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Tre Allegri Ragazzi Morti – Garage Pordenone | Recensione | Primo Ascolto

Quando esce un nuovo progetto inedito dei Tre Allegri Ragazzi Morti, per il sottoscritto è sempre un colpo al cuore: la band friulana è infatti stata parte integrante della mia infanzia, per una serie infinita di motivi.

Al tempo stesso, di riflesso, le aspettative sono sempre molto alte, e non sempre soddisfatte completamente: con “Primitivi del futuro”, nel 2010, i TARM hanno dato una sferzata al loro stile rockeggiante per portarsi su sonorità più morbide, causando nel me adolescente (cresciuto con il mito di “Mostri e normali”) la perdita di una delle più ferme certezze su cui si basava la mia esistenza.

Ma non voglio annoiarvi con l’evoluzione artistica di Davide Toffolo & Soci, perché ciò che conta è che sono, con enorme soddisfazione, ancora qui a parlare di loro. Venerdì è infatti uscito “Garage Pordenone“, a cinque anni di distanza dall’ultima raccolta d’inediti, se accantoniamo il joint project con i Cor Veleno: un tempo lunghissimo, in cui è capitato di tutto a tutti noi.

Il progetto arriva giusto in tempo per festeggiare il trentennale d’attività della band, concepita nel 1994; al tempo stesso, è un lavoro che potrebbe diventare l’ultimo capitolo della loro straordinaria storia, un po’ per limiti anagrafici ma probabilmente anche per stimoli, il che raddoppia la mia curiosità attorno a questo LP.

“Garage Pordenone” si apre con il singolo che ne ha anticipato l’uscita, “Ho’oponopono”, un incalzante pezzo rock n’roll pronto da preformare in live; segue “La sola concreta realtà”, altro brano rilasciato poche settimane fa che va ad indagare sulle sensazioni ultraterrene fatte percepire dall’amore, entrandoci sottopelle. Il reggae velato di “Mi piace quello che è vero” scorre via piacevolmente, nonostante mi ricordi quel decennio in cui ho dovuto accettare la loro svolta artistica, ma da “Jessica dislessica” la band cambia marcia: le difficoltà della protagonista danno modo ai TARM di riproporre il loro stile lirico, peculiare ma mai estemporaneo.

Ci ritroviamo pienamente anche nelle parole di “Fino a quando dura”, dove una relazione sentimentale viene messa in difficoltà (ma mai veramente scalfita) da una serie di fattori esterni; in “Greta la bambina” torniamo davvero indietro di 25 anni: se non fosse per l’attualità del testo (a favore di chi, come l’ormai 21enne Thungberg, ha sempre incoraggiato uno sviluppo sostenibile delle nostre vite) ne avremmo messo in dubbio la data di concepimento.

La cripticità delle parole di “Robot rendez-vous” raccontano l’incontro con una persona sì perfetta, ma immateriale; “L’Oscena”, ottava traccia, è un invece un breve intermezzo, probabilmente elaborato in ottica live. Ci avviamo verso la parte finale del progetto, che sembra prender una piega più riflessiva con “Che cosa hai visto tu?”, dove vengono esposti diversi punti di vista su una moltitudine di situazioni, sia a livello visivo che percettivo; l’incalzante “La misura” scherza sul trascorrere del tempo ed il conseguente decadimento fisico, mentre “Crocchette buone”, da più pacata, si trasforma nelle ultime battute in pezzo più casinaro dell’album, gemmato da un forte sfogo finale a seguito di un testo certamente più assennato. “Torpignattara” l’ultimo pezzo, è composto da oltre tre minuti inaspettati e caratterizzati dalla fusione tra rumori della natura ed umani, registrati probabilmente in presa diretta nel luogo che dà il titolo alla canzone.

Insomma, questa volta il ritorno dei Tre Allegri Ragazzi Morti ha ampiamente superato le mie (nuovamente alte) aspettative, donandoci proprio ciò mi aspettavo: un lavoro coeso e maturo, che va a rispettare la loro stessa storia regalandoci nuove novelle su cui poggiare le nostre riflessioni e comparazioni.

Grazie ragazzi, per questa magnifica storia musicale durata trent’anni. Vi sarò sempre riconoscente.

Traccia Preferita: “Greta la bambina”

 

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