
Per analizzare un lavoro di Tormento bisogna innanzitutto passare al setaccio la sua statura artistica: trattasi di un veterano che non ha mai smesso di evolversi, di osservare la scena e di rimettersi in gioco con umiltà e lucidità. “Antidoto”, il suo nuovo album, è un progetto breve, compatto, ma non sempre pienamente risolto: sette tracce che funzionano come capitoli di un percorso emotivo, tralasciando volutamente quell’idea di manifesto identitario a cui il rap ci ha abituato. E proprio qui risiede la sua forza, ma anche il suo limite.
Il viaggio si apre con “Veleno”, brano che rappresenta la consapevolezza del dolore e la sua trasformazione in cura: la produzione oscilla inizialmente tra R’n’B e funk, ma è la chitarra a prendere successivamente il controllo, mentre il testo resta meno incisivo rispetto alle intenzioni regalando un’introduzione efficace sul piano sonoro ma meno su quello narrativo. “Allontanarsi”, con i primi ospiti, è una riflessione sul distacco sentimentale: Ernia firma una strofa di livello altissimo, Sackey aggiunge profondità soul e Tormento orchestra il tutto con eleganza.

Con “Fredda come l’inferno”, la collaborazione con Rkomi porta il disco su coordinate urban-pop più leggere e contemporanee. Il brano racconta un amore impossibile, fatto di silenzi e contrasti: è uno dei momenti più riusciti, velatamente malinconico ma trascinante.
Con “Un’altra bugia” mette insieme Promessa e Gaia: il giovane rapper milanese, MVP della scena in questo 2026, domina il pezzo con una scrittura cruda, mentre la cantante italo-brasiliana illumina il ritornello; Tormento, qui, sembra quasi ospite nel suo stesso brano: non certo una debolezza, ma verosimilmente la prova della sua volontà di lasciare spazio ai giovani.
“Self Control”, prodotta da Junior K e con Noyz Narcos, è l’episodio più rap del disco e più aderente al linguaggio hip hop: l’ospite entra con il suo timbro spietato, mentre Tormento racconta notti di smarrimento e sopravvivenza emotiva.
“Sofia”, con Sayf, è forse la vetta del lavoro: lontano da qualsiasi logica commerciale, come dimostra la durata complessiva, è il brano che più restituisce la libertà creativa di Tormento, in una traccia divisa in due parti in cui il botta e risposta tra i due protagonisti risulta piacevole e tecnicamente impeccabile. Chiude “Certe cose”, un funky rap con vibrazioni anni ’80 dove la malinconia diventa energia positiva: qui niente featuring, e non a caso è il pezzo che più fa risaltare Tormento in prima persona.

Complessivamente, “Antidoto” è un progetto piacevole, coerente, ma avrebbe beneficiato di qualche traccia in più e, soprattutto, di meno collaborazioni: la presenza massiccia degli ospiti permea il disco al punto da offuscare, a tratti, lo stile autoriale di Tormento. Lui la personalità ce l’ha, eccome, ma qui sembra volerla distribuire più che affermare.
Il tema sentimentale domina l’album, ma resta fuori, ad esempio, un pezzo importante della sua attuale instabilità emotiva: la (rimarcata nelle interviste) delusione per la risposta tiepida della fanbase dei Sottotono alla recente reunion, che un artista con la sua sensibilità avrebbe magari potuto trasformare in musica. Non sarebbe stato un filler, ma una sfumatura ulteriore che avrebbe dato ancora più senso al suo bisogno di sfogarsi.
Resta però intatta la stima per un artista che, soprattutto recentemente, non ha mai mostrato invidia, mai polemiche, solo rispetto per colleghi vecchi e nuovi: il fatto che “Antidoto” sia uscito per Oyster Music, l’etichetta di Guè, conferma la sua capacità di rimettersi in gioco, anche con chi oggi ha ben compreso (e sfruttato) il business del rap italiano.