
“Odio i viaggi e gli esploratori, ed ecco che mi accingo a raccontare le mie spedizioni.” Con questa contraddizione, Claude Lévi-Strauss apre il suo libro “Tristi Tropici”, il quale è tutto tranne che una fuga dal viaggio: è anzi il tentativo ostinato di tradurre l’altrove, di riportare a casa qualcosa di un mondo lontano, sapendo già che nel farlo quel mondo si trasformerà.
È difficile non pensarci ascoltando proprio i Tristitropici, trio emiliano che nel nome porta già tutta questa complessità, e che con “Traduzioni“, il loro primo album, sembra spostare lo sguardo non più sulla costruzione di quell’altrove, ma sulla sua traduzione.
“Estinzione”, prima canzone dell’album, sembra essere il racconto vero e proprio dell’attesa della fine: una prima parte tranquilla viene spezzata dall’inserimento di percussioni dal timbro tropicale, che sembrano segnare la rottura di un equilibrio iniziale; quel senso di normalità ritorna poi nel finale, ma con qualcosa di diverso quasi come una presa di coscienza della fine imminente. “Gioco” raccoglie questa trasformazione, ma la rende più dinamica facendosi accompagnare da sonorità che richiamano lo scorrere dell’acqua e che creano un’immagine di leggerezza e libertà. Il continuo alternarsi di italiano e francese nel testo accentua ulteriormente quella dimensione di attraversamento che caratterizza l’intero disco.

Con “Più mai che me” la componente strumentale diventa ancora più importante: una chitarra in fingerstyle apre il brano per poi essere progressivamente arricchita da percussioni e tastiere, costruendo un’atmosfera che ricorda quella di un rito collettivo, attorno al fuoco. La ripetizione continua di “E non ho più mai che mai che me” assume così la forma di un mantra, trasformando il brano in una riflessione ossessiva. In “Prossimità”, il suono, si sposta invece verso territori più elettronici; campane, fruscii e cori contribuiscono a raccontare uno scontro non ancora concluso, lasciando emergere la sensazione di essere vicini ad una nuova rinascita. “Disobbedienza” e “Comportamento” si trovano su due poli opposti. La prima è la traccia più diretta dell’album, con una sonorità corrosa che accompagna il passaggio tra inglese e italiano del cantante, riuscendo comunque a mantenere lo stile dell’album a pieno. “Comportamento”, al contrario, rallenta e si concentra più sull’attesa. Parla di ricordi e ritorni che sembrano le fondamenta della nostra vita, assumendo il valore di salvezza dalla realtà.
Con “Molle mare” il disco cambia nuovamente, ed una chitarra giocosa, unita ad una base più leggera delle precedenti, accompagna l’ascoltatore verso una discesa nel profondo, trasformando la caduta in qualcosa di innaturalmente accogliente. Chiude “Passaggio”, il singolo che aveva anticipato l’uscita dell’album. Anche qua non servono parole, basta la musica creata dal gruppo: gli strumenti costruiscono da soli quell’ambiente che riporta al movimento e al passaggio, da un mondo all’altro o più semplicemente dal bar a casa. Il cambiamento viene percepito prima ancora che venga nominato. Ed è forse qui che “Traduzioni” trova il suo significato più profondo.

Come nel “Tristi Tropici” di Lévi-Strauss, anche qui il viaggio non serve a scoprire un altrove definitivo, ma prova a riportarne indietro una traccia, sapendo che nel frattempo si sarà già trasformata. I Tristitropici costruiscono un album che più che raccontare qualcosa di preciso, invita ad attraversarlo: l’immaginario viene suggerito senza imposizioni, lasciando che sia l’ascoltatore a completarlo. Anche la durata ben variabile dei brani sembra seguire questa logica, adattandosi ogni volta alle esigenze del pezzo e contribuendo a quella sensazione di un lavoro pensato come percorso.








