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Stramare: “chi è senza peccato ha poco da raccontare”[INTERVISTA]

Sta riscuotendo un grande successo, a livello di critica, l’album di debutto di Stramare, giovane cantautore piemontese davvero di belle speranze che ha debuttato lo scorso venerdì sulle principali piattaforme streaming.

obliquo.”, titolo del progetto, poggia le proprie fondamenta sul bisogno di esprimersi del giovane autore, che abbiamo intervistato pochi giorni fa per comprenderne le aspettive e le ambizioni, rese finalmente libere in un lavoro concepito prima dell’esplosione del Coronavirus.


Ciao, benvenuto su Primo Ascolto.
Pochi giorni fa è uscito “Obliquo”, album che certifica il tuo debutto sul mercato discografico dopo le release di alcuni singoli, comunque contenuti all’interno. Quali sono le aspettative che riversi in questo progetto?

Ciao! Ho delle aspettative molto concrete: stabilire un punto di partenza pubblico a un percorso come musicista che ormai porto avanti da anni, sostanzialmente iniziare ad esistere. È importante per me riuscire a liberare nell’algoritmo questo disco composto e registrato prima della pandemia, e portarlo su qualche palco.

Ascoltando “Obliquo” si percepisce l’instabilità del periodo in cui è stato concepito: una sorta di sana precarietà non solo emotiva, che poi è stata il motore del progetto (in “T”, non a caso, ribadisci la tua voglia di “stare bene”).
Fare musica può essere un modo per esorcizzare i problemi personali?

Sicuramente nel periodo in cui scrivevo il disco sentivo la necessità giovanile sia personale che estetica di voler scrivere canzoni che raccontassero in maniera cruda, quasi sporca, quello che avevo attorno: una confidenza, una lunga chiacchera notturna, come fossi un crooner di provincia, i racconti dei marinai che poi non ti ricordi quale sia il confine tra realtà e racconto. La scrittura rimane un artificio e chi è senza peccato ha poco da raccontare.

Cosa ti ha insegnato, durante la stesura del progetto, l’aver lavorato al fianco di un’artista tanto carismatico come Marco Giudici?

Quasi tutto, devo a Marco Giudici un imprinting fondamentale nella mia strada di musicista, ma in un senso poco concreto: è una questione di postura nei confronti della musica, mutabile in continuazione.

Fin dalla prima traccia del progetto si palesa una proclività soul e cantautorale, pur fortemente subordinata ad uno stile indie pop.
Quali sono i tuoi punti di riferimento a livello artistico?

Sono un ascoltatore bulimico di musica, per questo disco mi interessavano molto i cantanti confidenziali: volevo fare un disco di canzoni proprio, alla Fred Bongusto, alla Tom Waits, poi è diventata una cosa mia che non c’entra niente frullando tutto a caso.
Io tendo a ragionare molto a canzoni comunque, penso che ogni brano in questo disco abbia i suoi genitori: tra il 2014 e il 2016 io avevo 17/19 anni, è indubbio che l’indie pop italiano che stava crescendo ed esplodendo in quel momento mi abbia influenzato soprattutto in questo lavoro, però è bene uccidere i padri e le madri.

Prima di salutarci ci teniamo a rinnovarti i complimenti per l’ottimo risultato scaturito da “Obliquo”, siamo certi che piacerà. In “La Luna e i Trenord” racconti il tuo bisogno di evadere, di scoprire cose nuove: credi sia un passaggio fondamentale per far crescere Stramare come artista e come persona?

Prima di tutto vi ringrazio. Nel tempo ho fatto pace con il paesaggio che ho intorno proprio
raccontandone continuamente le pieghe, provo affetto verso la mia casa. In generale non solo la mia, mi interessano i territori, le distanze, la geografia. “La Luna e i Trenord”, che è una canzone scritta durante gli esami di maturità sul confine Piemonte/Lombardia che è il mio confine dei sentimenti, è un piccolo quadro sulla pianura padana e sul fatto che ho sempre conosciuto persone che se ne volevano andare da dove stavano, però ora penso che evadere non significhi cambiare città o paese, è qualcosa di più sfumato, ed a che fare con un altro dizionario.

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