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Tra futuro incerto e fragilità umana, “Il Vecchio E Il Bambino” di Guccini è un brano sempre più attuale [ANALISI DEL TESTO]

Articolo a cura di Francesco Ferri

 

Un vecchio e un bambino si preser per mano e andarono insieme incontro alla sera” 

 

Frasi semplici che ricordano una fiaba, anticipate dal soave suono di un flauto, sono quelle che aprono “Il vecchio e il bambino”, capolavoro senza tempo di Francesco Guccini

 

Uscito nel 1972, in piena guerra fredda, rappresenta un brano di denuncia sociale a dir poco singolare. Questo perché, attraverso uno storytelling musicale post-apocalittico, è capace di delineare un immaginario triste e poetico al tempo stesso.

 

La polvere rossa si alzava lontano

E il sole brillava di luce non vera” 

 

Gli anni sono quelli della paura profonda e costante del disastro nucleare, molte volte evocato dai due fronti opposti del conflitto mai scoppiato ma sempre all’orizzonte fra blocco occidentale, capitanato dagli Stati Uniti, e blocco orientale, guidato dall’Unione Sovietica. Dieci anni prima, nel 1962, la crisi dei missili di Cuba ha gettato nello sconforto il mondo intero, rischiando di concretizzare una paura rimasta sempre nell’aria. La storia narrata nel brano racconta di due figure che si muovono in un paesaggio tetro e devastato, appunto un anziano e un bimbo che camminano, mano nella mano, attraversando le enormi lande desolate a seguito di una catastrofe nucleare che, nella finzione letterario della canzone, è avvenuta realmente. 

 

L’immensa pianura sembrava arrivare 

Fin dove l’occhio di un uomo poteva guardare

E tutto d’intorno non c’era nessuno:

Solo il tetro contorno di torri di fumo” 

 

Il paesaggio distrutto appare come un enorme deserto di cenere e detriti, non si vede niente e nessuno. Solo, in lontananza, le torri di fumo che possono rappresentare le devastanti nubi a forma di fungo delle esplosioni nucleari, rammentano in continuazione la distruzione tanto temuta e infine avvenuta. 

 

“I due camminavano, il giorno cadeva;

Il vecchio parlava e piano piangeva:

Con l’anima assente, con gli occhi bagnati,

Seguiva il ricordo di miti passati” 

 

Il vecchio porta il ricordo, dentro di sé, di com’era il paesaggio prima del disastro. Di come apparisse il mondo prima che la distruzione causata dall’uomo avesse ridotto in cenere tutto il creato. La tristezza dell’uomo si materializza nel pianto che lo scuote mentre parla e racconta al bambino dei suoi ricordi più intimi.

 

“I vecchi subiscon le ingiurie degli anni,

Non sanno distinguere il vero dai sogni,

I vecchi non sanno, nel loro pensiero,

Dinstinguer nei sogni il falso dal vero” 

 

In questo passaggio ci si discosta dal semplice racconto per arrivare a un discorso filosofico sull’anzianità. Su come i vecchi, subendo il passare inesorabile dei decenni, continuino a ricercare la loro felicità passata attraverso il ricordo. In questo modo i loro ricordi si mescolano ai loro sogni, i pensieri si accavallano trasformando la realtà e rendendo sempre più complesso discernere la vita vera da quella semplicemente immaginata o ricordata guardandosi alle spalle.

 

“E il vecchio diceva, guardando lontano: 

«Immagina questo coperto di grano,

Immagina i frutti e immagina i fiori 

E pensa alle voci e pensa ai colori»”

Il vecchio ripesca dai suoi ricordi com’era prima il mondo. Come appariva il paesaggio quando tutto quanto non era ancora stato ridotto in cenere, tutto brillava ancora di luci, colori e vita. Emblematico il rimando a fiori e frutti, da sempre simbolo puro e semplice di vita. Il vecchio vuole qui mostrare al bimbo, attraverso i suoi occhi, quello che lui non ha mai potuto vedere. Tutto quello che è stato un tempo e ora, sfortunatamente, può solo essere ricordato con dolore e sconforto.

 

“«E in questa pianura, fin dove si perde, 

Crescevano gli alberi e tutto era verde,

Cadeva la pioggia, segnavano i soli

Il ritmo dell’uomo e delle stagioni.»”

 

Il rimando al verde, alla natura, agli alberi, tutto in netto contrasto alla fatale distruzione dell’uomo, vittima di sé stesso, che nella devastazione reciproca ha impresso una profonda cicatrice al pianeta, distruggendo tutto quanto. 

 

“Il bimbo ristette, lo sguardo era triste,

E gli occhi guardavano cose mai viste

E poi disse al vecchio con voce sognante:

«Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!»

Il bambino, nella sua immensa semplicità e innocenza, cresciuto in un mondo distrutto dalla guerra, incapace di concepire concretamente quello che il vecchio gli sta raccontando, crede che quelle narrate siano solo fiabe, stupendi e incredibili racconti creati dallo stesso anziano. La contrapposizione toccante fra il ricordo doloroso del vecchio, che il mondo verde e rigoglioso l’ha conosciuto davvero, e la tenera incapacità di realizzare tanta bellezza del bambino, fa da chiusura a uno dei brani più intensi e toccanti che la penna di uno dei più grandi cantautori del ‘900 abbia regalato alla musica italiana. 

 

In un periodo storico in cui la guerra non smette mai di essere un argomento di cui si parla, purtroppo, ogni giorno, riscoprire questo pezzo e la sua tenera intensità è un esercizio fondamentale per poter apprezzare la sua infinita poesia. Molto spesso la musica può essere un linguaggio unico per veicolare un messaggio, senza nemmeno dover far altro che raccontare una fiaba: tetra, cupa e triste, ma sempre una fiaba. 

 

Perché in un mondo devastato dalla guerra, dove i conflitti hanno portato alla fine della civiltà, per un bambino che non ha mai conosciuto altro, un mondo vivo, rigoglioso, verde, ricco di fiori e frutti, non può essere che un paesaggio inventato come sfondo di una fiaba raccontata da un vecchio.

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