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Sospeso tra amore e sofferenza: Vinnie in “Camera 7” cerca la propria catarsi [INTERVISTA]

Tra gli artisti emergenti più interessanti giunti recentemente in redazione annoveriamo senza ombra di dubbio Vinnie, 21enne palermitano attivo a livello discografico da una manciata di mesi. Da pochi giorni è fuori il suo nuovo singolo, “Camera 7“, che punta a replicare il successo ottenuto con il brano di debutto “Cliché”, capace di ottenere ottimi riscontri sia a livello di critica che di streaming sulle varie piattaforme.

Abbiamo approfittato dell’occasione per intervistare l’artista, che ci ha raccontato il concepimento del pezzo e le relative aspettative.

 

Ciao Vincenzo, benvenuto su Primo Ascolto.
Da pochissimi giorni è fuori “Camera 7”, terzo singolo di un percorso artistico che ha preso il via da pochi mesi. Raccontaci qualcosa in più sul brano e quali aspettative riversi.

Ciao Primo Ascolto, grazie dello spazio! “Camera 7” è uscita il 9 dicembre, e per me rappresenta un secondo punto di partenza dopo “Cliché”, il mio primo singolo. Si tratta di un brano a cui sono particolarmente legato. L’ho scritto spinto dalla necessità di rielaborare un’esperienza personale non proprio idilliaca, perciò c’è molto sentimento all’interno, in un senso veramente ampio del termine. Ci ho riversato dentro tutto l’amore che avevo ed anche una buona percentuale di sofferenza. All’inizio, scrivere “Camera 7” è stata una vera catarsi personale, poi però ne ho riconosciuto il potenziale ed ho capito che forse non ero il solo ad aver bisogno di rifugiarmi in una “Camera 7” per superare un periodo difficile. Così, ho cercato di rendere il brano il più possibile aperto alle interpretazioni. Mi auguro di esserci riuscito. Spero che il pezzo arrivi al pubblico e che ogni persona riesca ad immedesimarsi e trovare la propria “Camera 7”.

A livello di streaming il tuo ultimo singolo “Fama” non è riuscito a replicare il “successo” di “Cliché”, brano con cui hai debuttato lo scorso aprile e che ha raggiunto i 60mila streaming. Quale pensi sia stata la chiave del successo del tuo singolo d’esordio?

Partiamo dal presupposto che “Cliché” e “Fama” sono due pezzi completamente diversi, con cui ho voluto variare a livello sonoro. Con il primo mi sono gettato totalmente nell’indie classico e nell’R&B, mentre nel secondo ho sperimentato maggiormente. Sono andato verso il funky, volevo ottenere un genere tendente al clubbing, ma fatto a modo mio, e sono soddisfatto del risultato. Credo che “Cliché” sia stata apprezzata maggiormente a livello stream perché sono riuscito a tirare fuori il vero Vinnie, creando un cocktail sonoro personale, cosa che spero si percepisca anche in “Camera 7”. Però non vorrei parlare di “successo” o “insuccesso” dell’una rispetto all’altra. Non fraintendetemi: mentirei se dicessi che non mi importa niente dei numeri, dico solo che non è solo da lì che io misuro il valore di un brano. Quando porto “Fama” live, per esempio, le reazioni del pubblico sono le stesse che con “Cliché” e per me questa è la vera vittoria.

Tornando un attimo a “Camera 7”, si percepisce la tua reale urgenza di raccontare un sentore passionale, forse non ancora totalmente compreso dalla controparte. Credi che parlarne nel testo aiuti, sotto un certo punto di vista, anche ad esorcizzare quel sentimento?

Assolutamente sì, come dicevo “Camera 7” mi è servita da catarsi. Il mio modo di esorcizzare le emozioni negative – ma anche di celebrare quelle positive – è sempre stato legato alla musica, fin da quando mi sono seduto per la prima volta al pianoforte, a 8 anni. Crescendo, ho imparato a tradurre sempre meglio ciò che sentivo in note, ed ha sempre funzionato. Però credo che parlare dei propri sentimenti e dei propri malesseri sia fondamentale per tutti, anche per chi non fa musica. Parlarne, in qualsiasi modo, ci permette di capirli meglio, di affrontarli e di superare quelli più difficili.

Il tuo percorso artistico ci ha ricordato quello di Lazza, per il semplice fatto che siete entrambi fortemente appassionati di uno strumento sacro come il pianoforte. Approcciarsi alla musica in età adolescenziale è una prerogativa fondamentale per ottenere una carriera musicale degna di essere considerata tale?

Lazza è un artista che rispetto e certamente da questo punto di vista siamo davvero simili. Io ho iniziato a suonare a 8 anni perché i miei genitori mi vedevano strimpellare costantemente il mio pianoforte giocattolo ed hanno deciso di assecondarmi. Di questo non smetterò mai di ringraziarli, perché non era una cosa scontata e, per quanto mi riguarda, approcciarmi allo studio del piano così presto ha cambiato per sempre la mia vita. Credo che avvicinarsi e crescere con la musica sin da piccoli possa certamente avere un risvolto positivo su un’ipotetica carriera futura, ma al contempo penso anche che la musica non abbia tempo o età. Non esiste un momento giusto per immergersi in questo mondo, è estremamente personale. A rendere degna una carriera è l’amore e la dedizione che ci mette la persona, non gli anni di studio.

Prima di salutarci, proviamo ad estorcerti qualche informazione in più sul tuo futuro discografico: per quando è prevista la pubblicazione del tuo primo EP?

Purtroppo non posso fare spoiler sull’argomento, però vi posso dire che ci stiamo già lavorando. Prima dell’EP abbiamo sicuramente in cantiere un altro paio di singoli ed un po’ di live. Se volete saperne di più, seguitemi su Instagram: chissà che non mi scappi qualche indizio in più!

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