere un servitore dello Stato in Sicilia era realmente come essere in prima linea in una guerra continua e senza tregua con la criminalità e il male. Una guerra in cui i soldati rischiavano di finire ammazzati nel peggiore dei modi per pura cattiveria. 

E c’è una cosa qui nella gola

Una che proprio non ci va giù, 

E farla scendere è una parola:

Se chi ci ammazza prende di più

Di quel che prende la brava gente

Oltre il danno la beffa. Venire uccisi da sicari senza scrupoli, al soldo delle mafie, per molti più soldi di quel che un semplice poliziotto o carabiniere può prendere per fare il proprio dovere. La sofferenza del ragazzo, la sofferenza comprensibile di un giovane milite che sfoga la propria frustrazione riflettendo su quanto sia terribile dover rischiare la vita senza nemmeno vedersi riconosciuto il proprio lavoro con un giusto compenso. Chi ammazza i poliziotti prende di più di quel che prende la brava gente. L’ennesima beffa.

Minchia, signor tenente

Lo so che parlo col comandante

Ma quanto tempo dovrà passare?

Che a star seduti su una volante 

La voce in radio ci fa tremare” 

La paura che attanaglia le viscere, quando si è in auto, in servizio, e arriva la chiamata dalla radio. Questa informa su cosa accade e sbriciola le sicurezze degli agenti che sanno di non essere invulnerabili, anzi. Ed è proprio qui che il protagonista si rivolge direttamente al comandante, facendo arrivare a lui le proprie rimostranze. 

Che di coraggio ne abbiamo tanto

Ma qui diventa sempre più dura

Quando ci tocca di fare i conti

Con il coraggio della paura

La paura è compagna costante per chi serve lo Stato. Ogni giorno. Soprattutto in quel periodo storico e in quel luogo in particolare. Diventa sempre più difficile svolgere il proprio ruolo senza rimanere paralizzati dal terrore. Esattamente come in questo momento, quando tocca fare i conti con la paura.

E questo è quel che succede adesso

Che poi se c’è una chiamata urgente

Si prende su e ci si va lo stesso

E scusi tanto se non è niente” 

La paura si scontra, però, con il coraggio. Il coraggio più puro. Quello che fa in modo di svolgere il proprio dovere fino alla fine, anche oltre al terrore assoluto. Perché indipendentemente da quale sia la chiamata, quando è urgente, gli uomini dello Stato ci sono sempre e il giovane carabiniere lo sostiene a gran voce. Ci si va lo stesso. Anche con la paura, anche tremando. Ma sempre per svolgere il proprio dovere.

Minchia, signor tenente 

Per cui se pensa che c’ho vent’anni

Credo che proprio non mi dà torto

Se riesce a mettersi nei miei panni

Magari non mi farà rapporto

E glielo dico sinceramente 

Minchia, signor tenente” 

La confessione finale, con la sincerità dei vent’anni, senza paura delle conseguenze perché, per una volta, ci si apre con il proprio superiore come magari non si aveva mai fatto, sottolineando la propria giovane età. L’invito a mettersi nei panni dell’altro e comprendere il suo punto di vista, ancora più facilmente proprio perché entrambi appartenenti alle forze dell’ordine. Una confessione unica e profonda, uno sfogo immediato e sincero, rientrato subito dopo dentro di sé per continuare senza dubbio a svolgere il proprio dovere. 

La poesia insita nelle parole del testo di Faletti rappresenta un esempio lampante di come si possa raccontare una storia profonda e intima, fuoriuscita direttamente dai pensieri e dalle riflessioni di un giovane prestato all’Arma e volenteroso di servire il proprio Paese nonostante le angherie della criminalità e le offese delle persone, incapaci di apprezzarne appieno il sacrificio costante.

Un brano dai toni intimi e profondi, che regalò il secondo posto a Faletti nella kermesse canora di Sanremo, ma che rimarrà per sempre nella storia della musica italiana per come ha saputo, lucidamente, raccontare i pensieri di un carabiniere, a loro volta ascrivibili a tantissimi appartenenti alle forze dell’ordine che, ogni giorno, con passione e coraggio, servono il Paese rischiando la propria vita, per un compenso minimo e con la paura nel cuore.

Ma pronti, all’arrivo di una chiamata urgente, a prendere froza e andarci lo stesso.

E scusi tanto se non è niente

Tags: , ,

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *