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Tarantola – One Blood | Recensione | Primo Ascolto

Pubblicato il 2 maggio da The Sound of Everything e distribuito da The Orchard, “One Blood” è il nuovo progetto discografico dei Tarantola, formazione salentina capitanata da Mauro Lacandia; il disco si compone di undici tracce che spaziano con naturalezza tra reggae roots, dub, dancehall, soul e taranta, confermando la vocazione multiculturale e multi-genere della band. Il titolo stesso è piuttosto emblematico: “One Blood” è un invito a riconoscere ciò che ci accomuna, al di là delle differenze etniche, linguistiche e geografiche.

L’album si apre con “Original Terron”, manifesto identitario che fonde dialetto salentino e inglese in una struttura dancehall dal groove deciso: la collaborazione con Sabaman, DJ e produttore salentino emigrato nel Regno Unito, rafforza il messaggio di resilienza e orgoglio culturale, con un testo che celebra le radici meridionali e la forza di chi affronta l’emigrazione senza perdere il legame con la propria terra.

La title track “One Blood” è il cuore pulsante del disco: un brano dal forte impatto emotivo, che affronta tematiche come razzismo, discriminazione e solidarietà. La produzione è pulita e stratificata, con un arrangiamento che valorizza la componente lirica e sottolinea il messaggio universale di connessione umana.

La streammatissima “Capufriska”, da noi già trattata nei mesi precedenti, porta l’ascoltatore nel pieno dell’estate salentina, con ritmi roots e una sezione fiati esplosiva grazie alla Brass Brothers; Papa Leu e Sabaman completano il quadro con interventi vocali, abili nell’infondere tanta energia quanta leggerezza: il pezzo si distingue infatti per la sua immediatezza melodica, oltre che per la capacità di evocare vibes di festa e condivisione.

“Soul Vibration” rappresenta il momento più introspettivo del disco: la fusione tra reggae, soul e R&B crea un’atmosfera calda e avvolgente, mentre il testo, ispirato dalle parole di Lavanya Imandi, riflette sull’autenticità sentimentale e sulla connessione spirituale tra le anime.

“Reggae Beat”, scritto da Athena Sodianou e Lacandia, si arricchisce della voce potente di Awa Fall, che conferisce al brano una dimensione molto internazionale: le diverse contaminazioni rendono la traccia uno dei momenti più riusciti dell’album. Con “Anche io sono migrante” si torna a riflettere sul tema dell’emigrazione, con un testo di stampo cantautorale che racconta il dolore del distacco e la difficoltà di integrazione: qui è bravissima la band a bilanciare intensità emotiva e struttura musicale, mantenendo alta la tensione narrativa.

“You Got The Hope” è un inno motivazionale dal ritmo incalzante, mentre “Where I Belong” mescola inglese e inserti salentini per raccontare la solitudine e la ricerca di appartenenza; entrambi i brani mantengono coerenza tematica e solidità compositiva, senza mai snaturare il fil rouge del lavoro.

La versione acustica di “Fight for a Change” riesce nell’intento di enfatizzarne il testo, amplificandone la profondità; dal ragga soul si passa al raggamuffin di “Fenomenale”, remixato da Lacandia e che sintetizza perfettamente l’anima ibrida del progetto. Chiude il disco la versione dub di “One Blood”, curata da Manuel “Scara” Scaramuzzino, che dona all’album una dimensione sonora immersiva e raffinata.

“One Blood” è un album maturo, consapevole e ben prodotto, che riesce a coniugare impegno sociale e ricerca musicale con coerenza: merito anche di un mastering preciso, che valorizza ogni dettaglio e conferma la qualità tecnica dell’intero lavoro. Dai presupposti può sembrare un long play dedicato ad un ascolto di nicchia, ma in realtà è consigliabile a tutti, in particolare per chi cerca vibrazioni profonde e contenuti che lasciano il segno.

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